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sabato 23 maggio 2026

Siamo responsabili dei nostri mali?

C'è un periodo della vita in cui non siamo responsabili di ciò che ci accade. E' quando siamo così piccoli da essere impotenti di fronte alla realtà di abuso e sopraffazione che ci circonda. Non siamo responsabili degli insulti, delle botte, che subiamo quando abbiamo tre, o cinque anni. Dal momento in cui diventiamo capaci di operare una nostra influenza sulla realtà, ergo, in maniera ridotta già dai sei anni in poi, in maniera via via crescente quanto più invecchiamo, e acquisiamo i diritti di cittadini e di uomini liberi al diciottesimo anno d'età... sì: qualunque cosa ci succeda di male (escludendo le tragedie che ci colpiscono senza che ne abbiamo controllo, come la guerra, come il lutto, eccetera), è "colpa" nostra.

Non parlo propriamente di "colpe", per la verità, ma di "responsabilità". La nostra vita, dal momento che siamo adulti, è in nostro pugno, è nostra scelta e responsabilità renderla quanto più vicina possibile alla "felicità".

Come? Smettendo di autosabotarci per avvantaggiare chi brama la nostra infelicità. E, all'atto pratico, accettando le cose così come sono. 

L'Inferno dantesco è sintetizzabile in una frase "E' colpa tua! (non mia)". Sono le colpe che attribuiamo agli altri, e che in realtà ci sono proprie; è il proprio cocciuto attribuire agli altri la responsabilità della propria condotta e della propria vita, che rende le persone fallite -- per usare termini concreti e subito d'impatto.

Siamo noi al timone -- gli altri possono tentare di distrarci, il mare può essere in tempesta, ma nostra è la responsabilità di tirare avanti fino alla mèta. Non lasciandoci scoraggiare nemmeno dai nostri demoni mentali che ci punzecchiano coi rimproveri, con le paure, con l'autocompiangimento.

Chi è "adulto" sa semplicemente non piangersi addosso.

Con una scrollata di spalle, dire: "E' così" ma non solo quello: "E' così, ma posso cambiare le cose". L'essere adulti include la consapevolezza delle circostanze attuali e la conoscenza dei propri limiti e potenzialità nell'ottica di un cambiamento-ribaltamento delle circostanze. Cioè a dire,

Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
La forza di cambiare quelle che posso cambiare,
E la saggezza di capirne la differenza.

- Preghiera della serenità

Sono, in ogni momento, responsabile delle scelte che prendo e di conseguenza delle ripercussioni (buone o cattive) che avranno nella mia vita.

Il piangersi addosso include, come situazione molto diffusa e comune, il compatirsi sulla propria condizione di vittime di fronte al giudizio altrui. Ma non si è solo vittime. Molto più spesso assieme a questo stato d'essere corre in parallelo uno stato d'animo: il far le vittime. L'essere vittime è ancora accettabile. Il fare le vittime mai. Mai bisogna autocompiangersi, in nessuna circostanza -- in questo mi sento perfettamente d'accordo con gli stoici. Mai bisogna puntare il dito sugli altri. Piuttosto puntarlo al proprio petto e dire: "mea culpa".

Il "mea culpa" è il sunto del Purgatorio -- un luogo a mezzavia fra l'Inferno di prima e il Paradiso successivo, che interviene quando la terra arida dà luce a un fiore e poi a un campo di fiori. 

Il Paradiso è in parole povere l'auto-realizzazione della "scala di Maslow". (Che è già psicologia pop; non c'è bisogno di parlarne.)

Il fratello di Henry James, William, passò dall'essere un disabile reietto ad essere un filosofo e scienziato di tutto rispetto semplicemente facendo questo switch: assumersi le responsabilità della sua vita.

Anche la morte, anche il suicidio, è una presa di responsabilità, perché è una scelta; e chi non riesce a compiere una delle due scelte fondamentali, se vivere o morire (macrocategorie nelle quali possiamo incasellare tutte le variabili di ogni istante che viviamo, di ogni singola cosa che compiamo), si trova davvero all'Inferno.

Quando inizia la scelta, inizia il Purgatorio. Quando inizia il discernimento, fra bene e male, inizia l'umanità -- inizia l'essere umani. Prima di allora si è solo morti che respirano.

Quale che sia la scelta -- vivere o morire -- è irrilevante. Non è filosoficamente meglio "vivere" a "morire". Non esiste nessun trattato filosofico che lo sostenga. Camus stesso, dopo aver scritto il Mito di Sisifo, ricevette forti critiche e venne praticamente smontato nella sua tesi da Sartre. Non è nemmeno moralmente più integerrima la vita, se non vogliamo appellarci alla dottrina cattolica. (E non vogliamo). Il fatto è che qualunque scelta è meglio del blocco della non-scelta, che è l'equivalente al "è colpa tua, non mia!", che equivale all'Inferno.

Quale che sia la scelta, bisogna compierla con responsabilità e avere la maturità di mantenere la promessa

E' una promessa che facciamo a noi stessi, quando scegliamo la vita, decidendo di essere forti -- con tutte le dovute, ovvie cadute. (Basta rialzarsi).

E' una decisione perentoria, quando decidiamo di porre fine a tutto. 

Ma in tutti i casi, conciliare vivere e morire è il girone di Satana in poche parole. E' ciò che ci rende vicini a Satana e lontani da Dio

Dio è vita, e la vita include la morte inevitabilmente, ma che le due cose corrano in parallelo -- è tutto lì il diabolico.

giovedì 21 maggio 2026

Sull'attentato di Modena

Si chiama Saku Talukder, ha 21 anni, viene dal Bangladesh. Ed è uno degli eroi di Modena.

Quattro anni fa è salito su un barcone in Libia e ha attraversato il Mediterraneo. È sbarcato a Lampedusa. Lo hanno mandato a Modena, dove lavora all’Italpizza, lontano dai genitori rimasti in Bangladesh. Sabato pomeriggio, mentre Salim El Koudri travolgeva otto persone con la sua Citroën e scendeva dall’abitacolo impugnando un coltello, Saku era lì. È uno di quei cinque uomini diventati una mano sola nell’immagine che da due giorni gira ovunque. Si è lanciato con gli altri, ha disarmato l’aggressore, gli ha strappato il coltello di mano e l’ha buttato in strada.

Poi è tornato dai feriti a portare acqua, a chiedere come poteva aiutare.
A chi gli chiede se ha avuto paura, risponde così: “In quel momento non ci ho pensato. Era più importante aiutare Luca, che sanguinava”. A chi gli chiede perché lo ha fatto e se lo rifarebbe: “I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna aiutare gli altri quando sono in difficoltà. Certo. Sempre. La vita delle persone viene prima di tutto”. E infine: “In tanti sono abituati a dire che gli stranieri delinquono. Ma non siamo tutti uguali. Anche gli stranieri sono onesti”.

Saku ha rischiato la vita per salvare quella di sconosciuti italiani in una via del centro di Modena. Lo ha fatto con il coraggio di chi sa cosa vuol dire perdere tutto e ricominciare da zero, di chi ha attraversato il mare per arrivare qui. Mentre lui correva incontro a un uomo armato di coltello, quelli che da anni passano le giornate a urlare contro “l’invasione” stavano comodamente seduti dietro a una tastiera.

Grazie Saku. Questa è casa tua.


(dal web)

sabato 11 aprile 2026

Lo sguardo della Guerra


Questo è il caporale ventisettenne Antonio Metruccio. Della 3ª Compagnia Aquile, 66º Reggimento Aeromobile “Trieste” dell’Italia, Antonio è stato fotografato pochi istanti dopo essere sopravvissuto a un brutale scontro a fuoco ininterrotto durato 72 ore a Bala Murghab, in Afghanistan.

Nessun sorriso. Nessuna posa. Solo la sua espressione cruda e senza filtri — lo Sguardo delle Mille Yard.

Quegli occhi azzurro ghiaccio non stanno solo guardando avanti… Stanno guardando indietro — in valli piene di fumo, terra intrisa di sangue, fratelli d’armi perduti e colpi di arma da fuoco che riecheggiano per tre giorni consecutivi.

Bala Murghab — un territorio pericoloso e senza legge vicino al confine con il Turkmenistan — è tristemente noto per le imboscate dei talebani, il traffico illegale e la guerriglia incessante. I soldati schierati qui spesso affrontano gli inferni più profondi della guerra moderna.

Lo “Sguardo delle Mille Yard” non è solo uno sguardo vuoto. È un urlo silenzioso dell’anima, un’onda d’urto dopo aver visto cose che la maggior parte delle persone non potrebbe nemmeno immaginare.

È lo sguardo di un uomo che ha guardato la morte negli occhi… ed è tornato vivo.

Non dimentichiamolo mai: Dietro ogni uniforme c’è un cuore che sanguina. Dietro ogni sguardo c’è una storia che lascia cicatrici. Dietro ogni soldato… c’è un essere umano.

La foto è ormai iconica — condivisa in tutto il mondo per mostrare cosa fa davvero la guerra a una persona.

martedì 7 aprile 2026

La coazione a ripetere


Una volta scarcerati, molti carcerati tornano a commettere crimini nella speranza di farsi rimettere in cella. Il “conosciuto”, per quanto turpe e negativo, è tendenzialmente più rassicurante e quindi preferibile al nuovo.

Noi esseri umani siamo portati, in determinati casi, a tornare nelle condizioni che in principio ci hanno causato “traumi” o hanno rotto l’equilibrio prestabilito. Ci si incastra in riproduzioni continue del trauma originario, nell’illusione di riuscire, tentando e ritentando, a venirne fuori da soli.

Il concetto di “coazione a ripetere”, introdotto ufficialmente da Freud in Al di là del principio del piacere (1920), riguarda la ripetizione coatta di comportamenti o azioni che riproducono un trauma specifico, nell’illusione che prima o poi, in un certo modo, si riuscirà ad operare un’opera di riscrittura del passato ottenendo nelle medesime circostanze (continuamente riprodotte) ciò che costituisce, nella mente del malato, una “risoluzione” del problema – o trauma, o frattura – con le sole proprie forze. Questa scoperta resta ancora oggi uno strumento utile per leggere alcuni comportamenti umani che, a prima vista, sembrano irrazionali o autodistruttivi.

Non tutte le persone che hanno vissuto un trauma tendono a riprodurlo. E, soprattutto, non esiste un unico modo “tipico” di reagire al dolore. L’idea, ad esempio, che una donna sopravvissuta a uno stupro diventi necessariamente promiscua è una generalizzazione - le risposte al trauma sono molteplici, complesse e individuali. Alcune persone possono evitare qualsiasi situazione che ricordi l’evento, altre possono sviluppare comportamenti di controllo, altre ancora possono effettivamente entrare in dinamiche ripetitive.

Ciò che la teoria della coazione a ripetere cerca di mettere in luce non è un destino inevitabile, ma una possibile dinamica psichica: il tentativo, spesso inconsapevole, di tornare su ciò che ha ferito nella speranza di modificarne l’esito. È come se la mente dicesse: “Questa volta andrà diversamente”. Ma senza strumenti adeguati, senza consapevolezza e senza supporto, il rischio è quello di rimanere intrappolati nello stesso schema.

Interrompere questo circolo non è semplice. Richiede tempo, spesso richiede aiuto, e quasi sempre implica l’attraversamento di territori sconosciuti e scomodi. Il “nuovo” fa paura proprio perché non offre le stesse coordinate del “noto”, anche quando quest’ultimo è doloroso. Eppure è proprio in quello spazio incerto che può nascere qualcosa di diverso: una possibilità di scelta, una distanza dal passato, una forma di libertà.

La guarigione, in questo senso, non è una cancellazione del trauma, ma una trasformazione del rapporto che abbiamo con esso. Non si tratta di “riscrivere” il passato, ma di smettere di esserne prigionieri. Più che di rompere semplicemente un circolo vizioso, si tratterebbe di costruire, passo dopo passo, un’alternativa possibile.

martedì 20 gennaio 2026

Il sottile filo rosso che unisce dittatura a patriarcato (note da "Anatomia della distruttività umana")

"Le primitive società di clan, e probabilmente quella dei cacciatori preistorici a partire da circa cinquemila anni fa, erano fondamentalmente diverse dalla società civile, proprio perché le relazioni umane non erano governate dai principi di controllo e potere, e il loro funzionamento dipendeva dal reciproco aiuto. Chiunque fosse dominato dalla passione di controllare il prossimo sarebbe diventato socialmente un fallito, perdendo ogni prestigio [...]
Il periodo storico successivo, quello dello sviluppo urbano, sembra aver introdotto non solo nuovi tipi di civiltà, ma anche quelle passioni che sono generalmente considerate attributi naturali dell'uomo [...]
Dall'antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più "democratica", cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a "straripare" per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva soltanto di migliorare la vita, ma anche di espandere il potere collettivo."

Venere di Willendorf, o "Grande madre"

Cinquemila anni prima della nascita di Cristo, il mondo venerava divinità femminili - Dio veniva connesso direttamente all'idea di fertlità, gravidanza, generazione, creazione "naturali", così la Grande Dea creatrice dell'universo aveva fianchi larghi e addome prominente perché in grado di portare in grembo la vita.
Con l'urbanizzazione successiva presero piede cambiamenti sociali e umani che portarono al mondo che abbiamo oggi - guidato, costruito o meglio distrutto e ricostruito dagli uomini.
Il passaggio da una divinità femminile ad una maschile (YHWH, e le divinità politeiste e monoteiste precedenti) venne descritto in uno dei documenti più antichi della letteratura, ovvero l'inno babilonese della creazione, Enuma Elish. Il mito descrive la ribellione vittoriosa degli dei maschili contro Tiamat, la "Grande Madre" che governava l'universo. 
Tiamat viene massacrata, dopo una lotta durissima, da Marduk, come si esplicita nei seguenti versi:

"E poi misero un indumento nel mezzo;
A Marduk, loro primogenito, dissero:
"In verità, o signore, il tuo destino è supremo fra gli dei,
Comanda di distruggere e di creare, (e) così sarà!
Che l'indumento sia distrutto cpon la parola della tua bocca;
Comanda di nuovo, e l'indumento si riformerà!"
Comandò con la sua bocca, e l'indumento fu distrutto,
Comandò di nuovo, e l'indumento si riformò.
Quando gli dei, i padri suoi, osservarono l'efficacia della sua parola
Si rallegrarono (e) resero omaggio, (dicendo):
"Marduk è re!"."

Fino alle società neolitiche, che vivevano di caccia e di raccolta, sentimenti come l'avidità, l'invidia, l'odio, la sopraffazione, il comando, il controllo, erano concetti inconcepibili e quando sorgevano venivano stroncati sul nascere e severamente puniti dalla collettività. Queste società arcaiche non conoscevano la politica, il dominio, la sopraffazione, la guerra; le loro società erano fondate su un comunismo che metteva a beneficio di tutti ogni proprietà sulla terra percorsa. Se qualcuno poteva rivendicare il possesso di un pezzo di terra o di un albero per evitare che i beni venissero distribuiti in modo iniquo - e il baratto avveniva tramite il gioco -, non c'era nessun capo. Le società matriarcali si organizzavano su concetti quali altruismo, aiuto reciproco, filoxenia (= simpatia per lo straniero), amore, pace. (Eravamo i bonobo della civiltà umana)

Successivamente dall'invenzione della ruota e dell'aratro, i nostri antenati compresero che potevano ottenere ciò che prima ottenevano attraverso duro lavoro (molte risorse e molta fatica venivano impiegati nella lavorazione della terra) sfruttando la forza lavoro degli animali da soma come i buoi; da lì germogliò il seme satanico della persuasione del "potere": così come l'uomo (maschio) poteva dominare il mondo animale, assoggettare le specie inferiori, poteva anche ridurre suoi simili che per ragioni disparate mancavano o avevano perduto prestigio sociale alla schiavitù, permettendo ad una elite agiata (re e imperatori) di dominare e vivere lussuosamente con una grande fetta del ricavato del lavoro di migliaia di schiavi. 

L'urbanizzazione, con a capo gli uomini e le divinità maschili, portò ad una società in cui, a partire dall'esaltazione del potere, si scoperchiò il vaso di Pandora di tutti i mali dell'umanità. Sete di potere vuol dire ingiustizia, gerarchia, vite non egualitarie ma sorteggiate dalla fortuna, una larga differenza fra chi può tutto e chi non può nulla - e ovviamente la guerra, per ampliare i confini dei possedimenti dei re/imperatori, che si servivano della classe dei soldati per espandere la loro influenza e il loro dominio su più territori possibili.

Se da un lato la società "degli uomini" è caratterizzata dal progresso , dall'uso della scrittura (Dio creò il mondo con "la parola") alle scoperte in campo scientifico (il periodo di Marduk fu il più rapido della Storia quanto a scoperte fino ai tempi di Galileo), conteneva in sé tutto ciò che avrebbe portato, dopo un'enorme espansione del potere umano, ad un ritiro intrinseco della qualità del vivere, fino ai giorni nostri. 

Assistiamo ad una drammatica implosione dell'umanità di nuovo dominata dal mito della guerra, del possesso, conseguenza di più di un secolo di assenza di Dio - che nel Nuovo Testamento si fa più pacifico perché tenta di operare una sintesi fra il Dio del Vecchio Testamento e le divinità femminili delle società matriarcali neolitiche antecedenti - e dalla disumanizzante tecnologia avanzata.

La razionalità, che è un attributo tendenzialmente più maschile che femminile, prevale sull'emotività e sul sentimento, entrambe qualità femminili. Descrizioni accurate delle guerre indette dagli Egizi contro i popoli vicini sottolineano l'insorgere di una passione umana sconosciuta alle società matriarcali, ovvero il sadismo. Descrizioni dettagliate di torture e di mutilazioni celebrano il "potere" dell'uomo che poiché distrugge può comandare su ciò che è ridotto in polvere.

Le società patriarcali sono necrofile. Amano la morte, la distruzione, la guerra, e rendere inerte la vita - perché attraverso l'omicidio (o il dolore indotto), possono saziare la propria sete di potere. Combinato a Narcisismo e Simbiosi materna, Fromm definisce il sadismo come una componente della "Triade oscura" di personalità che caratterizzava soggetti come Adolf Hitler, i regimi dittatoriali e totalitari, e definì i più gravi massacri, stermini e genocidi della storia. 

sabato 17 gennaio 2026

Bandura e la normalizzazione del male

“In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.” 
Hermann Hesse.

Secondo Albert Bandura, psicologo canadese, prefigurarsi il male non significa pensare a persone disturbate, preda di impulsi incontrollabili, "pazze" o disadattate.
Bandura definiva una serie di meccanismi che i "normali" mettono in atto per compiere il male più distruttivo continuando a sentirsi al contempo "brave persone". Definì questo pensiero "teoria del disimpegno morale".

Il disimpegno morale è composto da una serie di auto-assoluzioni che permettono di mantenere intatta l'immagine idilliaca del sé come "non malvagio", comunque commettendo atti malvagi
  1. Giustificazione morale. "Lo faccio per un bene più grande". La violenza diventa necessaria (si ricordi Orwell: "La guerra è pace".)
  2. Eufemismo linguistico. "Ma stavo solo scherzando!". Camuffare la violenza da "scherzo" consente alla persona molesta di molestare indisturbata da ogni responsabilità sul suo comportamento.
  3. Confronto vantaggioso. "C'è chi fa di peggio". Dato che esiste, potenzialmente, un male più grande, il male che il molestatore compie è "assolto". Non so se avete mai sentito parlare di quei che "Non ho mai ucciso nessuno!". Suppongo di sì
  4. Diffusione di responsabilità. "Lo fanno tutti": unirsi al coro di molestie "diluisce" la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva, proprio perché così diluita, meno imputabile. Un esempio affine, che rientra nella categoria: Eichmann, come spiega la Arendt in "La banalità del male", si difese fino all'ultimo al tribunale di Norimberga dicendo che "non aveva fatto nulla di sbagliato" e che erano "ordini dall'alto (che non poteva non eseguire)". In questo contesto se la decisione di nuocere è una "delega", condivisa, chi perpetra il male si sente automaticamente auto-assolto.
  5. Negare o minimizzare le conseguenze. "Non le ho fatto nulla di grave", "quanti drammi fa questa drama-queen, per così poco!".
  6. Disumanizzazione della vittima. A mio avviso il disimpegno morale più frequente. "E' un cane", "è un animale", è (comunque sia) "disumana". Non è in grado di soffrire pertanto come un essere umano; sto colpendo una "cosa", non un essere capace di star male assorbendo la violenza che gli uso.
  7. Attribuzione di colpa (alla vittima). "Tu poi, proprio te le cerchi...". Autoassoluzione molto potente. Si giustifica il male sulla base di una provocazione, vera o più spesso presunta, data dalla vittima.
Il male non nasce soltanto da "persone malvage", ma da auto-giustificazioni condivise.

La "normalizzazione del male" avviene quando il male non è solo intenzione singola, ma ambiente. In alcuni ambienti il male può prosperare attraverso un vicendevole rinforzo reciproco a proseguire nella condotta molesta. Se un gruppo, un'istituzione o una società:
  • ridicolizza le vittime
  • minimizza l'abuso
  • glorifica la forza e il dominio
  • punisce chi denuncia
  • giustifica la prevaricazione
... il male finisce di essere un'eccezione "deviata" e diventa normalità e prassi condivisa. In questa situazione non c'è un argine ad esso che serva a qualcosa, se non, probabilmente, la fuga. L'abusante è anni luce dal trovare remore al suo comportamento deviato, anzi: è una cosa ai suoi occhi "naturale" verso quello specifico bersaglio. Non c'è nessun margine di senso di colpa e quindi di ravvedimento.

Il male più pericoloso non è quello spettacolare o patologico. E' quello praticato da persone normali che credono di avere buone ragioni.



giovedì 1 gennaio 2026

L'insulto definisce chi lo usa



Un gioco di specchi. Sapresti sopravvivere incontrando il tuo doppio?

Il tuo doppio è in ogni persona che incontri. L'universo di fuori è di dentro. Ciò che troviamo insopportabile nell'altro è ciò che ci rappresenta. L'insulto definisce più chi lo adopera che chi lo riceve. 

Quando colpiamo l'altro con certe parole, sono le stesse che useremmo nei momenti di sconforto per definire noi stessi. Non è mai capitato che nel bel mezzo di una furiosa escalation di violenza, di violenza verbale, una vocina suggerisse: "questo sei tu", "non lui"? Il cardine del senso di colpa successivo è proprio riconoscere in sé il male che si proietta sull'altro.

Non incontriamo altro che parti noi in ciascuna persona. Tanto più se ci provocano delle reazioni: odio, disprezzo, rifiuto. Vediamo le parti di noi che sono inaccettabili nell'altro e per distruggerle le tartassiamo di fuori.

Il processo di individuazione riguarda il guardare in faccia il male interno a ciascuno di noi e smettere di proiettarlo di fuori per ucciderlo - piuttosto "accoglierlo", perché ha bisogno di essere compreso ed ascoltato.

Stigma: note sull'identità degradata (E. Goffman)

“Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.”
E. Goffman, Stigma

Come definire la normalità? è qualcosa che esiste come un contrasto, un non-colore come il bianco o il nero. è solo a partire dal confronto con ciò che "non è normale" che abbiamo una definizione di "normalità". e cioè:

ciò che non si discosta negativamente dalle nostre aspettative (specie in modo reiterato nel tempo).

Se - scrive Goffman in soldoni - si verificano in forma continua violazioni del "codice di normalità" si crea una frattura fra "l'identità sociale virtuale" (attribuita al non-normale) e "l'identità sociale attuale" (la "vera identità" dello stigmatizzato), in modo cristallizzato e stabile nel tempo.
Non si tratta solo di giudizi ma di pregiudizi in quanto potenzialmente qualunque cosa che uno stigmatizzato potrebbe compiere di - pure - normale viene letto attraverso i filtri della sua indiscutibile "non-normalità", che è a tutti gli effetti un'identità negata o degradata attraverso lo stigma che lo disumanizza. (Come sopra: crediamo che una persona con uno stigma non sia "proprio umana").

Finché esisteranno criteri per stabilire cosa è "normale" e cosa "no", all'ingiustizia sociale non ci sarà mai fine. Alla sofferenza dei diversi e dei deboli, mai una fine. 

E' per questo che le lotte cosiddette "woke" sono più importanti di quanto sembrino. Chi vi si oppone semplicemente non accetta di perdere il proprio privilegio trovandosi sullo stesso piano di colui che definisce "non-normale" e che potrebbe essere visto come un essere umano qualsiasi da un normale che sia (come definisce Goffman) "saggio" (non solo da uno stigmatizzato di pari tipo).

lunedì 29 dicembre 2025

Correre il rischio di essere felici in una società liquida


Ecco cosa succede quando passiamo tanto tempo insieme a una persona: le vogliamo bene. Anche se questa frase si presta a facili ironie da parte dei misantropi o asociali, o dei cinici, è una verità dura come la roccia che forse non tutti sono capaci di accogliere, perché nell'era dell'amore liquido (e della società liquida) non si ha più cura di nulla, men che meno dell'amore. 
Una citazione di Alessandro D'Avenia paragonava la "cultura" all'"aver cura":

“La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisirà più cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell'umano e occuparsene perché tutto dia frutto a tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

Forse D'Avenia parla di cose che non capisce?
Forse parla dell'amore nel suo termine più puro - aver pazienza, aver impegno, aver coraggio, per farsi addomesticare, per cedere al legame, cedere le resistenze, abbandonare la paura, di essere visti e di poter soffrire una volta che ci si è legati all'altro.
Non è un caso che "legame" nella nostra lingua voglia dire sia "relazione" che "nodo". Che si accosti l'anello al dito all'anello (con catena) alla caviglia. Ma è restando imprigionati dall'altro, senza tuttavia essere prigionieri, sapendo di restare "di tutto il mondo", sempre trovando casa in un'unica persona, che facciamo esperienza dell'amore e che possiamo sperare di salvarci dal dolore del mondo, dall'odio del mondo, dalla solitudine che proviamo.
Lasciamoci mettere sotto chiave, con le chiavi per uscirne in mano. Scopriremo forse di non averne mai bisogno.