| Gabor Maté |
Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi.
Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.
La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.
Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.
Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale.
Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.
Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.
Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.
Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto.
Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.
La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm defomosce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".
Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche.
Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:
"Non è segno di salute mentale
essere ben adattati a una società profondamente malata"