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giovedì 16 luglio 2026

La grassofobia è misoginia


Ricordo una pagina Facebook -- un tempo rispettabile -- nella quale si sono infiltrati dei troll, riportando una poesia di proprio pugno che in soldoni voleva dire:

"Belle queste ciccione / che amano mangiare e sono pigre / e lasciano alle magre tutte le fatiche".

Credo fosse indicativo di una delle ragioni della grassofobia -- paura o pregiudizio per le persone grasse --, ovvero l'invidia.

"Io mi stresso per non mangiare, guarda invece quanto quella vacca si ingozza senza preoccupazioni!".

Quando pesavo 50 kg ed ero anoressico-bulimica non mi sono mai posta questo cruccio verso chi vedevo di obeso attorno a me -- magari in fila alla cassa del supermercato con un carrello pieno di leccornie --, semplicemente non mi interessava.
Un po' mi facevano pena gli obesi, ma non li odiavo e non li giudicavo. Anzi. Li trovavo simpatici e sentivo genuina compassione per loro. Se poi erano dolci, sorridenti, sentivo vera affettività nei loro confronti.

Anche da normopeso -- per la maggior parte della mia vita.

Ora che sono obesa, non provo neanche nessuna invidia od odio verso chi è magro. Penso che "poesie" scritte per invidia da persone come quelle di quel gruppo FB tradiscano malattia, in primis. Un rapporto disturbato con il cibo e con la propria forma fisica.

Perché, se sei magro e ottieni approvazione sociale, che te ne frega di "odiare" chi a parer tuo "si ingozza" (a parte che le ragioni dell'obesità sono molto più vaste della semplice ingordigia) e di conseguenza, a parer di massa, "è sgradevole"? Vuol dire che paghi caro e stracaro quel corpo magro che hai (la tua "fatica") per averlo. Ergo hai un dca. Anoressia, presumibilmente.

Molte anoressiche odiano le persone sovrappeso od obese perché assumono siano violente con loro, discriminandole per la loro forma filiforme. Bullismo, insomma. Le donne grasse sarebbero "le bulle per eccellenza".

Secondo ChatGPT, in realtà, è più pesante e diffuso lo stigma (discriminazione e violenza) contro chi è grasso, ma è sintomatico che queste ragazze molto magre si sentano vittime cosmiche "delle ciccione di merda", e si sentano in animo e quasi in dovere di infierire su di tutta la categoria con altra violenza -- a parte quella che già la società gli dedica.

Intendo, soprattutto se parliamo di donne grasse. Non di uomini grassi.

Il bullismo contro le donne grasse è feroce quanto lo era la discriminazione dei neri nell'America negli anni 30, sebbene (per fortuna, ma ci manca poco) non si basi su tecniche di segregazione esplicite. Ma sull'isolamento, sì. Sulla disumanizzazione, sì. Sullo stigma e sul pregiudizio, sì. Con uguale ferocia. Siamo lì -- i due fenomeni sono molto simili.

A dire "quel negro/italiano di m..." ovviamente (e giustamente) si urla allo scandalo e forse si finisce in tribunale. Non sovviene nessuno scandalo, invece, nel dire "quella vacca grassa di m...". Anzi, si ottengono plausi. Persino (o solo "pure") da quelle che si dichiarano "femministe". (All'acqua di rose).

La grassofobia è un problema di genere, prima che di giustizia sociale.

Il patriarcato ci vuole magre perché una persona che sia magra occupa (metaforicamente, oltre che fisicamente) meno spazio di una grassa. Ergo, (il nostro cervello riceve il segnale che) "conta" di meno.

L'odio verso le donne grasse -- che al 99% dei casi conduce ai DCA, e all'1% al suicidio (è avvenuto anche questo) -- non è un fenomeno trascurabile, "da ridere".

"La società ti vuole magro, non malato; se ti ammali, sono cazzi tuoi" mi scrisse un paperino su un social degenerato, poco tempo fa. Ok, e come ti ci spinge alla magrezza (non malattia), questa bella società? Con le buone maniere? No, con le cattive. Con il bullismo e l'umiliazione sistematica. Ed è per questo che poi alcune passano da 140 kg di puro grasso a 23 kg di pure ossa e cartilagini con le flebo attaccate ai bracci che le tengono in vita.

Secondo Daniele di Pauli, attivista contro la discriminazione degli obesi, questi pregiudizi contro il grasso sono diffusi soprattutto in campo medico.

Nel suo libro "Obesità e stigma" rompe il silenzio sul fenomeno della grassofobia in modo incisivo e deciso. L'etichetta di "Obeso", di fronte a una donna grassa, tende a preponderare su tutte le altre.

Ed è così che molti centri DCA rifiutano donne obese perché "Sono troppo grasse per avere un DCA" (ritornello che risuona molto nelle community di malate di DCA, che sia anoressia, bulimia, binge o DCA-NAS).

Da dottori che hanno la laurea per decidere quello che decidono.

Ergo, titolo e potere. E si presupporrebbe, anche "ragione".

Si puntò il dito contro gli obesi in periodo di CoVid;
Si punta il dito contro gli obesi per i costi sulla sanità pubblica;
Si punta il dito -- con disprezzo -- contro gli obesi quando ordinano cibo grasso al ristorante.

Ma mai che si capisca che sono vittime di una dipendenza, oltre che di una malattia, non della "pigrizia e della gioia di mangiare":

Voi una donna -- alla My 500lbs life -- che vive allettata con 400 kg di peso addosso, piena di edemi e gonfiori, e non vede la luce del sole da anni, la definireste "colpevole"? Allora "siete" davvero spietati.

Io vedo in lei una vittima, e così sono certa anche i più di voi, di una condizione di malattia mentale e fisica grave. Che paga lei per prima le conseguenze del suo grave problema.

domenica 12 luglio 2026

La facilità del "Chi tu sei" e la complessità del "Chi io sono"


L'etichetta che più frequentemente applichiamo a chi non tolleriamo, specie se poi abbiamo alcuni tratti di tipo narcisistico, è tendenzialmente "cretino". 

Tizio dice qualcosa con cui non sono d'accordo e "insiste a non essere d'accordo con me"? E' un cretino.
Caia si comporta in modo convenzionalmente assurdo, illogico o autolesivo (per dirla in altri termini, "segue più il cuore che la cerebralità")? E' una cretina.
Sempronio è un inibito, un pauroso, come si dice in Sicilia, "teme anche la sua ombra", oppure è un ingenuo, un credulone, un -- blasfemia! -- un terrapiattista? E' per forza un cretino...

Spesso scambiamo la complessità di una vita umana -- risultante di una serie di traumi e vissuti felici e meno felici -- con una semplice etichetta (di stampo neoliberista): "efficiente" vs "non efficiente" (e quindi potenzialmente disumanizzabile).

Non sappiamo nulla.
Sappiamo solo di non sapere nulla (degli altri).
Socrate aveva perfettamente ragione in questa sua asserzione. 

Numerose variabili entrano in gioco quando ci troviamo ad interagire con una persona, in momenti random e formali o meno: il suo vissuto, le esperienze pregresse che risuonano nel contesto; i suoi traumi, i suoi complessi, le sue ferite, le sue paure; il suo stato emotivo; e ancora; il suo livello di stanchezza psicologica o fisiologica.

Di fronte alla complessità di tutto questo, è a sua volta stupido -- a mio avviso -- applicare il termine "stupido" a chi abbiamo di fronte.

Non uso il termine, in genere, perché temo sia profondamente pericoloso.

"Sei un cretino" equivale, in chi presenta tratti narcisistici, a "Sei un cretino: quindi posso farti quello che voglio, e sarà solo responsabilità tua; peggio per te che sei cretino".

E' insomma il pass-par-tout più rapido per la disumanizzazione.

Non sono soltanto i cosiddetti "stupidi semplici" che subiscono questo trattamento. Più di frequente, sono i cosiddetti stupidi che ci risultano anche irritanti. 

Beh, a me è capitato proprio oggi di chiamare "cretino" una persona che mi aveva irritata profondamente (senza insultarlo direttamente, ma parlando di lui con terzi). Mi sono pentita successivamente. E' un insulto facile come "troia" rivolto alle donne. 

Ma le parole hanno sempre un loro peso e bisogna (tentare di) usarle con cautela. Anche se parliamo alle spalle. Sempre e in ogni circostanza. Non alimentiamo il nostro dolore con offese agli altri. Peggioriamo il nostro stato in primo luogo. Nel breve e lungo periodo.

Non possiamo ridurre un essere umano a una "checklist" di "buone" o "cattive" qualità. "E' cretino, senza dubbio; però via, è buono". "E' un deficiente, non ci piove; ed è anche cattivo come la fame (e qui... livello "top" di disumanizzazione e quindi di violenza)".

Abituiamoci, io e voi due (o uno s'è perso per strada?) che mi leggete, a non essere categorici, ad essere flessibili e leggeri, ma non superficiali.

Non sempre, anzi, quasi mai ciò che sembra equivale a ciò che è. Una persona può apparire geniale ed essere interiormente povera di valori o sottostrati riflessivi (superficiale); un'altra può apparire tonta e avere un universo dentro.

Non sappiamo nulla -- proprio nulla -- degli altri, nel "reale" e tanto più nella rete. 

Ci sono "tanti noi" dentro, ciò che in terapia IFS si chiamano "membri della famiglia interna", e ciascuno ha le sue peculiarità. Qualcuno è brillante. Qualcuno meno. Qualcuno è un filantropo pieno di vita. Qualcun altro odia a morte tutti. Qualcuno è buono. Qualcuno no. (Ma tutti collaborano per il nostro benessere, secondo l'IFS. O per l'idea di benessere che si sono fatti per il nostro Sé.)

Quindi, "chi siamo"? Di tutti questi "personaggi" che ci abitano, chi noi siamo davvero?

Io sono "quella" Vale lì, che agisce in quel modo, o quell'altra Vale là, che ha tutt'altro carattere e atteggiamento?

Tutte e nessuna. 

Non riduciamo -- o peggio, stigmatizziamo -- le persone a un "marchio". A uno stigma. Riflettiamoci un po'. Pensiamoci un po' prima di giudicare chiunque

Che le persone più sole, a volte, le vedi con un sorriso goliardico in faccia.
Che le più abusate e ferite hanno imparato la parola "perdonami" presto, e la ripetono in continuazione.
Che le più vuote fuori, a volte, anzi, spesso sono le più "dense" dentro. E viceversa.

venerdì 10 luglio 2026

Perché no?


La massa assomiglia a un gregge belante capace delle peggiori atrocità e meschinità e al tempo stesso, se direzionato diversamente, di sublimi atti di eroismo, così Gustave Le Bon. Quando il dolore è davvero intenso, lo senti a livello della bocca dello stomaco. Ti viene da vomitare. E vomitare è ancora troppo poco.

Mi torna in mente un passo dello young-adult "Wintergirls" e tradendo la mia timida intelligenza lo riporto qui, perché, libro per adolescenti o meno, lo vedo ben descrittivo.

Infilati in una cabina di un solarium e friggiti per due o tre giorni. Quando la pelle sarà tutta bolle e comincerà a spellarsi, rotolati nel sale grosso, poi mettiti una maglia di lana intrecciata con vetro filato e lamette. Poi mettiti sopra i tuoi vestiti normali e stringili più che puoi. Fuma polvere da sparo e [...] salta dentro i cerchi, mettiti seduta e supplica, e rotolati a comando. Ascolta i sussurri che di notte si annidano in testa, ti dicono che sei [...] "una delusione". Vomita e crepa di fame e tagliati e bevi perché hai bisogno di un anestetico e funziona. Per un po'. [...] Guardati in uno specchio e vedrai un fantasma. Senti ogni battito del tuo cuore che urla che ogni singola cosa in te non funziona. "Perché?" è la domanda sbagliata. Chiediti piuttosto: "Perché no?".

lunedì 29 giugno 2026

Le radici psicologiche del razzismo


Pensando a personaggi come Richard Lynn -- pessima idea fargli pubblicità, ma tant'è: uno pseudo-psicologo britannico famoso per i suoi articoli pseudo-scientifici sul suprematismo bianco, il quale sostenne che il QI della popolazione italiana decresceva quanto più a Sud si andava... sì, proprio una questione di "latitudine" -- ho deciso di affrontare oggi il tema del razzismo...

Come voi già saprete, non esiste un'unica tipologia di discriminazione razziale: c'è il razzismo "classico" basato essenzialmente sul colore della pelle, oppure il più diffuso e attualissimo "razzismo culturale". 

Un esempio del primo è l'assunto ottocentesco tanto caro a Lynn per cui i neri sono "intellettivamente inferiori"... perché l'eugenetica, perché la melanina, e... non saprei più cos'altro. 

Ma è principalmente sul secondo che voglio concentrarmi, perché è il principale problema del tempo.

Possiamo trovare un esempio lampante del razzismo culturale, più "moderno" (ma non meno deprecabile), nella discriminazione dei meridionali o degli immigrati da altri Paesi al Nord (Italia). 

Io, come donna che, per disabilità fisica, sono impossibilitata a lavorare, mi sono sentita rivolgere in continuazione, in Lombardia, la domanda (spesso dopo che avevano saputo o capito che ero del Sud) "Cosa fai nella vita?" "Lavori?". A questo rispondo sempre con un tranquillo "Studio all'università, e purtroppo sono disoccupata". Ma mi accorgo che nel pronunciare queste parole il mio sguardo si fissa in basso, come se mi sentissi in colpa. Successivamente, l'atteggiamento che ricevo è freddo. Del tipo "Tornatene in Sicilia, dunque". "A noi qui non servi a nulla". 

Forse, il razzismo culturale si presenta come più "ragionevole", in quanto non parte in sesta dall'assunto che se hai la pelle scura o il craneo piuttosto allungato sei automaticamente, in chiave lombrosiana, un delinquente; semmai basa le sue "ragioni" (pseudo-ragioni) sul concetto di integrazione.

"Se sei meridionale e ti integri, ok; sennò, tornatene a casa".

Integrarsi in sostanza vuol dire: aderire agli usi e costumi locali, agire con il decoro che ci si aspetta da te e soprattutto avere un lavoro e quindi contribuire al PIL regionale. 

Del razzismo del Nord contro il Sud, che esiste da secoli (se non millenni) ed è innegabile, non si può letteralmente parlare. E' del tutto normale che un articolo scritto da un inglese che identifica l'Italia da Roma in giù come "Bordello" (un inglese con, guardacaso, la moglie piemontese e leghista) occupi le maggiori testate giornalistiche e i telegiornali nazionali per due settimane intere. 

Se i cartelli "Non si affitta ai meridionali" sono ormai "quasi"[*] una realtà relegata al passato, agli anni '60 o giù di lì, il razzismo culturale Nord-Sud non è per nulla acqua passata, come vorrebbero farci credere, eppure non se ne può semplicemente parlare. Questione chiusa.

E chiudendo con l'occasione anche la parentesi, andiamo al nucleo del post.

Cosa scatta nella mente del razzista -- culturale o "classico-ottocentesco" che sia -- allorché sostiene e crede fermamente che certe culture, o certe razze, siano "geneticamente" o "culturalmente" inferiori alla propria?

Freud, così come i neofreudiani come E. Fromm, furono molto chiari sulla questione: 

quando non hai nulla di particolare di cui vantarti nella tua misera esistenza, quando, insomma, percepisci di essere una totale nullità d'essere, individualmente, la tua unica ragione d'orgoglio diventa il chiarore della tua pelle o dei tuoi occhi, oppure la tua "identità nazionale" (o culturale, o etnica).

Si tratta di quello che Freud definì "Narcisismo collettivo". La nazione, la razza, la cultura, diventa uno specchio sul quale si proiettano gli aspetti di sé più desiderabili, alla percezione del singolo "superiori" (e che intimamente e singolarmente, al 99,9% periodico dei casi, non si possiedono per nulla). 

Come la civiltà. 
Come l'intelligenza. 
Come l'istruzione. 
Come l'essere "gran lavoratori". 
Come l'essere "moderni e progrediti".

Mario Borghezio, deputato Lega Nord, a un raduno del partito a Pontida.

Affermò ai tempi del ruggente antimeridionalismo il non-compianto Umberto Bossi, segretario della fu Lega Nord: "Scendere al Sud è come tornare indietro di 200 anni". Bossi aveva una moglie d'origini materne siciliane, che sembrava essere in realtà "la mente" dell'intera famiglia Bossi, formata, oltre che da lei che era l'unica "normale", da un cocainomane che era Bossi stesso, già colpito da ictus, e due figli i quali, ("Roma ladrona"...) usavano i soldi pubblici anche per pagarsi le mutande.

Ma lasciamo perdere -- lo sappiamo tutti, e del resto per fortuna il fenomeno Lega "Nord" è affondato, resta un solitario "Lega" (Lega Sicilia, Calabria, Campania... concedetemelo: LOL), e anche la parola Lega sta scomparendo assieme a Salvini dietro minaccia di Vannacci.



Certi cambi di rotta all'interno di un partito come la Lega (Nord o Sud che sia) non sono per nulla incomprensibili; anzi: l'essenziale è trovare un capro espiatorio; ieri i "terroni", oggi (principalmente) gli immigrati / neri o islamici in generale.

Per chiudere, il razzismo, classico o culturale che sia, è sempre sintomo d'una mentalità gretta, rozza, appartenente a persone che sanno di non valere nulla e contraddicono sistematicamente gli aspetti desiderabili di sé che affermano di possedere in base "alla nazione", "alla cultura", "ai capelli biondi". I peggiori evasori fiscali, assenteisti in Parlamento, rozzi, incolti, pigri, volgari, incivili, sono sempre stati razzisti verso il prossimo e per le medesime ragioni che in realtà sono loro proprie caratteristiche. (Proiezione, in psicologia).

Succede ovunque, il meccanismo è lo stesso: quando sai di non essere nulla di encomiabile, hai "bisogno" che il tuo narcisismo si rifletta in un concetto più ampio di nazione, cultura, etnia, razza, -- quella sì -- encomiabile e superiore.

Sentirti parte di un "gruppo" di gente "distinta" ti rende fiero di te stesso e orgoglioso delle tue qualità quando quelle qualità non le possiedi individualmente.

Note a margine

[*] quasi, perché leggevo su un social che un ragazzo laureato in Ingegneria all'Università di Palermo che cercava casa in Veneto per lavorare, oggi, anno domini 2026, si è visto rifiutare l'affitto per via delle sue origini geografiche; e tutte le volte che ho telefonato io per cercare casa al Nord, si accertavano sempre accuratamente che fossi italiana, e non straniera.

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-

sabato 30 maggio 2026

Fuori e (è) dentro, e la conciliazione delle polarità opposte



La legge dello Specchio enuncia un principio psicologico semplice: ogni persona alla quale reagiamo emotivamente rappresenta delle parti di noi che rifiutiamo (nel caso del disprezzo o dell'odio) o che amiamo (nel caso dell'apprezzamento e della stima); in tutti i casi che ci rispecchiano.

Questo significa che "il dentro" è anche "il fuori" e viceversa.

Le persone che incontriamo -- intendendo ogni singola persona che in qualunque modo cattura la nostra attenzione, con cui creiamo o evitiamo un legame, ma in tutti i casi che crea in noi una (qualche) risonanza emotiva -- sono specchi di noi stessi.

Se disprezzo in una persona la "volgarità", intrinsecamente quell'attributo è parte di me, ma io l'ho rifiutato e relegato nel mio inconscio per non poterlo vedere in me.

Se di una persona apprezzo la gentilezza, la gentilezza è una qualità speculare che forse mi manca a livello conscio.

Ammiriamo le parti di noi che ci mancano a livello conscio nell'altro -- ma che sono presenti nel nostro inconscio -- e lo stesso discorso vale quando troviamo spregevole un tratto caratteriale o fisico dell'altro.

Spesso la linea di separazione fra le polarità è molto sottile -- come ci insegna la filosofia Zen del Tao.

Parliamo della "volpe e l'uva", antica fiaba di Esopo, per richiamare retoricamente l'atteggiamento di screditazione di ciò che in fondo si desidera. Il disprezzo che si dedica a chi in fondo invidiamo -- e proprio per il motivo che invidiamo. Esempio: una ragazza sovrappeso entra in un bar in abiti succinti che non le rendono giustizia, e un bullo di quartiere la deride o la disprezza facendo commenti di disapprovazione sul suo corpo o sul modo in cui è vestita.

Può darsi che il bullo di quartiere in realtà provi segretamente invidia per la libertà della ragazza, che con la sua fisicità e/o il suo look sfida i suoi "confini mentali" di ciò che è giusto e ciò che non lo è, e quindi -- in soldoni -- risvegli in lui desiderio (per quell'attributo). Ecco che disprezzo, biasimo, pettegolezzo, e persino invidia, possono camminare insieme all'ammirazione e alla segreta stima.

Altro esempio "sputtanatissimo" -- l'amore e l'odio.

In certi articoli di psicologia si legge che l'odio è "l'altra faccia dell'amore" nel senso che nessuna relazione di amore è autentica se non corre di pari passo con la capacità d'odio per il medesimo oggetto.

Si odia perché si ama; si ama in quanto si odia.

(Non a caso a livello neurologico è stato osservato che si attivano le medesime aree del cervello alla vista sia di una persona odiata, sia di una persona amata).

L'opposto dell'amore -- ovviamente -- non è l'odio ma l'indifferenza. L'odio sorge come reazione spontanea all'amore, quando ci sentiamo colpiti nelle nostre fragilità e ci sentiamo vulnerabili all'altro. E' una faccenda di potere -- contrapposto alla vulnerabilità del sentimento: ti odio in quanto non posso permettermi (o non riesco ad) amarti, perché se lo facessi (o se ci riuscissi), verrebbe meno il mio orgoglio, verrebbero meno le mie difese.

Dante scrisse nella sua opera omnia: "Amor ch'a nullo amato amar perdona" -- che in soldoni vuol dire: non possiamo trattenerci dall'amare chi ci ama. Lo valuto piuttosto vero. Ma attenzione -- non sto affermando l'eresia che non esistano amori non corrisposti. Tuttavia, se io provo un investimento emotivo verso di te, è veramente difficile (per non dire impossibile) che la cosa non ti tocchi nemmeno un po'.

Possiamo dare per vera l'asserzione di Dante non nell'accezione di "ogni amore è sempre mutuale, se non lo è lo sarà per forza", che sarebbe una gran cazzata, ma in quella de "ogni investimento emotivo equivale a un ritorno emotivo" come nella legge di causa-effetto.

Che questo sia un tenue interesse o un'irritazione, un fastidio, non siamo mai indifferenti a chi ci ama o prova qualcosa per noi -- chiunque egli sia e in qualunque contesto si inserisca.

lunedì 25 maggio 2026

Gabor Maté, il trauma e il mito della "normalità"

Gabor Maté

Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi

Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.

La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.

Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.

Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale

Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.

Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.

Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.

Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto

Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.

La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm definisce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".

Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche. 

Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:

"Non è segno di salute mentale 
essere ben adattati a una società profondamente malata"

domenica 3 maggio 2026

Il cosiddetto "perdono"

Ego te absolvo in nomine Pater, filii et Spiritus Sancti

Ogni volta che sento qualcuno parlare di "perdono" con locuzioni quali "Io ti perdono", mi torna alla memoria l'immagine della Vergine Maria.

  • Nota 1: Verificare accuratamente che colui il quale "perdoni" voglia il tuo perdono. Perché spesso -- quasi sempre -- se ne sbatte. Quindi se il tuo perdono non lo fa facepalmare e ridere, al massimo gli procura disprezzo se non odio.
  • Nota 2: E così, dovrebbe servire a te, e a te soltanto, "per sentirti meglio"? Pensare di per-donare (donare) a chi ci scatarra sopra, al tuo per-dono? E' inutile. Non serve letteralmente a nulla. Anzi: ti fa solo stare peggio.
  • Nota 3: Tu perdoni CHI? Tu sei "l'assoluta parte lesa" e concedi "la tua grazia" al cosiddetto "assoluto peccatore"? E' come mettersi su un piedistallo di superiorità e far scendere la polverina dorata di Dio buono e misericordioso sull'Angelo Caduto. Ma chi ti credi di essere? Se pure fossi più parte lesa che in causa, ciascuno ha le sue ragioni per far quello che fa -- e non sta a te "perdonare"; al limite, per chi vuole crederci, sta a Dio. (Di cui tu non fai le veci. Nemmeno se sei il Papa -- soprattutto se sei il Papa.)
Sarebbe meglio ignorare. Né perdonii né misericordie né assoluzioni, e nemmeno rancori e vendette - mi fai del male? Stammi semplicemente alla larga! Una sola volta è sufficiente per squalificarti ai miei occhi per una vita intera.

martedì 28 aprile 2026

La stupidità umana secondo Carlo Maria Cipolla

Carlo Maria Cipolla

Stamattina ho dato una rinfrescata mnemonica a Le leggi fondamentali della stupidità umana di C. M. Cipolla -- un "must have" in libreria -- rileggendolo. Perché si consuma in un quarto d'ora o meno. 

Mi è venuta voglia di parlarne.

Nel saggio, le leggi di Cipolla sulla stupidità umana (quattro) spiegano una teoria originale sulla stupidità come condizione esistenziale, più che neurologica o genetica.

Riassumendo, Cipolla identifica quattro tipi di "personalità" ovvero di (circa) "stati mentali", che espone in un grafico.
Questi sono:
  • Lo stupido. Lo stupido reca svantaggio a sé ed anche al prossimo.
  • Il criminale/bandito. Il criminale o bandito arreca vantaggio a e svantaggio al prossimo.
  • Lo sprovveduto. Lo sprovveduto avvantaggia il prossimo e reca danno a se stesso.
  • L'Intelligente. Procura vantaggio a sé ed anche al prossimo.

Ogni essere umano può comportarsi in date circostanze come ciascuna delle personalità in oggetto. Non si tratta di categorie fisse, ma di stati psicologici / comportamentali.

Prosegue Cipolla: in ogni singolo gruppo umano possiamo trovare la medesima, identica percentuale X di stupidi. Dai contadini agli ingegneri aerospaziali. C'è sempre la stessa, medesima probabilità di avere a che fare con uno stupido -- ovvero con una persona che agisce stupidamente.

Tutti, a volte, siamo tentati o portati ad agire stupidamente.

La differenza fra uno "stupido" ed un "non stupido" è più legata al quantitativo di mosse stupide (= che recano svantaggio a sé e al contempo anche ad altri) che compie, piuttosto che a una sentenza perentoria su di lui.

Uno stupido (o uno che, in un dato momento, si comporta da tale) agisce deliberatamente ma non sensatamente. Stupidamente, senza ragione, egli manda a monte i nostri piani, ci rovina la giornata (al meglio), l'umore, ci colpisce e ferisce, ci espone alla sensazione di essere inadeguati. Al contempo ponendo se stesso in una brutta posizione (la cosiddetta arma a doppio taglio).

(Diverso è il bandito, che dal compiere il "male" ne trae un qualche vantaggio personale).

Siamo tutti saltuariamente stupidi -- e la capacità di switchare fra essere stupidi e non esserlo, è proprio ciò che conta.

Se non fossimo in grado di agire stupidamente, probabilmente non potremmo mai essere definibili "intelligenti" -- perché il discrimine fra intelligenza e stupidità è visibile proprio dall'alternanza contrastante dei due stati mentali. Questa la conclusione del piccolo saggio di Cipolla -- una piccola, ma geniale teoria divenuta virale sul web già da un po' di anni.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

lunedì 9 febbraio 2026

Ma la sofferenza rende più cattivi?

Sulle tormente di merda che stanno agitando il mondo attualmente non mi pronuncio e per ignoranza (ho bisogno di non sapere; meno so, meglio sto) e per distacco biofilo.

Scrivo un post leggero che spero sia anche condivisibile.

"O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". Le persone con una qualche predisposizione alla cattiveria hanno trovato in questa frase il trionfo di tutto ciò in cui hanno sempre creduto: homo homini lupus, mors tua vita mea, il mondo è una giungla governata dall'odio e dal male e bisogna sapersi difendere, difendersi continuamente da esso. 

D'altro canto ci sono anche persone che non hanno bisogno (se non "non riescono") a viverla così. Sono le persone "buone" e davvero ferite, che avendo passato quasi tutto sanno cosa significa trovarsi in quasi tutte le condizioni, sanno perciò empatizzare con quasi tutti; e sanno di avere una responsabilità importante nel non aggiungere caos al caos - che anche una sola parola gentile può cambiare il destino di una persona, e quindi, l'assetto del mondo...

Le persone che hanno sofferto, o millantano di soffrire drammi che ad una analisi più attenta sono trascurabili o meno semplificati di come sono presentati, presentano tratti distintivi netti:

  • Scelta narcisistica difensiva verso l'esterno. Si cementificano nell'adorazione di sé e nei confini (i "muri"), praticando disprezzo sul debole.
  • Non sanno stare a contatto con la propria e con l'altrui sofferenza; il disprezzo diventa il modo che utilizzano per mettere distanza da una verità che potrebbe far crollare la loro persuasione di essere "superiori" o "integerrimi".
  • Si sono indurite perché non avevano (geneticamente) altre risorse da adoperare per difendersi da un mondo percepito continuamente offensivo, i cui attacchi restano attaccati al senso di patinata perfezione che hanno di sé come una colla; le persone che presentano forti tratti narcisisti non sanno lasciarsi scivolare addosso assolutamente nulla, e tutto per loro è motivo di rabbia, sofferenza e aggressione su altri (più deboli).
  • La vera cattiveria non è caotica, dispersiva, ma ragionata, equilibrata, "perfida" insomma, e lavora "dal sottosuolo" per arrecare maggior danno possibile al minor prezzo (in reputazione). 
  • C'è sempre una "causa di tutti i mali" per le persone che soffrendo pene minori hanno trovato un condotto di autoprotezione nella cattiveria: le persone che non sono cattive e che hanno sofferto davvero nella vita hanno un senso di universalità e comprensione anche - e soprattutto - di chi le ha ferite e del loro nemico, perciò non covano astio e desiderio di vendetta.
  • C'è sempre da lamentarsi; e sempre della stessa cosa/persona: quale che sia l'offesa (anche leggera) che le persone insensibili e narcisiste percepiscono o provano da parte degli altri, girando si ritorna sempre centripetamente al solito argomento: la "causa di tutti i mali" o scaricabarile di tutta l'angoscia e di tutta la rabbia esistenziale della persona narcisista. Una persona che è ferita, e sceglie un'altra strada, è capace di sentirsi parte del mondo quale che sia la distanza (i "muri") che erige la persona "cattiva" o narcisista, resta perlopiù indifferente ad ulteriori tentativi di ferirla, di offenderla, di sminuirla, ha abbastanza dolore da colmare il vaso e non una sola goccia di rabbia, risentimento, odio può aggiungersi. Non si lamenta o lo fa occasionalmente, e l'angoscia viene direzionata verso più elementi in causa, non c'è "un unico oppressore", "un unico colpevole". 
  • La cattiveria delle persone "davvero cattive" e "poco ferite" ci tiene a risultare bontà.
  • Le persone che si induriscono nella cattiveria indurendosi si arroccano nella propria persuasione di essere assolutamente nel giusto; chi invece, avendo davvero sofferto, apre il cuore al mondo è consapevole di essere parte in causa (oltre che parte lesa) nel gioco di interazioni e sentimenti che lo coinvolge e che coinvolge tanto lui quanto il "nemico".
  • Le persone che non scelgono la difesa narcisistica usano l'iper-razionalizzazione, cercano di capire i "perché" delle cose non limitandosi alle sentenze rapide e facili. Sono, insomma, anche più intelligenti: colgono sfumature di grigio laddove il pensiero dicotomico-narcisistico vede solo "bianco" o "nero". 

Concludo il post con una breve sintesi: la vera sofferenza ammansisce il proprio animo - se il proprio animo di base non è malvagio. Lo rende meno reattivo. Più compiacente. Meno aggressivo, violento, ansioso, tormentato. Il vero dolore desidera affrancarsi dal dolore proprio, non causarne ulteriore agli altri. Le persone "davvero ferite" sono anche (in un certo senso) "sconfitte": se anche tentano di farlo non sanno utilizzare nel modo più opportuno una difesa che non gli è propria, la cattiveria, così si risolvono ad incontrare infine la loro vera natura contro tutte le pretese esterne che siano cattive, o che lo diventino. 

Una persona davvero buona, davvero ferita, è un "carro armato" contro la pressione della parte "cattiva" del mondo a snaturarla, a incattivirla. Non si smuove dalla sua posizione di "bontà" intesa come "assenza di volontà di nuocere". E' più concentrata sul proprio benessere che sul malessere altrui - o per meglio dire, il suo benessere non dipende dal malessere altrui. 

Se il mondo fosse in mano esclusivamente ai cosiddetti "cattivi", a chi trova capri espiatori nel prossimo, a chi è incapace di empatizzare e pone una distanza umoristica e sprezzante fra sé e la diversità, sarebbe già condannato all'estinzione. Invece c'è - per fortuna - anche altro. Ed è questo "altro" che salva la continuità della nostra vita.

martedì 20 gennaio 2026

Il sottile filo rosso che unisce dittatura a patriarcato (note da "Anatomia della distruttività umana")

"Le primitive società di clan, e probabilmente quella dei cacciatori preistorici a partire da circa cinquemila anni fa, erano fondamentalmente diverse dalla società civile, proprio perché le relazioni umane non erano governate dai principi di controllo e potere, e il loro funzionamento dipendeva dal reciproco aiuto. Chiunque fosse dominato dalla passione di controllare il prossimo sarebbe diventato socialmente un fallito, perdendo ogni prestigio [...]
Il periodo storico successivo, quello dello sviluppo urbano, sembra aver introdotto non solo nuovi tipi di civiltà, ma anche quelle passioni che sono generalmente considerate attributi naturali dell'uomo [...]
Dall'antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più "democratica", cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a "straripare" per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva soltanto di migliorare la vita, ma anche di espandere il potere collettivo."

Venere di Willendorf, o "Grande madre"

Cinquemila anni prima della nascita di Cristo, il mondo venerava divinità femminili - Dio veniva connesso direttamente all'idea di fertlità, gravidanza, generazione, creazione "naturali", così la Grande Dea creatrice dell'universo aveva fianchi larghi e addome prominente perché in grado di portare in grembo la vita.
Con l'urbanizzazione successiva presero piede cambiamenti sociali e umani che portarono al mondo che abbiamo oggi - guidato, costruito o meglio distrutto e ricostruito dagli uomini.
Il passaggio da una divinità femminile ad una maschile (YHWH, e le divinità politeiste e monoteiste precedenti) venne descritto in uno dei documenti più antichi della letteratura, ovvero l'inno babilonese della creazione, Enuma Elish. Il mito descrive la ribellione vittoriosa degli dei maschili contro Tiamat, la "Grande Madre" che governava l'universo. 
Tiamat viene massacrata, dopo una lotta durissima, da Marduk, come si esplicita nei seguenti versi:

"E poi misero un indumento nel mezzo;
A Marduk, loro primogenito, dissero:
"In verità, o signore, il tuo destino è supremo fra gli dei,
Comanda di distruggere e di creare, (e) così sarà!
Che l'indumento sia distrutto cpon la parola della tua bocca;
Comanda di nuovo, e l'indumento si riformerà!"
Comandò con la sua bocca, e l'indumento fu distrutto,
Comandò di nuovo, e l'indumento si riformò.
Quando gli dei, i padri suoi, osservarono l'efficacia della sua parola
Si rallegrarono (e) resero omaggio, (dicendo):
"Marduk è re!"."

Fino alle società neolitiche, che vivevano di caccia e di raccolta, sentimenti come l'avidità, l'invidia, l'odio, la sopraffazione, il comando, il controllo, erano concetti inconcepibili e quando sorgevano venivano stroncati sul nascere e severamente puniti dalla collettività. Queste società arcaiche non conoscevano la politica, il dominio, la sopraffazione, la guerra; le loro società erano fondate su un comunismo che metteva a beneficio di tutti ogni proprietà sulla terra percorsa. Se qualcuno poteva rivendicare il possesso di un pezzo di terra o di un albero per evitare che i beni venissero distribuiti in modo iniquo - e il baratto avveniva tramite il gioco -, non c'era nessun capo. Le società matriarcali si organizzavano su concetti quali altruismo, aiuto reciproco, filoxenia (= simpatia per lo straniero), amore, pace. (Eravamo i bonobo della civiltà umana)

Successivamente dall'invenzione della ruota e dell'aratro, i nostri antenati compresero che potevano ottenere ciò che prima ottenevano attraverso duro lavoro (molte risorse e molta fatica venivano impiegati nella lavorazione della terra) sfruttando la forza lavoro degli animali da soma come i buoi; da lì germogliò il seme satanico della persuasione del "potere": così come l'uomo (maschio) poteva dominare il mondo animale, assoggettare le specie inferiori, poteva anche ridurre suoi simili che per ragioni disparate mancavano o avevano perduto prestigio sociale alla schiavitù, permettendo ad una elite agiata (re e imperatori) di dominare e vivere lussuosamente con una grande fetta del ricavato del lavoro di migliaia di schiavi. 

L'urbanizzazione, con a capo gli uomini e le divinità maschili, portò ad una società in cui, a partire dall'esaltazione del potere, si scoperchiò il vaso di Pandora di tutti i mali dell'umanità. Sete di potere vuol dire ingiustizia, gerarchia, vite non egualitarie ma sorteggiate dalla fortuna, una larga differenza fra chi può tutto e chi non può nulla - e ovviamente la guerra, per ampliare i confini dei possedimenti dei re/imperatori, che si servivano della classe dei soldati per espandere la loro influenza e il loro dominio su più territori possibili.

Se da un lato la società "degli uomini" è caratterizzata dal progresso , dall'uso della scrittura (Dio creò il mondo con "la parola") alle scoperte in campo scientifico (il periodo di Marduk fu il più rapido della Storia quanto a scoperte fino ai tempi di Galileo), conteneva in sé tutto ciò che avrebbe portato, dopo un'enorme espansione del potere umano, ad un ritiro intrinseco della qualità del vivere, fino ai giorni nostri. 

Assistiamo ad una drammatica implosione dell'umanità di nuovo dominata dal mito della guerra, del possesso, conseguenza di più di un secolo di assenza di Dio - che nel Nuovo Testamento si fa più pacifico perché tenta di operare una sintesi fra il Dio del Vecchio Testamento e le divinità femminili delle società matriarcali neolitiche antecedenti - e dalla disumanizzante tecnologia avanzata.

La razionalità, che è un attributo tendenzialmente più maschile che femminile, prevale sull'emotività e sul sentimento, entrambe qualità femminili. Descrizioni accurate delle guerre indette dagli Egizi contro i popoli vicini sottolineano l'insorgere di una passione umana sconosciuta alle società matriarcali, ovvero il sadismo. Descrizioni dettagliate di torture e di mutilazioni celebrano il "potere" dell'uomo che poiché distrugge può comandare su ciò che è ridotto in polvere.

Le società patriarcali sono necrofile. Amano la morte, la distruzione, la guerra, e rendere inerte la vita - perché attraverso l'omicidio (o il dolore indotto), possono saziare la propria sete di potere. Combinato a Narcisismo e Simbiosi materna, Fromm definisce il sadismo come una componente della "Triade oscura" di personalità che caratterizzava soggetti come Adolf Hitler, i regimi dittatoriali e totalitari, e definì i più gravi massacri, stermini e genocidi della storia. 

sabato 17 gennaio 2026

Bandura e la normalizzazione del male

“In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.” 
Hermann Hesse.

Secondo Albert Bandura, psicologo canadese, prefigurarsi il male non significa pensare a persone disturbate, preda di impulsi incontrollabili, "pazze" o disadattate.
Bandura definiva una serie di meccanismi che i "normali" mettono in atto per compiere il male più distruttivo continuando a sentirsi al contempo "brave persone". Definì questo pensiero "teoria del disimpegno morale".

Il disimpegno morale è composto da una serie di auto-assoluzioni che permettono di mantenere intatta l'immagine idilliaca del sé come "non malvagio", comunque commettendo atti malvagi
  1. Giustificazione morale. "Lo faccio per un bene più grande". La violenza diventa necessaria (si ricordi Orwell: "La guerra è pace".)
  2. Eufemismo linguistico. "Ma stavo solo scherzando!". Camuffare la violenza da "scherzo" consente alla persona molesta di molestare indisturbata da ogni responsabilità sul suo comportamento.
  3. Confronto vantaggioso. "C'è chi fa di peggio". Dato che esiste, potenzialmente, un male più grande, il male che il molestatore compie è "assolto". Non so se avete mai sentito parlare di quei che "Non ho mai ucciso nessuno!". Suppongo di sì
  4. Diffusione di responsabilità. "Lo fanno tutti": unirsi al coro di molestie "diluisce" la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva, proprio perché così diluita, meno imputabile. Un esempio affine, che rientra nella categoria: Eichmann, come spiega la Arendt in "La banalità del male", si difese fino all'ultimo al tribunale di Norimberga dicendo che "non aveva fatto nulla di sbagliato" e che erano "ordini dall'alto (che non poteva non eseguire)". In questo contesto se la decisione di nuocere è una "delega", condivisa, chi perpetra il male si sente automaticamente auto-assolto.
  5. Negare o minimizzare le conseguenze. "Non le ho fatto nulla di grave", "quanti drammi fa questa drama-queen, per così poco!".
  6. Disumanizzazione della vittima. A mio avviso il disimpegno morale più frequente. "E' un cane", "è un animale", è (comunque sia) "disumana". Non è in grado di soffrire pertanto come un essere umano; sto colpendo una "cosa", non un essere capace di star male assorbendo la violenza che gli uso.
  7. Attribuzione di colpa (alla vittima). "Tu poi, proprio te le cerchi...". Autoassoluzione molto potente. Si giustifica il male sulla base di una provocazione, vera o più spesso presunta, data dalla vittima.
Il male non nasce soltanto da "persone malvage", ma da auto-giustificazioni condivise.

La "normalizzazione del male" avviene quando il male non è solo intenzione singola, ma ambiente. In alcuni ambienti il male può prosperare attraverso un vicendevole rinforzo reciproco a proseguire nella condotta molesta. Se un gruppo, un'istituzione o una società:
  • ridicolizza le vittime
  • minimizza l'abuso
  • glorifica la forza e il dominio
  • punisce chi denuncia
  • giustifica la prevaricazione
... il male finisce di essere un'eccezione "deviata" e diventa normalità e prassi condivisa. In questa situazione non c'è un argine ad esso che serva a qualcosa, se non, probabilmente, la fuga. L'abusante è anni luce dal trovare remore al suo comportamento deviato, anzi: è una cosa ai suoi occhi "naturale" verso quello specifico bersaglio. Non c'è nessun margine di senso di colpa e quindi di ravvedimento.

Il male più pericoloso non è quello spettacolare o patologico. E' quello praticato da persone normali che credono di avere buone ragioni.



giovedì 1 gennaio 2026

L'insulto definisce chi lo usa



Un gioco di specchi. Sapresti sopravvivere incontrando il tuo doppio?

Il tuo doppio è in ogni persona che incontri. L'universo di fuori è di dentro. Ciò che troviamo insopportabile nell'altro è ciò che ci rappresenta. L'insulto definisce più chi lo adopera che chi lo riceve. 

Quando colpiamo l'altro con certe parole, sono le stesse che useremmo nei momenti di sconforto per definire noi stessi. Non è mai capitato che nel bel mezzo di una furiosa escalation di violenza, di violenza verbale, una vocina suggerisse: "questo sei tu", "non lui"? Il cardine del senso di colpa successivo è proprio riconoscere in sé il male che si proietta sull'altro.

Non incontriamo altro che parti noi in ciascuna persona. Tanto più se ci provocano delle reazioni: odio, disprezzo, rifiuto. Vediamo le parti di noi che sono inaccettabili nell'altro e per distruggerle le tartassiamo di fuori.

Il processo di individuazione riguarda il guardare in faccia il male interno a ciascuno di noi e smettere di proiettarlo di fuori per ucciderlo - piuttosto "accoglierlo", perché ha bisogno di essere compreso ed ascoltato.

Stigma: note sull'identità degradata (E. Goffman)

“Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.”
E. Goffman, Stigma

Come definire la normalità? è qualcosa che esiste come un contrasto, un non-colore come il bianco o il nero. è solo a partire dal confronto con ciò che "non è normale" che abbiamo una definizione di "normalità". e cioè:

ciò che non si discosta negativamente dalle nostre aspettative (specie in modo reiterato nel tempo).

Se - scrive Goffman in soldoni - si verificano in forma continua violazioni del "codice di normalità" si crea una frattura fra "l'identità sociale virtuale" (attribuita al non-normale) e "l'identità sociale attuale" (la "vera identità" dello stigmatizzato), in modo cristallizzato e stabile nel tempo.
Non si tratta solo di giudizi ma di pregiudizi in quanto potenzialmente qualunque cosa che uno stigmatizzato potrebbe compiere di - pure - normale viene letto attraverso i filtri della sua indiscutibile "non-normalità", che è a tutti gli effetti un'identità negata o degradata attraverso lo stigma che lo disumanizza. (Come sopra: crediamo che una persona con uno stigma non sia "proprio umana").

Finché esisteranno criteri per stabilire cosa è "normale" e cosa "no", all'ingiustizia sociale non ci sarà mai fine. Alla sofferenza dei diversi e dei deboli, mai una fine. 

E' per questo che le lotte cosiddette "woke" sono più importanti di quanto sembrino. Chi vi si oppone semplicemente non accetta di perdere il proprio privilegio trovandosi sullo stesso piano di colui che definisce "non-normale" e che potrebbe essere visto come un essere umano qualsiasi da un normale che sia (come definisce Goffman) "saggio" (non solo da uno stigmatizzato di pari tipo).