martedì 12 maggio 2026

L'amore di Dio salva il mondo


Mi sto consacrando alla religione -- immagino sia la scelta di tutti i solitari. Quando proprio il mio cuore piange sangue mi rivolgo al Cielo. Parlo con Dio non in forma di preghiera-mantra, ma come se fosse una presenza con cui avere contatto.

In passato era semplice. Sulla strada ho perso la fede -- adesso, pian piano, cerco di recuperarla. Ho un podcast di meditazione guidata sulla Gnosi (sulla quale vorrei saperne di più) a calmarmi i sensi, al momento. Ho avuto momenti in giornata in cui sono stata più nervosa -- e da ciascuna tempesta emotiva esco sempre a frammenti piccoli piccoli... Ma ci si riprende. La voce rassicurante del Maestro che parla con dolcezza con il tintinnio delle campanule in sottofondo mi distende i nervi e mi dà pace.

Volevo fare un ritiro spirituale Vipassana da 10 giorni. In esso non si può parlare. Non si può leggere né scrivere. Non si può mangiare dopo le 12. Non si può fumare né bere alcolici o introdurre qualunque sostanza nociva nell'organismo. I cellulari sono spenti. Sveglia alle 4. Luci spente alle 21,30. Dieci ore di meditazione al giorno. Per tutta la durata del soggiorno, le regole sono queste. Si può camminare. Si riflette. L'obiettivo è sentirsi davvero soli con se stessi e ritrovare il "centro" d'una visione più chiara della realtà. 

Mi sono informata e vorrei provare.
Vorrei anche accedere al tempio buddhista della città capoluogo. Tengono meditazioni settimanali e corsi esplicativi sul buddhismo. 

Non sono "buddhista" né "cristiana" (e tantomeno cattolica). Sono panteista, al limite. E cerco la mia pace mentale. La cerco come un assetato un po' d'acqua fresca. Un'acqua gelida, purificatrice, per l'anima.

Al limite, potrei fare anche qualche ritiro week-end con la meditazione dell'amore compassionevole "Metta". Che fra l'altro è più utile a chi, come me, soffre di stress post-traumatico.


domenica 10 maggio 2026

Una scrittrice che ricordo con affetto


Quando frequentavo le elementari avevo il mio libro di antologia -- chiamato, lo ricordo bene, "Rosso Fragola" -- e prima che iniziasse l'anno scolastico lo sfogliavo da cima a fondo, leggendo tutti i racconti che poi sarebbero stati oggetto di lettura in classe. (Nella lettura, così come nei temi, così come un-po'-in-tutte-le-materie alle elementari andavo molto meglio dei miei compagni di classe, e senza nessuno sforzo; le cose si complicarono alle superiori, quando non bastava l'intelligenza ma bisognava unire all'intelligenza l'impegno e la disciplina). Andavo a caccia di brani interessanti per leggerne i libri, ed uno di questi portava la firma di Banana Yoshimoto (in foto).

Un estratto da "Chie-chan e io" mi fece scivolare nel suo mondo. Assieme a quest'ultimo, lessi altri suoi libri, fra cui "Kitchen" e "L'abito di piume". Mi accompagnò dall'infanzia alla prima adolescenza (15-16 anni), e posso dire che grazie a lei vissi per la prima volta il sentimento inesplicabile dell'amore per la scrittura.

La Yoshimoto scrive in modo molto semplice, e narra delle piccole gioie della vita quotidiana (che potremmo assimilare al concetto di "ikigai", il quale non è soltanto "lo scopo di vita", ma più precisamente "il piacere delle piccole cose che danno senso alla vita") con una delicatezza e un'armonia perfetta, molto "giapponese" -- è così che chi non conosce l'anima spirituale del Giappone, se vuole farlo, dovrebbe, secondo me, dedicarsi alla lettura dei suoi libri. 

Penso che sia questo che cercano i lettori quando leggono un autore straniero -- entrare nell'"anima" di un'altra cultura. Banana "teletrasporta" il lettore nel lato più dolce e gentile della società e della vita giapponese.

E' una scrittrice che, a quanto leggo, in Giappone viene un po' screditata. Considerata alla stregua di un Fabio Volo in Italia, per intenderci. Non sono d'accordo per nulla. Per quanto mi riguarda è raro trovare qualcuno che con una tale limpidezza, come Banana, riesca a descrivere la "vita quotidiana" nella sua piccolezza, semplicità -- e preziosità.

venerdì 8 maggio 2026

Senza perdere la tenerezza


C'era una "matta" in una comunità dei matti in cui sono stata. Una in particolare. Guardava, annuiva e ripeteva in continuazione: "è grave".

E gli altri matti-meno-matti rispondevano "Sì, è grave". Senza capire un cacchio di cosa volesse dire lei. Me compresa.

Mi è tornata in mente la Giulia, dunque, e sulla scia di questo ricordo voglio discutere del concetto di "gravità" relativamente alle situazioni umane.

Non c'è nulla di davvero grave. Grave sarebbe la morte, e basta, ma la morte si verifica ogni santo giorno copiosamente e pacificamente.

Cosa c'è di peggio -- e al contempo, di meglio -- che chiudere gli occhi e sparire dal mondo?
E' la fine che faremo tutti. E' l'unica cosa a cui assolutamente non c'è rimedio.
Se siamo tutti destinati a una simile fine, nell'oblio del mondo, cosa ci porta a sopravvalutare la portata della drammaticità delle nostre situazioni umane?

Forse conoscerete l'"auto-compassione" di Carl Rogers: si basa sul fatto che dovremmo provare vicinanza per noi stessi -- che in fondo al nostro cuore c'è un bambino o una bambina piangente e spaventato o spaventata -- perché le nostre pene sono le pene del mondo intero -- nulla di eccezionale, è tutto schifosamente ordinario, letteralmente tutto il male del mondo è comune al mondo.

Non temo la morte.
Non temo la vita nel suo incontrovertibile squallore.
Non temo la condizione umana -- che è sempre animale. Non temo le pene dell'umano. Non temo le altre persone e così provo un senso di fiducia "non cieca" verso il loro cuore.

Che anche a dispetto di tutte le egoiche impalcature -- la loro anima è mia amica

Essere diffidenti riesce facile a tutti. Provar fiducia a pochi. E' proprio questo il nucleo dell'essere dei rivoluzionari. La rivoluzione parte "dal basso". Dalle cose più piccole. Per realizzare le più grandi e importanti

giovedì 7 maggio 2026

In un mondo di maschere


Ci aspettiamo sempre troppo dagli altri. Bisogna accettare la possibilità cioè la certezza che ciascuna persona non sia che una scialuppa, non un porto d'approdo. Così facciamola finita con questo discorso di affezionarci o "sperare che...". Io mi affeziono spesso -- troppo spesso -- e spesso nella voglia deliberata di non capire nulla dell'altro trascuro dettagli che potrebbero rendermi palese che l'altra persona in realtà mi trova un emetico naturale. E' così che va. La gran parte delle volte si è indigesti agli altri. Io, poi... Io ho nella mia splendida fedina sociale una serie di bruciature. Di sigaretta. 

Di mia sorella non riesco a capacitarmi che sia una fredda statua di ghiaccio, narcisistica, megalomane, violenta e in pieno odio per me. Preferisco vedere lei come una creatura fragile e incompresa. A una visione "spirituale", "profonda", forse segnata da una sensibilità troppo acuta. Non che da sempre fosse cattiva, è che s'è costruita una corazza tutt'intorno. E non è che il cielo sia azzurro, è solo non-verde. Le due cose possono tranquillamente coesistere. Cattiva e con la corazza. Mi verrebbe da dire che, credo, siano proprio le persone più buone in principio a snaturarsi e pervertirsi alla malvagità più selvaggiamente nel corso del tempo coniugato ai calci che gli riserva la vita.

O forse sono state ferite troppo precocemente, non lo so. 

In tutti i casi va fatto un calcolo costo/beneficio. Se vedere il lato illuminato della luna è un modo per essere sereni, se bendarsi gli occhi è un modo per vivere sereni, allora va', fiorellino, e spargi i tuoi petali d'amore per il mondo... Anche se poi dovessero pensare e ribadire che sei totalmente cretina. Tu lo sei: stupid is as stupid does. Qual è il problema?

L'alternativa alla cretinaggine qual è, per me? La clausura? L'isolamento? O qualcosa di peggio?

(Credo nella proprietà intrinsecamente trasformatrice della materia ergo del cervello umano. Proviamo a trattare gli altri non tanto come ci trattano, quanto come vorremmo ci trattassero)

mercoledì 6 maggio 2026

"Do or die"


Mi pare un quadro di Hopper (il mio pittore preferito). Così si dipana la vita di tutti i giorni. In un tenue grigio-azzurro, fra campi di grano e tetti spioventi color mattone.

Le conchiglie che ho distribuito sulla sabbia sono piccoli granelli di polvere nel mare. Le posiziono ciascuna a distanza dall'altra, in modo che non si concilino.

Chi lo sa quanto dolore non è possibile esprimere.

Devo smettere di fidarmi degli uomini -- se mi fido ancora, penso, mi uccideranno. La sola cosa che conta è quello che sento dentro. E dentro -- per il troppo vino -- non sento niente. Io sono una persona ch ha il cervello intasato di troppe cose che vuole fare, fisica, matematica, lingue, psicologia, disegno, dipinto, volontariato, e alla fine non ne fa nessuna perché è solo un inutile -- infine, solo -- un inutile involucro di carne e organi inconcludente

Inconcludente e infertile come un terreno bruciato dalle radiazioni nucleari

Non faccio alla Brondi "parole poetiche evocative", tipo "stratosfera", "campi di grano", "risvegli della vita", parlo di una persona che è stanca di odiarsi ed è stanca d'un mondo che, le pare, la trascina in una giostra folle di risa e stupidità e mediocrità e lei si addormenta, e poi si risveglia, e ride alle loro volgarità, e torna a dormire, e beve, e beve... e ride. E il tempo scorre. E diviene sempre più stolta. E quanto più stolta tanto più in pericolo. Perché lei li vede gli sguardi omicidi della gente, i loro denti digrignati. Che se potessero se la strapperebbero a morsi, cuore compreso, cuore soprattutto. 

E si lascia oscillare dalla superficie dell'acqua. E i denti digrignano e fanno uno stridio che assomiglia allo sfrecciare dei pneumatici sull'asfalto.

martedì 5 maggio 2026

Il mio nome sono io


Il mio nome è Valentina -- e con questo vi ho già detto tutto di me. Che Dio mi stramaledica.

Il significato etimologico di Valentina -- che deriva dal latino valens, valentis -- è "forte, vigorosa, sana".

In lingua italiana assomiglia al termine "valente". In lingua iberica "vale", che è l'abbreviativo più comune del nome, è un'esclamazione che significa "va bene". Il significato del mio nome indicherebbe il benessere e la salute.

Il secondo nome che mi è stato dato è Laura.

La seconda donna ad ottenere una laurea, e la prima in assoluto a conseguirla in medicina, si chiamava Laura (Maria Caterina Bassi), nel 1732 -- ed era italiana, così come la prima donna che ottenne una laurea al mondo, ma in campo letterario, che invece si chiamava Elena (Lucrezia Cornaro Piscopia), nel 1678 -- e il termine "laurea" è etimologicamente legato al concetto di "sapienza", "istruzione", "sapere". E' diventato il titolo accademico che si conferisce a chi si diploma all'Università (o all'estero, al College). Laura, come nome, deriva da lì.

A darmi il primo nome fu mio padre, il secondo piaceva così tanto a mia madre che mi venne imposto come secondo nome anche all'anagrafe, così io per lo Stato, ufficialmente, risulto non "Valentina" ma "Valentina Laura".

Se è vero in parte che nomen omen, non vale per me che non sono né "Valentina" né "Laura".

Ma possiamo guardare anche al significato "esoterico" dei due nomi. E lì forse mi avvicino di più

Valentina è direttamente connessa al concetto di amore (San Valentino... eccetera; oggi, fra parentesi, è una festa che sovente si passa al cimitero), è una donna che consacra se stessa all'amore e per la quale l'amore è un tema vitale.

Laura, nel suo significato simbolico, spirituale, evoca immagini di vittoria, saggezza e protezione divina.

Due bei nomi insomma... sia foneticamente che nel significato, da qualunque angolazione li si guardi.
Che chiunque mi conosca (me compresa) trova oggi ridicoli. (Li ho coperti io di fango)
Perché tendiamo ad attribuire al nome un significato direttamente connesso alla "persona" che lo detiene nella sua individualità.

Un tempo mi piacevano entrambi così tanto, ne andavo letteralmente fiera -- ora sono pieni di graffi! Ci vorrebbe un restauratore coi controcazzi di nomi, un riparatore di identità, quindi, perché io torni ad impossessarmi senza vergogna e senza timore del mio nome -- che ho perduto in un oceano di fango

lunedì 4 maggio 2026

Tsunami


Sono entrata in uno stato di flow e dalle 15 alle 23 -- circa -- sono stata assente a me stessa, assente al mondo.

Non riesco a dormire e vengo nel mio spazietto virtuale a battere qualcosa sulla tastiera, sapendo che sarà un inutile tentativo di contattare un dolore che non sento più, non lo sento più perché se lo sentissi, come uno tsunami, mi sommergerebbe. Qualche volta ci entro in contatto, provo supremo disgusto e suprema amarezza, e subito scappo di nuovo nel mio Paese delle Meraviglie personale.

Tento di accomiatarmi dal mondo dacché ero molto giovane -- il mio subconscio non si lascia scappare un graffio -- sicché trovo utile parlare, in questo post, di ideazione al suicidio.

La parola "suicidio" è una sorta di tabù. Richiama alla mente scenari troppo cupi. Eppure, nella mia scarsa autoconsapevolezza, io non riesco a vederlo come qualcosa di così tragico -- ho tentato tanto. Con il tempo, soprattutto, ero diventata solo una sciocca che lesinava "attenzione", tutte le volte che ingerivo farmaci su farmaci -- a dozzine -- e poi, stupidamente, passata un'ora o due chiamavo un'ambulanza per farmi salvare la vita.

Quando una persona tenta di togliersi la vita non è -- mai -- semplicemente "una" cosa o l'altra; richiesta d'aiuto, d'attenzione, o volontà di andarsene davvero. In diversa percentuale, c'è tutto

E davvero, quando -- per disgrazia -- si riesce, in fondo, negli ultimi momenti, non si vuole. Così è il caso a decidere la morte, più dell'individuo che si taglia le vene o si impicca.

E non è che tu non voglia vivere. Vuoi solo porre fine al dolore.

"The falling man" -- L'uomo che cade, 11 settembre 2001, New York

E' come scegliere... come fece l'uomo che cade, se lasciarsi divorare dalle fiamme o schiantarsi al suolo. Non si vuol "terminare". Si vuol solo la soluzione più indolore.

"Meglio il riposo eterno a una vita priva di significato e piena di dolore".

Sarebbe così bello andare via... pensavo... gettar via la mia inutile vita, che non serve a nessuno, nemmeno a me stessa. Al tempo stesso non mi importava tanto che riuscisse o meno.

Il pattern era: "Cinquanta o sessanta pillole, giù, chi se ne importa. Magari ce la faccio, o magari sopravvivo; proviamo... Cosa importa, del risultato?". Poi paura, terrore. Infine sopravvivere. Sopravvivere sempre. Finché capisci che non riesci nemmeno a buttarti nell'umido (o nell'indifferenziata?) e smetti di provarci.

A un livello microscopico, ogni vita è essenziale, ma ad un livello macroscopico, cosa vuoi che importi? Con quanti milioni di vite spezzate, portate via come foglie secche dal vento, ogni giorno -- specie ora, in tempo di guerra...

Cosa importa di me?

Quando parlavo delle violenze, (fisiche, psicologiche, sessuali), in passato, ero più "accesa" che piena di dolore. La maschera della rabbia a difendere un'interiorità estremamente fragile, estremamente frangibile, e fatta d'una nervatura di sofferenza inespressa. Questo aiutava la gente a prendere le distanze. Minimizzavano il mio dolore, sminuivano il mio vissuto, pensavano che mentissi, oppure che fossi "troppo stupida" per capire l'importanza.

Pensano che sia "troppo matta" per capire l'importanza della vita.

A me non importa della vita -- sebbene ne capisca a livello generale l'"importanza" per la maggior parte delle persone, sane

Tempo fa l'unica cosa che rimpiangevo era che, se fossi morta, non avrei mai più rivisto il mio amico -- e il mio amico è l'unica cosa che anche al momento mi separa dalla morte... in effetti... -- ma di vivere, per me, non ne è mai valsa la pena e non ne varrà mai la pena

domenica 3 maggio 2026

Il cosiddetto "perdono"

Ego te absolvo in nomine Pater, filii et Spiritus Sancti

Ogni volta che sento qualcuno parlare di "perdono" con locuzioni quali "Io ti perdono", mi torna alla memoria l'immagine della Vergine Maria.

  • Nota 1: Verificare accuratamente che colui il quale "perdoni" voglia il tuo perdono. Perché spesso -- quasi sempre -- se ne sbatte. Quindi se il tuo perdono non lo fa facepalmare e ridere, al massimo gli procura disprezzo se non odio.
  • Nota 2: E così, dovrebbe servire a te, e a te soltanto, "per sentirti meglio"? Pensare di per-donare (donare) a chi ci scatarra sopra, al tuo per-dono? E' inutile. Non serve letteralmente a nulla. Anzi: ti fa solo stare peggio.
  • Nota 3: Tu perdoni CHI? Tu sei "l'assoluta parte lesa" e concedi "la tua grazia" al cosiddetto "assoluto peccatore"? E' come mettersi su un piedistallo di superiorità e far scendere la polverina dorata di Dio buono e misericordioso sull'Angelo Caduto. Ma chi ti credi di essere? Se pure fossi più parte lesa che in causa, ciascuno ha le sue ragioni per far quello che fa -- e non sta a te "perdonare"; al limite, per chi vuole crederci, sta a Dio. (Di cui tu non fai le veci. Nemmeno se sei il Papa -- soprattutto se sei il Papa.)
Sarebbe meglio ignorare. Né perdonii né misericordie né assoluzioni, e nemmeno rancori e vendette - mi fai del male? Stammi semplicemente alla larga! Una sola volta è sufficiente per squalificarti ai miei occhi per una vita intera.

sabato 2 maggio 2026

ἓν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα ("so di non sapere")


L'esperienza di "sentirsi sciocchi" è comune a molte persone -- non mi azzardo a dir "tutte" -- almeno saltuariamente.

Stanotte ho fatto un sogno di cui ricordo molto poco: mi trovavo ad uno sportello postale, con una donna bionda che gestiva, da impiegata, delle pratiche. Ci dibattevamo, io, lei e altri, sul significato del termine "stolto". Tutti, in Poste, sembravano convinti che volesse dire "intelligente". Intervenivo con costanza e determinazione a dire e ribadire il suo vero significato. L'impiegata bionda ci pensava un po', stentava, poi, vacuamente, acconsentiva.

Chiaramente non è un sogno che simboleggi le mie reali capacità o assenza di capacità, e il giudizio "di massa" su esse: semmai, credo fosse la messa in scena della mia più matura messa in discussione delle etichette che mi vengono attribuite.

Oggi penso che il giudizio di un altro abbia lo stesso peso del mio. Cioè, su una scala da 0 a 100, sia 100 che 0; per come io la penso, tutti e nessuno hanno la verità sugli altri. 

A livello soggettivo, forse, tutti -- va dato valore all'esperienza soggettiva di tutti (e in particolare di chi per noi è importante). Oggettivamente, ciascuno dovrebbe ammettere la propria ignoranza (data dai limiti, dai bias, dai pregiudizi, dalla "non (piena) conoscenza"...) nel valutare le persone

Mi preoccupo e mi tormento di meno su ciò che pensano gli altri (e forse non è così insolito, alla mia età).

Se in milioni pensassero ed esprimessero che io sia più o meno "scema", questa non sarebbe una prova di attendibilità. Il numero non definisce nulla - anzi: è spesso la leva di giudizi fuorvianti

Penso a me stessa (e di conseguenza anche agli altri) come ad una specie di semi-"flusso" che può avere performance buone o scadenti a seconda del momento e del contesto. Non gradisco le etichette e non le applico né a me né agli altri.

Tuttavia bisogna sempre agire con un certo criterio; se è giusto che si giudichi il comportamento e non la persona, questo non legittima il lasciarsi andare a performance scadenti.

La DBT (dialectical-behavioural therapy, terapia dialettico-comportamentale) di Marsha (Linehan) mi sta aiutando in tutto ciò che si evince da queste considerazioni -- una maggiore stabilità psicologica? -- e mi sta dando un filo di speranza.

Un po', mi sento cambiata.

Stamattina, come prima cosa, ho segnato le alternative piacevoli che mi sono venute in mente all'agito impulsivo -- che è tipico del mio problema psicologico (il disturbo borderline. Non abbiate paura: non mi definisce come "narcisistica" o "psicotica". Anzi... il più delle volte sono mite, mesta, e non mordo). E anche questa, in sé, è stata un'alternativa "piacevole" alla malinconia e al giudizio auto-svalutante che come un rumore di fondo mi tartassava prima, e che continua a ripresentarsi alla mia mente quando sono da sola...