Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post

domenica 5 luglio 2026

Tutto l'universo obbedisce all'amore

British Cemetery, Catania

Sempre  nei cimiteri si percepisce un senso ineffabile di pace e tranquillità.
E' una cosa che mi risulta affascinante, perché -- forse -- vuol dire che "i morti sono in pace". Pensarlo è bello. Rassicurante. Caloroso. E' gioioso.
Poiché tutti siamo destinati a tornare alla terra.

L'aria dei cimiteri -- mi piace pensare -- è l'aria di Dio, del Cosmo così com'è stato ordito da Dio.

Se vi sentite perduti, guardate il cielo: il lento movimento delle nuvole sospinte con dolcezza dal vento; le stelle brillanti nel cielo notturno; la luna, che riluce solitaria in mezzo ad esse...

L'universo, io credo, è calmo. Credo che Satana -- o il Male, o l'Ego --, all'interno del cuore degli uomini renda tutto molto caotico e fracassoso -- inutilmente.

Morire vuol dire un po' tornare al Tutto prima del Nulla.

Come può qualcosa di così dolce essere frutto del caso?
Come può non esserci un'Intelligenza alle spalle?
Sia pure il "Deus sive natura" di Spinoza.

Non so molto di astrofisica -- non so nulla di astrofisica -- ma quando guardo il cielo, io mi sento così in pace e... a volte, triste. Piccola come un granello di polvere di fronte alla vastità dell'universo.

A che serve preoccuparsi?
Quanto piccoli sono i miei (i nostri) problemi di fronte all'immensità ed indifferenza dell'Universo?

Giacomo Leopardi lo scrisse nel suo "Infinito".

E in questa immensità s'annega il pensier mio, 
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Tutto l'universo obbedisce all'amore. E' il titolo di una canzone -- bellissima -- di Battiato e Consoli. I due cantautori siciliani si sono uniti per dar vita ad un pezzo geniale e storico. 

"Storico", dico, non tanto per la sua popolarità. Ma perché ricalca i concetti di quella lettera (attribuita a) Einstein alla figlia Lieserl, poco prima di morire:

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora,
perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente per la quale
la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
E’ una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile
e potente delle forze.

L’amore è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è gravità, perché fa in modo
che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è potenza, perché moltiplica
il meglio che è in noi, e permette che l’umanità
non si estingua nel suo cieco egoismo.
l’amore svela e rivela. per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e
dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo,
forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo
non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice
sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di e = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso
l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è
la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo
delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento
di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva,
se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere
ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta. 
Tuo padre Albert Einstein

martedì 16 giugno 2026

Αἰδώς e ὕβρις: l'equilibrio perduto tra misura e tracotanza nella cultura greca

E. Hopper, "A woman in the sun"

Tra i concetti più affascinanti dell'antica Grecia vi sono αἰδώς (aidṓs) e ὕβρις (hýbris). Questi due termini rappresentano forze opposte che attraversano la letteratura, la filosofia e la religione greca, offrendo ancora oggi una chiave per comprendere il comportamento umano.

Se la modernità celebra spesso l'ambizione senza limiti e l'affermazione individuale, i Greci ci ricordano che esiste una sottile linea tra il legittimo desiderio di eccellere e la distruttiva arroganza che conduce alla rovina.

Tradurre il termine αἰδώς non è semplice. Le parole "vergogna", "pudore", "rispetto" o "senso dell'onore" ne colgono soltanto alcuni aspetti.

L'αἰδώς era una disposizione interiore che induceva l'individuo a riconoscere i propri limiti e a rispettare gli altri, gli dèi e l'ordine del cosmo. Non si trattava di paura della punizione, ma di una forma di consapevolezza morale che impediva di oltrepassare ciò che era giusto.

Nei poemi omerici l'eroe prova αἰδώς davanti ai compagni, alla famiglia o agli dèi. E' il sentimento che trattiene dall'agire in modo disonorevole e che preserva l'armonia della comunità.

Per i Greci, l'αἰδώς era una virtù fondamentale perché consentiva di mantenere la μέτρον (métron), la giusta misura (il γνῶθι σεαυτόν, "conosci te stesso" di Porfirio). 

Iscrizione nel Tempio di Apollo, a Delfi.

Chi possedeva αἰδώς sapeva che ogni essere umano è mortale e limitato, e che ignorare questa condizione significava esporsi al pericolo.

All'opposto troviamo la ὕβρις (hybris), termine spesso tradotto come "tracotanza", "arroganza" o "superbia". Ma anche questa traduzione è riduttiva.

La hybris consiste nel tentativo dell'essere umano di oltrepassare il proprio posto nel mondo, sfidando l'ordine stabilito dagli dèi e dalla natura. E' l'eccesso che porta l'individuo a credersi superiore agli altri e persino alle divinità.

Nella mentalità greca la hybris non era soltanto un difetto caratteriale: era una colpa grave che rompeva l'equilibrio universale.

L'uomo dominato dalla hybris perde il senso del limite. Convinto della propria invincibilità, ignora gli avvertimenti e si abbandona a un comportamento che inevitabilmente conduce alla catastrofe.

Le grandi tragedie di autori come Sofocle, Eschilo ed Euripide sono costellate di personaggi che cadono vittime della hybris.

Pensiamo a Edipo, che cerca ostinatamente di sfuggire al proprio destino, oppure ad Agamennone, il cui orgoglio lo conduce alla rovina. In ciascun caso il protagonista supera un limite che non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sequenza è quasi sempre la stessa:
  • successo o potere;
  • perdita del senso della misura;
  • comparsa della hybris;
  • punizione o caduta;
  • riconoscimento dell'errore.
La tragedia diventa così uno strumento educativo. Lo spettatore comprende che nessuno può sottrarsi alla propria condizione umana.

Sebbene siano concetti nati oltre duemila anni fa, αἰδώς e ὕβρις parlano ancora al nostro presente.

La cultura contemporanea tende spesso a premiare l'autopromozione, l'espansione illimitata e la ricerca incessante del successo. In questo contesto, la hybris può assumere nuove forme: la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema, l'illusione di una crescita infinita o la presunzione di poter ignorare i limiti imposti dall'ambiente e dalla natura.

L'αἰδώς, invece, invita alla responsabilità, alla prudenza e alla consapevolezza dei propri limiti. Non significa rinunciare all'ambizione, ma riconoscere che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni e conseguenze.

La grande intuizione dei Greci consiste nell'aver compreso che la libertà autentica non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli.

L'αἰδώς rappresenta la saggezza di chi conosce la propria misura; la ὕβρις l'illusione di chi crede di poterla superare impunemente.

Tra queste due forze si gioca ancora oggi una delle sfide fondamentali dell'esistenza umana -- trovare un equilibrio tra aspirazione e moderazione, tra desiderio di grandezza e coscienza della propria fragilità.

La vera grandezza non consiste nel dominare tutto, ma nel sapere fin dove possiamo arrivare senza perdere noi stessi.

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-

sabato 30 maggio 2026

Fuori e (è) dentro, e la conciliazione delle polarità opposte



La legge dello Specchio enuncia un principio psicologico semplice: ogni persona alla quale reagiamo emotivamente rappresenta delle parti di noi che rifiutiamo (nel caso del disprezzo o dell'odio) o che amiamo (nel caso dell'apprezzamento e della stima); in tutti i casi che ci rispecchiano.

Questo significa che "il dentro" è anche "il fuori" e viceversa.

Le persone che incontriamo -- intendendo ogni singola persona che in qualunque modo cattura la nostra attenzione, con cui creiamo o evitiamo un legame, ma in tutti i casi che crea in noi una (qualche) risonanza emotiva -- sono specchi di noi stessi.

Se disprezzo in una persona la "volgarità", intrinsecamente quell'attributo è parte di me, ma io l'ho rifiutato e relegato nel mio inconscio per non poterlo vedere in me.

Se di una persona apprezzo la gentilezza, la gentilezza è una qualità speculare che forse mi manca a livello conscio.

Ammiriamo le parti di noi che ci mancano a livello conscio nell'altro -- ma che sono presenti nel nostro inconscio -- e lo stesso discorso vale quando troviamo spregevole un tratto caratteriale o fisico dell'altro.

Spesso la linea di separazione fra le polarità è molto sottile -- come ci insegna la filosofia Zen del Tao.

Parliamo della "volpe e l'uva", antica fiaba di Esopo, per richiamare retoricamente l'atteggiamento di screditazione di ciò che in fondo si desidera. Il disprezzo che si dedica a chi in fondo invidiamo -- e proprio per il motivo che invidiamo. Esempio: una ragazza sovrappeso entra in un bar in abiti succinti che non le rendono giustizia, e un bullo di quartiere la deride o la disprezza facendo commenti di disapprovazione sul suo corpo o sul modo in cui è vestita.

Può darsi che il bullo di quartiere in realtà provi segretamente invidia per la libertà della ragazza, che con la sua fisicità e/o il suo look sfida i suoi "confini mentali" di ciò che è giusto e ciò che non lo è, e quindi -- in soldoni -- risvegli in lui desiderio (per quell'attributo). Ecco che disprezzo, biasimo, pettegolezzo, e persino invidia, possono camminare insieme all'ammirazione e alla segreta stima.

Altro esempio "sputtanatissimo" -- l'amore e l'odio.

In certi articoli di psicologia si legge che l'odio è "l'altra faccia dell'amore" nel senso che nessuna relazione di amore è autentica se non corre di pari passo con la capacità d'odio per il medesimo oggetto.

Si odia perché si ama; si ama in quanto si odia.

(Non a caso a livello neurologico è stato osservato che si attivano le medesime aree del cervello alla vista sia di una persona odiata, sia di una persona amata).

L'opposto dell'amore -- ovviamente -- non è l'odio ma l'indifferenza. L'odio sorge come reazione spontanea all'amore, quando ci sentiamo colpiti nelle nostre fragilità e ci sentiamo vulnerabili all'altro. E' una faccenda di potere -- contrapposto alla vulnerabilità del sentimento: ti odio in quanto non posso permettermi (o non riesco ad) amarti, perché se lo facessi (o se ci riuscissi), verrebbe meno il mio orgoglio, verrebbero meno le mie difese.

Dante scrisse nella sua opera omnia: "Amor ch'a nullo amato amar perdona" -- che in soldoni vuol dire: non possiamo trattenerci dall'amare chi ci ama. Lo valuto piuttosto vero. Ma attenzione -- non sto affermando l'eresia che non esistano amori non corrisposti. Tuttavia, se io provo un investimento emotivo verso di te, è veramente difficile (per non dire impossibile) che la cosa non ti tocchi nemmeno un po'.

Possiamo dare per vera l'asserzione di Dante non nell'accezione di "ogni amore è sempre mutuale, se non lo è lo sarà per forza", che sarebbe una gran cazzata, ma in quella de "ogni investimento emotivo equivale a un ritorno emotivo" come nella legge di causa-effetto.

Che questo sia un tenue interesse o un'irritazione, un fastidio, non siamo mai indifferenti a chi ci ama o prova qualcosa per noi -- chiunque egli sia e in qualunque contesto si inserisca.

martedì 26 maggio 2026

Il potere della forza di volontà


Sottovalutiamo sistematicamente il potenziale della forza di volontà. Ci sentiamo spesso in balìa di eventi avversi e ci crogioliamo nella sensazione di impotenza, senza nemmeno tentare di fare qualcosa per cambiare le condizioni.

In questo post vorrei affrontare diversi argomenti.

Partiamo dal primo: la "tecnica dei 5 secondi". Secondo la scrittrice di self-help Mel Robbins, quando c'è un blocco fra il "dovere" e la capacità di superare lo step dell'inizio, è sufficiente contare all'inverso da cinque fino a "zero". Allo "zero", imporsi di cominciare. Ho vagliato la tecnica e appurato che funziona. E non è altro che il potere della forza di volontà in atto.

La volontà è... o può essere, addirittura più potente di uno stato mentale alterato.

E, se questo vale per le sostanze psicotrope, va da sé che dovrebbe valere allo stesso modo per gli stati d'animo.

Lo psicologo e filosofo Alfred Adler avanzò la tesi che le nostre emozioni fossero totalmente sotto il nostro controllo; che, più che dipendere da una causa, siano volte ad una finalità.

Così noi possiamo scegliere, in qualunque circostanza, di arrabbiarci -- per il fine di imporre il nostro potere sull'altro --, o di restare perfettamente calmi; e allo stesso modo, possiamo "scegliere" se soffrire o essere felici -- in ogni momento di ogni giorno.

La felicità è infatti più una scelta che una condizione esistenziale.

Spesso ci crogioliamo nel dolore, compiendo -- più o meno consciamente -- scelte autolesive. Indirizziamo i nostri pensieri verso la negatività, ignorando le cose che potrebbero rinforzare positivamente la nostra energia. E ci teniamo, volontariamente, in situazioni degradanti nella caparbietà della non-azione e dell'amore per l'infelicità. Fare un lavoro che non ci piace. Correre dietro ad una persona che ci rifiuta e ci tratta male. Nella fattispecie, se riconosciamo in lei delle caratteristiche caratteriali che ci fanno innamorare, ci fissiamo su di lei in maniera quasi ossessiva, ci struggiamo per l'amore che non sa (perché non può) darci; eppure basterebbe accettare quello stato di cose ("Tizio non è innamorato di me") e mantenere fisso l'obiettivo: il vero obiettivo; una persona (simile a Tizio, ma che non sia, chiaramente, lui) che ricalchi gli stessi atteggiamenti e pertanto "copra" gli stessi bisogni.

Facciamo un passo indietro per definire il significato di "bisogno".

Il "bisogno" è qualcosa di cui non puoi assolutamente fare a meno per la tua felicità. Il desiderio è qualcosa che vuoi, ma di cui puoi fare a meno.

In questo contesto, il "bisogno" è l'amore; le caratteristiche (mentali e identitarie) di Tizio richiamano in me l'amore; ma che sia "proprio lui" a soddisfare il mio bisogno d'amore, è relativo

E' importante distinguere desideri da bisogni e concentrarsi su questi ultimi, lavorando con caparbietà e disciplina, ogni giorno, per realizzarli.

Mantenersi fissi sull'obiettivo per mezzo della volontà in realtà non è "parte" ma tutto ciò che serve per la buona riuscita dell'obiettivo stesso.

Ci saranno per forza ostacoli sulla strada per raggiungerlo: se il focus resta fisso sulla realizzazione del bisogno, il bisogno, prima o poi, verrà esaudito.

Non dobbiamo sottovalutare la volontà perché, se le circostanze sono mutevoli e imprevedibili, essa costituisce comunque un buon 90% di ciò che ci serve per raggiungere gli obiettivi che ci rendono felici.


sabato 23 maggio 2026

Siamo responsabili dei nostri mali?


C'è un periodo della vita in cui non siamo responsabili di ciò che ci accade. E' quando siamo così piccoli da essere impotenti di fronte alla realtà di abuso e sopraffazione che ci circonda. Non siamo responsabili degli insulti, delle botte, che subiamo quando abbiamo tre, o cinque anni. Dal momento in cui diventiamo capaci di operare una nostra influenza sulla realtà, ergo, in maniera ridotta già dai sei anni in poi, in maniera via via crescente quanto più invecchiamo, e acquisiamo i diritti di cittadini e di uomini liberi al diciottesimo anno d'età... sì: qualunque cosa ci succeda di male (escludendo le tragedie che ci colpiscono senza che ne abbiamo controllo, come la guerra, come il lutto, eccetera), è responsabilità nostra.

La nostra vita, dal momento che siamo adulti, è in nostro pugno, è nostra scelta e responsabilità renderla quanto più vicina possibile alla "felicità".

Come? Smettendo di autosabotarci per avvantaggiare chi brama la nostra infelicità. E, all'atto pratico, accettando le cose così come sono. 

L'Inferno dantesco è sintetizzabile in una frase "E' colpa tua! (non mia)". Sono le colpe che attribuiamo agli altri, e che in realtà ci sono proprie; è il proprio cocciuto attribuire agli altri la responsabilità della propria condotta e della propria vita, che rende le persone fallite -- per usare termini concreti e subito d'impatto.

Siamo noi al timone -- gli altri possono tentare di distrarci, il mare può essere in tempesta, ma nostra è la responsabilità di tirare avanti fino alla mèta. Non lasciandoci scoraggiare nemmeno dai nostri demoni mentali che ci punzecchiano coi rimproveri, con le paure, con l'autocompiangimento.

Chi è "adulto" sa semplicemente non piangersi addosso.

Con una scrollata di spalle, dire: "E' così" ma non solo quello: "E' così, ma posso cambiare le cose". L'essere adulti include la consapevolezza delle circostanze attuali e la conoscenza dei propri limiti e potenzialità nell'ottica di un cambiamento-ribaltamento delle circostanze. Cioè a dire,

Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
La forza di cambiare quelle che posso cambiare,
E la saggezza di capirne la differenza.

- Preghiera della serenità

Sono, in ogni momento, responsabile delle scelte che prendo e di conseguenza delle ripercussioni (buone o cattive) che avranno nella mia vita.

Il piangersi addosso include, come situazione molto diffusa e comune, il compatirsi sulla propria condizione di vittime di fronte al giudizio altrui. Ma non si è solo vittime. Molto più spesso assieme a questo stato d'essere corre in parallelo uno stato d'animo: il far le vittime. L'essere vittime è ancora accettabile. Il fare le vittime mai. Mai bisogna autocompiangersi, in nessuna circostanza -- in questo mi sento perfettamente d'accordo con gli stoici. Mai bisogna puntare il dito sugli altri. Piuttosto puntarlo al proprio petto e dire: "mea culpa".

Il "mea culpa" è il sunto del Purgatorio -- un luogo a mezzavia fra l'Inferno di prima e il Paradiso successivo, che interviene quando la terra arida dà luce a un fiore e poi a un campo di fiori. 

Il Paradiso è in parole povere l'auto-realizzazione della "scala di Maslow". (Che è già psicologia pop; non c'è bisogno di parlarne.)

Il fratello di Henry James, William, passò dall'essere un disabile reietto ad essere un filosofo e scienziato di tutto rispetto semplicemente facendo questo switch: assumersi le responsabilità della sua vita.

Anche la morte, anche il suicidio, è una presa di responsabilità, perché è una scelta; e chi non riesce a compiere una delle due scelte fondamentali, se vivere o morire (macrocategorie nelle quali possiamo incasellare tutte le variabili di ogni istante che viviamo, di ogni singola cosa che compiamo), si trova davvero all'Inferno.

Quando inizia la scelta, inizia il Purgatorio. Quando inizia il discernimento, fra bene e male, inizia l'umanità -- inizia l'essere umani. Prima di allora si è solo morti che respirano.

Quale che sia la scelta -- vivere o morire -- è irrilevante. Non è filosoficamente meglio "vivere" a "morire". Non esiste nessun trattato filosofico che lo sostenga. Camus stesso, dopo aver scritto il Mito di Sisifo, ricevette forti critiche e venne praticamente smontato nella sua tesi da Sartre. Non è nemmeno moralmente più integerrima la vita, se non vogliamo appellarci alla dottrina cattolica. (E non vogliamo). Il fatto è che qualunque scelta è meglio del blocco della non-scelta, che è l'equivalente al "è colpa tua, non mia!", che equivale all'Inferno.

Quale che sia la scelta, bisogna compierla con responsabilità e avere la maturità di mantenere la promessa

E' una promessa che facciamo a noi stessi, quando scegliamo la vita, decidendo di essere forti -- con tutte le dovute, ovvie cadute. (Basta rialzarsi).

E' una decisione perentoria, quando decidiamo di porre fine a tutto. 

Ma in tutti i casi, conciliare vivere e morire è il girone di Satana in poche parole. E' ciò che ci rende vicini a Satana e lontani da Dio

Dio è vita, e la vita include la morte inevitabilmente, ma che le due cose corrano in parallelo, è il diabolico.

giovedì 14 maggio 2026

Il giocattolo di Dio, o "il Necessario"


εὐδαιμονία

La felicità in greco si chiama eudamonìa.
“Eu” vuol dire bene; “Daimon” vuol dire demone. Eudamonia è la buona riuscita del tuo demone.
Ciascuno di noi ha dentro di sè un demone. Se lo scopri, lo devi realizzare e se lo realizzi bene raggiungi l’eudaimonia, la buona riuscita del tuo demone e cioè la tua buona autorealizzazione.
Umberto Galimberti

Lo sanno quelli che hanno letto "Il codice dell'anima" di Hillman -- come esseri umani siamo chiamati a svolgere una missione in questa terra, dettata dal nostro "daimon" o demone, sebbene non sia che una rarità che qualcuno riesca nel proposito. Al contrario la maggior parte della gente del mondo vive vite terribilmente sofferte e povere di opportunità e prospettive -- come gli sfollati, i senzatetto, le vittime della guerra, i poveri dell'Africa subsahariana che sono costretti a compiere centinaia di km a piedi per avere dell'acqua ogni giorno. 

Sono estremamente ignorante sulla quantità spaventosa di male e dolore che esiste al mondo. Ritengo che una vita "felice", più che una vita in sintonia con la propria "chiamata", del proprio "daimon", (Galimberti dixit), sia più verosimilmente, oggi, una vita che non è afflitta da troppi problemi e vissuta in serena dignità. Entrambe caratteristiche che non sono proprie di gran parte dell'umanità.

Sono di idee un po' deterministiche -- e per me il mondo è un gioco già predeterminato, noi elementi del "gioco" di Dio, ciascuno con la sua essenziale importanza. Anche il male, in questa prospettiva, e l'immenso dolore che affligge l'umano, è nei suoi piani -- imperscutabili.

In che modo la religione può aiutarci a tollerare il dolore della vita? Con le parole di un prete:

"Le tue forze valgono a superare il giorno".

C'è molta saggezza in questa asserzione. Vivi solo per superare il giorno. Non preoccuparti di domani.

Il mio passo preferito della Bibbia è sempre stato il Vangelo di Matteo, 6:25-34:
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

martedì 14 aprile 2026

Rabbia e dolore


La rabbia è un rifugio - dietro la rabbia c'è dolore, in genere, così come dietro la malattia (di qualsiasi tipo) c'è la ferita dell'assenza d'amore. Se - scrisse Galimberti - potessimo fare un referto medico, sulle patologie psicologiche o somatiche di chiunque, un referto medico che veramente esprimesse i sentimenti del malato e il motivo reale per cui si è ammalato, ci sarebbe scritto in sostanza: "Fategli capire che deve amarmi, che deve preoccuparsi per me, che deve prestarmi la stessa cura e lo stesso rispetto che io gli impresto". Quale che sia la malattia - dai disturbi alimentari al cancro maligno.
Dunque malattia come richiesta implicita di amore, rabbia come espressione "deviata" di sofferenza. Ricordiamocelo quando giudichiamo con biasimo una persona che in profondità non è tanto malata o cattiva, quanto semplicemente sofferente.

La natura dell'odio


Contrariamente a quanto ci insegnano, l'odio non è un sentimento "umano" necessariamente; non affonda le radici nella natura umana, geneticamente, sebbene sia più antico dell'amore. Non è necessario né inevitabile odiare: l'odio è un sentimento che deriva da una struttura caratteriale narcisistica e ha come sua base l'invidia - così come l'ignoranza fa da pietra d'angolo alla paura e conseguentemente alla violenza.

Vero è che, se tu mi odii, sebbene io non ti odii di conseguenza (poiché non ne sento la necessità), non ti amerò di certo. Gesù, Giuseppe e Maria possono attaccarsi. Di fronte all'odio è civile, rispettoso di sé, sintomo di amor proprio, di sanità mentale prendere le distanze.

Una mente che sia limitata è più predisposta all'odio di una equilibrata e intelligente.

Una persona davvero intelligente non può essere cattiva, e cioè covare odio, perché l'odio è il presupposto di una mente povera di materia grigia.

Le passioni "sataniche", istillate dall'ego e contrapposte all'amore, sono circa queste qui: 
  • Odio. Come già detto, è invidia di base, e dirò di più - odio e invidia sono praticamente la stessa cosa. In filosofia si parla di "invidia esistenziale" quando essa non si rifà ai possedimenti dell'altro o alle sue qualità, ma alla sua mera esistenza. (E' il caso dei fratelli maggiori che odiano i minori, narcisisticamente, perché li hanno privati del posto privilegiato di "figli unici" davanti ai genitori).
  • Rancore. Il rancore è prova di una mente retoricamente "ottusa" in quanto incapace di concepire altri punti di vista e altri vissuti dal proprio. Si cova rancore perché ci si sente "assolutamente vittime"; sentirsi "assolutamente vittime" significa non capire la propria parte di colpa che esiste in tutte - ma proprio tutte - le dinamiche conflittuali umane.
  • Dinamiche di potere come la svalutazione. Quando ci si sente insicuri, e quando si percepisce la vita come una lotta costante, in altre parole - quando si è competitivi, è un continuo "mors tua, vita mea". Le persone più deboli hanno bisogno di affondare il prossimo per sentirsi meno insicure e difettose.
  • Sadismo. Questo è proprio dei caratteri antisociali. Il sadismo subentra in una mentalità quando chi ne soffre è stato a propria volta trattato in modo sadico da bambino. Il "modello sadico" viene interiorizzato e riprodotto sugli altri percepiti come "più deboli" sotto forma di tortura o maltrattamenti di diverso tipo. Qui si tenta di risolvere il conflitto traumatico irrisolto del essersi sentiti impotenti di fronte al sadismo dei genitori riproducendolo come in un "gioco di ruolo" in cui si è, questa volta, oppressori e non oppressi.
Amore e speranza tentano di porre un argine a tutti questi mali, ma per il principio dell'entropia valuto più verosimile che la Specie, di autofagia in autofagia, giungerà all'estinzione per mezzo di essi. 

Omnia vincit amor? 

Il potere dell'amore non vince sul potere dell'odio dato dall'ego (con tutta la sua carrellata di derivati che ho appena elencato), perché questo è più forte, più pervasivo, più "semplice" (il cervello umano semplifica, non si complica la vita in riflessioni e comprensioni che porrebbero potenzialmente un freno alla violenza), e di conseguenza più affine alla natura dell'uomo. O di molti uomini, per lo meno.

lunedì 13 aprile 2026

La speranza e il mito di Pandora


La verità che l'ultimo, fatale filo che ci tiene in vita sia la speranza, deriva dal mito di Pandora: 
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Zeus decise di vendicarsi. Ordinò a Efesto di plasmare dal fango la prima donna mortale: Pandora. Gli altri dei la adornarono con doni irresistibili (bellezza, grazia, astuzia), ma Zeus le consegnò un oggetto fatidico: un vaso (spesso tradotto erroneamente come scrigno) che le fu ordinato di non aprire mai.
Pandora fu inviata sulla Terra come sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante Prometeo avesse avvertito il fratello di non accettare doni dagli dei, Epimeteo, affascinato dalla bellezza di Pandora, la accolse con sé. Tuttavia, la curiosità instillata in lei dagli dei divenne col tempo insopportabile.
Vinta dal desiderio di scoprirne il contenuto, Pandora sollevò il coperchio. In quel momento, tutti i mali del mondo - malattie, vecchiaia, fatica, pazzia e dolore - uscirono fuori, diffondendosi rapidamente tra l'umanità che fino ad allora era vissuta in una sorta di età dell'oro.
Spaventata, Pandora richiuse il vaso il più velocemente possibile, ma era troppo tardi: quasi tutto era fuggito. Sul fondo del contenitore rimase solo un'ultima cosa: Elpis (la Speranza).

(Gemini) 

Di fronte alle situazioni più complesse e variegate, ove lo sconforto sembra essere predominante, l'ultimo legame, il legame vitale della speranza, ci mantiene in animo di continuare a vivere nel mondo.
E' significativo, però - secondo me -, che la Speranza, nel mito, si annoveri fra i mali dell'umanità, di pari passo con la malattia e con il dolore.

Fu Oscar Wilde ad identificarne il potere salvifico e, proprio perché salvifico, tossico: il poeta irlandese scrisse che "la speranza è un veleno" perché prolunga con l'inganno l'agonia della vita, la quale non deve essere inquadrata da una morale cattolica come necessariamente preferibile alla morte.

La morte, dopotutto, è il traguardo ultimo a cui tutti siamo destinati: che affrettare i tempi sia un male, è un insegnamento cristiano-cattolico che ammanta la cultura Occidentale, e come tutti i diktat fermi non è presumibilmente ragionevole.

L'eutanasia in questo senso sarebbe davvero una scelta politica che costituirebbe il "salto di qualità" da un mondo ammantato dalla morale cattolica - quello del passato - e il mondo nuovo ove vige la sensatezza - sebbene non sempre, anzi, probabilmente di rado, la felicità.

Prima del Nichilismo la fede in Dio era utile a dare un "perché" alla vita del singolo. Ma in assenza della fede in Dio, l'uomo si trova di fronte al bivio fondamentale (a lungo andare): una vita che è prevalentemente sofferenza e fastidio (mi rifaccio a Benatar, "Meglio non essere mai nati"), o una morte che è un eterno, serafico commiato da tutte le pene che derivano dalla carne.

In realtà la speranza, così come l'amore, citando Schopenhauer, sono inganni della Specie, che per prolungare se stessa (istinto di conservazione della Specie) ci propone un'illusione "salvifica" che prolunga la nostra sopravvivenza biologica sul pianeta - nonostante siamo comunque destinati a morire; e quando lo decide la Specie - cioè in vecchiaia, quando non siamo più in grado di riprodurci e quindi di esserle utili. (Salvo, certo, intromissioni date da malattie o incidenti, che affrettano i tempi).

Sono certa che sia davvero difficile immaginarsi un Sisifo felice - come in Camus; che il "suicidio razionale (o logico)" sia la scelta più dignitosa, oltre che intelligente (perché meno autolesiva), in molti casi. 

La politica in Occidente dovrebbe emanciparsi, perciò, dalla morale cristiana e consentire indiscriminatamente a chi soffre di patologie fisiche, ma anche mentali, considerate croniche o inguaribili, di liberarsi della vita e di farlo senza dolore e senza incorrere nello stigma dell'infrazione della cosiddetta morale comune.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

lunedì 29 dicembre 2025

Correre il rischio di essere felici in una società liquida


Ecco cosa succede quando passiamo tanto tempo insieme a una persona: le vogliamo bene. Anche se questa frase si presta a facili ironie da parte dei misantropi o asociali, o dei cinici, è una verità dura come la roccia che forse non tutti sono capaci di accogliere, perché nell'era dell'amore liquido (e della società liquida) non si ha più cura di nulla, men che meno dell'amore. 
Una citazione di Alessandro D'Avenia paragonava la "cultura" all'"aver cura":

“La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisirà più cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell'umano e occuparsene perché tutto dia frutto a tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

Forse D'Avenia parla di cose che non capisce?
Forse parla dell'amore nel suo termine più puro - aver pazienza, aver impegno, aver coraggio, per farsi addomesticare, per cedere al legame, cedere le resistenze, abbandonare la paura, di essere visti e di poter soffrire una volta che ci si è legati all'altro.
Non è un caso che "legame" nella nostra lingua voglia dire sia "relazione" che "nodo". Che si accosti l'anello al dito all'anello (con catena) alla caviglia. Ma è restando imprigionati dall'altro, senza tuttavia essere prigionieri, sapendo di restare "di tutto il mondo", sempre trovando casa in un'unica persona, che facciamo esperienza dell'amore e che possiamo sperare di salvarci dal dolore del mondo, dall'odio del mondo, dalla solitudine che proviamo.
Lasciamoci mettere sotto chiave, con le chiavi per uscirne in mano. Scopriremo forse di non averne mai bisogno.