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venerdì 8 maggio 2026

Senza perdere la tenerezza


C'era una "matta" in una comunità dei matti in cui sono stata. Una in particolare. Guardava, annuiva e ripeteva in continuazione: "è grave".

E gli altri matti-meno-matti rispondevano "Sì, è grave". Senza capire un cacchio di cosa volesse dire lei. Me compresa.

Mi è tornata in mente la Giulia, dunque, e sulla scia di questo ricordo voglio discutere del concetto di "gravità" relativamente alle situazioni umane.

Non c'è nulla di davvero grave. Grave sarebbe la morte, e basta, ma la morte si verifica ogni santo giorno copiosamente e pacificamente.

Cosa c'è di peggio -- e al contempo, di meglio -- che chiudere gli occhi e sparire dal mondo?
E' la fine che faremo tutti. E' l'unica cosa a cui assolutamente non c'è rimedio.
Se siamo tutti destinati a una simile fine, nell'oblio del mondo, cosa ci porta a sopravvalutare la portata della drammaticità delle nostre situazioni umane?

Forse conoscerete l'"auto-compassione" di Carl Rogers: si basa sul fatto che dovremmo provare vicinanza per noi stessi -- che in fondo al nostro cuore c'è un bambino o una bambina piangente e spaventato o spaventata -- perché le nostre pene sono le pene del mondo intero -- nulla di eccezionale, è tutto schifosamente ordinario, letteralmente tutto il male del mondo è comune al mondo.

Non temo la morte.
Non temo la vita nel suo incontrovertibile squallore.
Non temo la condizione umana -- che è sempre animale. Non temo le pene dell'umano. Non temo le altre persone e così provo un senso di fiducia "non cieca" verso il loro cuore.

Che anche a dispetto di tutte le egoiche impalcature -- la loro anima è mia amica

Essere diffidenti riesce facile a tutti. Provar fiducia a pochi. E' proprio questo il nucleo dell'essere dei rivoluzionari. La rivoluzione parte "dal basso". Dalle cose più piccole. Per realizzare le più grandi e importanti

giovedì 30 aprile 2026

Strappo // Amare "condizionatamente"


Fra un dilemma e l'altro, un senso di colpa e l'altro, una ripicca e l'altra, la battaglia fra noi viene mandata avanti da lui solo -- ma io ne comprendo le ragioni. E mi stuzzica il pensiero che sia in fondo (ma anche in superficie) colpa mia.

M'ero illusa d'un amore incondizionato.
Ma è davvero "vero amore" l'incondizionato?
Ciò che chiamiamo amore è davvero tale se dipende da condizioni? Se esiste solo "a patto che"? Se cambia, si ritira o si raffredda quando l’altro non risponde più alle nostre aspettative?

Poniamo le nostre condizioni: 
Ti amo se mi rispetti”, “Ti amo se mi fai sentire importante”, “Ti amo se non mi deludi”.

Molti dei nostri "paletti" non nascono dall'egoismo, ma da necessità legittime. Alcuni non sono altro che confini sani: elementi fondamentali per una relazione equilibrata.

Parlare di amore completamente incondizionato nelle relazioni adulte non ha senso. Non siamo genitori di un bebè, non siamo chiamati ad accettare tutto senza limiti. L’amore maturo include anche la capacità di dire “no”, di allontanarsi da ciò che ferisce, di riconoscere quando una relazione non è più sana.

In fondo, però, è anche vero che amare davvero qualcuno significa anche concedergli lo spazio di essere imperfetto.
Lo spazio per l'imperfezione, in una data (e grande) misura, lui me lo ha anche concesso.
Negli ultimi tempi sta crollando tutto... e forse sono io che mi sono illusa di poter trovare un amore così, "incondizionato", in una persona che da me voleva ovviamente altro.

Abbiamo giocato al papà e alla bambina -- perché quello che cercavo in lui era un padre... per farne "il mio uomo" avrei dovuto prima maturare abbastanza da essere una donna.
Lui non è più disposto a giocare.
Ed ha iniziato ad odiare.

Ringrazio sempre la mia scarsa consapevolezza, (leggi: ottundimento emotivo) che mi consente di non considerare con dolore e apprensione il pericolo di perdere lui.

Il dolore verrà al momento dello strappo...

domenica 19 aprile 2026

Sisifo felice


Del resto, scrisse Camus, tutte le vite si equivalgono.

Tornata dal giro notturno ho ripensato alla serata appena passata (sabato sera), nell'inconsapevolezza di un bicchiere di vino dopo l'altro. Tanti sorrisi. Tanta stupidità. Un'ineffabile, inafferrabile tristezza.

Non so se sono convinta di continuare a far ciò che i nostri tre comici d'Italia chiamavano "girare come la merda nei tubi", ciò che si definisce "vita" in qualche modo, perché che sia una vita felice o penosamente mediocre, in fondo - cosa cambia? Vale la pena?

Ebbene, immaginiamo Sisifo felice che contro l'Assurdo della vita oppone un infrangibile sorriso.
Spingi il masso, Sisifo. Per me sei un totale idiota, (lo siamo tutti, che condividiamo con te lo stesso dolore e la stessa insensatezza esistenziale), ma tu non ci badare, spingi. Spingi. Fino alla fine. 

Spingi (vivi) finché lo vorrà Dio, o la necessità, o il caso. E non porti domande. Non guardarti indietro. Non piangerti addosso. Non fare un lamento.

Si potrebbe pensare che questa realtà sia "diabolica". Terribile. E che l'unico modo per tollerarla sia essere già matti - l'Elogio alla follia di Erasmo. La vita ci ha insegnato ad essere inconsapevoli per tutelare la nostra sopravvivenza. La vita ha messo in noi un pizzico di follia per aiutarci a tollerare il peso del non-senso.

Ma se fossimo completamente lucidi, che faremmo?
Cieli grigi infrangibili. 
E un salto nel vuoto.

giovedì 16 aprile 2026

Il senso della vita


Due giorni fa ho guardato un video di JustMick nel quale, fra le altre cose, si parlava del fatto che se l'asteroide che ha fatto estinguere i dinosauri fosse caduto in qualunque altro punto del pianeta, i dinosauri - che fino a quel momento erano in ottima salute, avendo governato il pianeta per 160 milioni di anni - non si sarebbero estinti

Questo è uno degli assunti base di cui si serviva lo Youtuber (uno dei migliori che abbiamo in Italia per quanto mi riguarda) per sovvertire concettualmente la legge di causa-effetto a cui i bias del nostro cervello sono abituati. 

Proseguendo nel video si veniva a concludere per mezzo di varie solide argomentazioni che le coincidenze non esistono - tutto è necessario, cioè non potrebbe mai andare diversamente da come va

L'assenza del libero arbitrio è una situazione - per quanto dolorosa per noi, che abbiamo bisogno di credere che ci sia un perché a tutto ed un controllo su tutto - che ci porta ad una conclusione bella e terribile insieme: l'universo è una formula matematica perfetta ed eterna, immutabile e necessaria

Se non abbiamo alcun controllo sulla nostra vita, potremmo paragonarci a palle di metallo che scivolano in tubi dalle direzioni prestabilite (da Dio? Dal cosmo così com'è?) - quello che noi chiamiamo "destino". Che sia possibile operare una modifica ai Grandi, Imperscutabili Piani, è un'illusione disperata a cui ci consacriamo per non impazzire. La fine che faremo, ed ogni singolo passo o scelta che compiamo in ogni singolo istante, sono "arbitrariamente" già decisi.

L'universo, del resto, è un'immagine "fissa": il tempo (e lo spazio-tempo) non esistono realmente.

Avanzo un'ipotesi "esoterica" forse un po' coraggiosa: sappiamo già tutto sul nostro percorso di vita prima di nascere.

Me lo fa dire che alcune intuizioni - nonché "visioni" - che ho avuto della mia vita si sono poi effettivamente realizzate. Abbiamo una mente più complessa di quel che crediamo, e le cosiddette facoltà paranormali, in forma totalizzante o anche solo accennata, possono verificarsi in coincidenza di particolari stati psicologici. 

Io ho avuto alcuni episodi di pre-veggenza in cui ho "visto" con l'occhio della mente il mio attuale compagno, tre anni prima di conoscerlo (doveva essere lui, perché in suddetta "visione" il bambino e poi l'uomo che vidi era biondo, come lui) (no, non avevo fumato o assunto nulla), e alla fine dentro di me c'era una certezza più solida del titanio: "Un giorno io ti troverò", diceva la mia mente, senza nessuna ragione plausibile. Ne ero semplicemente certa, senza motivo.

Credo fermamente nella reincarnazione e seguendo il tracciato dell'esperienza mi sono formata una serie di altre idee-ipotesi sulla natura della vita. Ma una cosa è certa, se vogliamo trovare un senso ad essa, non possiamo perché (almeno dalla nostra microscopica prospettiva umana) non c'è. E' quello di godersela - al massimo.

Un viaggio misterioso, che termina nel buio... lo vivremo come in aereo, rigidi su una sedia con la cintura stretta, o come in crociera, svagandoci e guardando il cielo dal pontile? Su un piano "oggettivo" non ha nessuna importanza, quale delle due. Eppure, su uno personale, è di vitale importanza.

Lascio il link del video di JustMick che ha fatto da spunto a questo post:
https://youtu.be/LDpQ2QjarXQ?si=wAEShkNYD6Z4jxNr

martedì 14 aprile 2026

Rabbia e dolore


La rabbia è un rifugio - dietro la rabbia c'è dolore, in genere, così come dietro la malattia (di qualsiasi tipo) c'è la ferita dell'assenza d'amore. Se - scrisse Galimberti - potessimo fare un referto medico, sulle patologie psicologiche o somatiche di chiunque, un referto medico che veramente esprimesse i sentimenti del malato e il motivo reale per cui si è ammalato, ci sarebbe scritto in sostanza: "Fategli capire che deve amarmi, che deve preoccuparsi per me, che deve prestarmi la stessa cura e lo stesso rispetto che io gli impresto". Quale che sia la malattia - dai disturbi alimentari al cancro maligno.
Dunque malattia come richiesta implicita di amore, rabbia come espressione "deviata" di sofferenza. Ricordiamocelo quando giudichiamo con biasimo una persona che in profondità non è tanto malata o cattiva, quanto semplicemente sofferente.

La natura dell'odio


Contrariamente a quanto ci insegnano, l'odio non è un sentimento "umano" necessariamente; non affonda le radici nella natura umana, geneticamente, sebbene sia più antico dell'amore. Non è necessario né inevitabile odiare: l'odio è un sentimento che deriva da una struttura caratteriale narcisistica e ha come sua base l'invidia - così come l'ignoranza fa da pietra d'angolo alla paura e conseguentemente alla violenza.

Vero è che, se tu mi odii, sebbene io non ti odii di conseguenza (poiché non ne sento la necessità), non ti amerò di certo. Gesù, Giuseppe e Maria possono attaccarsi. Di fronte all'odio è civile, rispettoso di sé, sintomo di amor proprio, di sanità mentale prendere le distanze.

Una mente che sia limitata è più predisposta all'odio di una equilibrata e intelligente.

Una persona davvero intelligente non può essere cattiva, e cioè covare odio, perché l'odio è il presupposto di una mente povera di materia grigia.

Le passioni "sataniche", istillate dall'ego e contrapposte all'amore, sono circa queste qui: 
  • Odio. Come già detto, è invidia di base, e dirò di più - odio e invidia sono praticamente la stessa cosa. In filosofia si parla di "invidia esistenziale" quando essa non si rifà ai possedimenti dell'altro o alle sue qualità, ma alla sua mera esistenza. (E' il caso dei fratelli maggiori che odiano i minori, narcisisticamente, perché li hanno privati del posto privilegiato di "figli unici" davanti ai genitori).
  • Rancore. Il rancore è prova di una mente retoricamente "ottusa" in quanto incapace di concepire altri punti di vista e altri vissuti dal proprio. Si cova rancore perché ci si sente "assolutamente vittime"; sentirsi "assolutamente vittime" significa non capire la propria parte di colpa che esiste in tutte - ma proprio tutte - le dinamiche conflittuali umane.
  • Dinamiche di potere come la svalutazione. Quando ci si sente insicuri, e quando si percepisce la vita come una lotta costante, in altre parole - quando si è competitivi, è un continuo "mors tua, vita mea". Le persone più deboli hanno bisogno di affondare il prossimo per sentirsi meno insicure e difettose.
  • Sadismo. Questo è proprio dei caratteri antisociali. Il sadismo subentra in una mentalità quando chi ne soffre è stato a propria volta trattato in modo sadico da bambino. Il "modello sadico" viene interiorizzato e riprodotto sugli altri percepiti come "più deboli" sotto forma di tortura o maltrattamenti di diverso tipo. Qui si tenta di risolvere il conflitto traumatico irrisolto del essersi sentiti impotenti di fronte al sadismo dei genitori riproducendolo come in un "gioco di ruolo" in cui si è, questa volta, oppressori e non oppressi.
Amore e speranza tentano di porre un argine a tutti questi mali, ma per il principio dell'entropia valuto più verosimile che la Specie, di autofagia in autofagia, giungerà all'estinzione per mezzo di essi. 

Omnia vincit amor? 

Il potere dell'amore non vince sul potere dell'odio dato dall'ego (con tutta la sua carrellata di derivati che ho appena elencato), perché questo è più forte, più pervasivo, più "semplice" (il cervello umano semplifica, non si complica la vita in riflessioni e comprensioni che porrebbero potenzialmente un freno alla violenza), e di conseguenza più affine alla natura dell'uomo. O di molti uomini, per lo meno.

lunedì 13 aprile 2026

La speranza e il mito di Pandora


La verità che l'ultimo, fatale filo che ci tiene in vita sia la speranza, deriva dal mito di Pandora: 
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Zeus decise di vendicarsi. Ordinò a Efesto di plasmare dal fango la prima donna mortale: Pandora. Gli altri dei la adornarono con doni irresistibili (bellezza, grazia, astuzia), ma Zeus le consegnò un oggetto fatidico: un vaso (spesso tradotto erroneamente come scrigno) che le fu ordinato di non aprire mai.
Pandora fu inviata sulla Terra come sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante Prometeo avesse avvertito il fratello di non accettare doni dagli dei, Epimeteo, affascinato dalla bellezza di Pandora, la accolse con sé. Tuttavia, la curiosità instillata in lei dagli dei divenne col tempo insopportabile.
Vinta dal desiderio di scoprirne il contenuto, Pandora sollevò il coperchio. In quel momento, tutti i mali del mondo - malattie, vecchiaia, fatica, pazzia e dolore - uscirono fuori, diffondendosi rapidamente tra l'umanità che fino ad allora era vissuta in una sorta di età dell'oro.
Spaventata, Pandora richiuse il vaso il più velocemente possibile, ma era troppo tardi: quasi tutto era fuggito. Sul fondo del contenitore rimase solo un'ultima cosa: Elpis (la Speranza).

(Gemini) 

Di fronte alle situazioni più complesse e variegate, ove lo sconforto sembra essere predominante, l'ultimo legame, il legame vitale della speranza, ci mantiene in animo di continuare a vivere nel mondo.
E' significativo, però - secondo me -, che la Speranza, nel mito, si annoveri fra i mali dell'umanità, di pari passo con la malattia e con il dolore.

Fu Oscar Wilde ad identificarne il potere salvifico e, proprio perché salvifico, tossico: il poeta irlandese scrisse che "la speranza è un veleno" perché prolunga con l'inganno l'agonia della vita, la quale non deve essere inquadrata da una morale cattolica come necessariamente preferibile alla morte.

La morte, dopotutto, è il traguardo ultimo a cui tutti siamo destinati: che affrettare i tempi sia un male, è un insegnamento cristiano-cattolico che ammanta la cultura Occidentale, e come tutti i diktat fermi non è presumibilmente ragionevole.

L'eutanasia in questo senso sarebbe davvero una scelta politica che costituirebbe il "salto di qualità" da un mondo ammantato dalla morale cattolica - quello del passato - e il mondo nuovo ove vige la sensatezza - sebbene non sempre, anzi, probabilmente di rado, la felicità.

Prima del Nichilismo la fede in Dio era utile a dare un "perché" alla vita del singolo. Ma in assenza della fede in Dio, l'uomo si trova di fronte al bivio fondamentale (a lungo andare): una vita che è prevalentemente sofferenza e fastidio (mi rifaccio a Benatar, "Meglio non essere mai nati"), o una morte che è un eterno, serafico commiato da tutte le pene che derivano dalla carne.

In realtà la speranza, così come l'amore, citando Schopenhauer, sono inganni della Specie, che per prolungare se stessa (istinto di conservazione della Specie) ci propone un'illusione "salvifica" che prolunga la nostra sopravvivenza biologica sul pianeta - nonostante siamo comunque destinati a morire; e quando lo decide la Specie - cioè in vecchiaia, quando non siamo più in grado di riprodurci e quindi di esserle utili. (Salvo, certo, intromissioni date da malattie o incidenti, che affrettano i tempi).

Sono certa che sia davvero difficile immaginarsi un Sisifo felice - come in Camus; che il "suicidio razionale (o logico)" sia la scelta più dignitosa, oltre che intelligente (perché meno autolesiva), in molti casi. 

La politica in Occidente dovrebbe emanciparsi, perciò, dalla morale cristiana e consentire indiscriminatamente a chi soffre di patologie fisiche, ma anche mentali, considerate croniche o inguaribili, di liberarsi della vita e di farlo senza dolore e senza incorrere nello stigma dell'infrazione della cosiddetta morale comune.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

lunedì 29 dicembre 2025

Correre il rischio di essere felici in una società liquida


Ecco cosa succede quando passiamo tanto tempo insieme a una persona: le vogliamo bene. Anche se questa frase si presta a facili ironie da parte dei misantropi o asociali, o dei cinici, è una verità dura come la roccia che forse non tutti sono capaci di accogliere, perché nell'era dell'amore liquido (e della società liquida) non si ha più cura di nulla, men che meno dell'amore. 
Una citazione di Alessandro D'Avenia paragonava la "cultura" all'"aver cura":

“La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisirà più cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell'umano e occuparsene perché tutto dia frutto a tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

Forse D'Avenia parla di cose che non capisce?
Forse parla dell'amore nel suo termine più puro - aver pazienza, aver impegno, aver coraggio, per farsi addomesticare, per cedere al legame, cedere le resistenze, abbandonare la paura, di essere visti e di poter soffrire una volta che ci si è legati all'altro.
Non è un caso che "legame" nella nostra lingua voglia dire sia "relazione" che "nodo". Che si accosti l'anello al dito all'anello (con catena) alla caviglia. Ma è restando imprigionati dall'altro, senza tuttavia essere prigionieri, sapendo di restare "di tutto il mondo", sempre trovando casa in un'unica persona, che facciamo esperienza dell'amore e che possiamo sperare di salvarci dal dolore del mondo, dall'odio del mondo, dalla solitudine che proviamo.
Lasciamoci mettere sotto chiave, con le chiavi per uscirne in mano. Scopriremo forse di non averne mai bisogno.