sabato 30 maggio 2026

Fuori e (è) dentro, e la conciliazione delle polarità opposte



La legge dello Specchio enuncia un principio psicologico semplice: ogni persona alla quale reagiamo emotivamente rappresenta delle parti di noi che rifiutiamo (nel caso del disprezzo o dell'odio) o che amiamo (nel caso dell'apprezzamento e della stima); in tutti i casi che ci rispecchiano.

Questo significa che "il dentro" è anche "il fuori" e viceversa.

Le persone che incontriamo -- intendendo ogni singola persona che in qualunque modo cattura la nostra attenzione, con cui creiamo o evitiamo un legame, ma in tutti i casi che crea in noi una (qualche) risonanza emotiva -- sono specchi di noi stessi.

Se disprezzo in una persona la "volgarità", intrinsecamente quell'attributo è parte di me, ma io l'ho rifiutato e relegato nel mio inconscio per non poterlo vedere in me.

Se di una persona apprezzo la gentilezza, la gentilezza è una qualità speculare che forse mi manca a livello conscio.

Ammiriamo le parti di noi che ci mancano a livello conscio nell'altro -- ma che sono presenti nel nostro inconscio -- e lo stesso discorso vale quando troviamo spregevole un tratto caratteriale o fisico dell'altro.

Spesso la linea di separazione fra le polarità è molto sottile -- come ci insegna la filosofia Zen del Tao.

Parliamo della "volpe e l'uva", antica fiaba di Esopo, per richiamare retoricamente l'atteggiamento di screditazione di ciò che in fondo si desidera. Il disprezzo che si dedica a chi in fondo invidiamo -- e proprio per il motivo che invidiamo. Esempio: una ragazza sovrappeso entra in un bar in abiti succinti che non le rendono giustizia, e un bullo di quartiere la deride o la disprezza facendo commenti di disapprovazione sul suo corpo o sul modo in cui è vestita.

Può darsi che il bullo di quartiere in realtà provi segretamente invidia per la libertà della ragazza, che con la sua fisicità e/o il suo look sfida i suoi "confini mentali" di ciò che è giusto e ciò che non lo è, e quindi -- in soldoni -- risvegli in lui desiderio (per quell'attributo). Ecco che disprezzo, biasimo, pettegolezzo, e persino invidia, possono camminare insieme all'ammirazione e alla segreta stima.

Altro esempio "sputtanatissimo" -- l'amore e l'odio.

In certi articoli di psicologia si legge che l'odio è "l'altra faccia dell'amore" nel senso che nessuna relazione di amore è autentica se non corre di pari passo con la capacità d'odio per il medesimo oggetto.

Si odia perché si ama; si ama in quanto si odia.

(Non a caso a livello neurologico è stato osservato che si attivano le medesime aree del cervello alla vista sia di una persona odiata, sia di una persona amata).

L'opposto dell'amore -- ovviamente -- non è l'odio ma l'indifferenza. L'odio sorge come reazione spontanea all'amore, quando ci sentiamo colpiti nelle nostre fragilità e ci sentiamo vulnerabili all'altro. E' una faccenda di potere -- contrapposto alla vulnerabilità del sentimento: ti odio in quanto non posso permettermi (o non riesco ad) amarti, perché se lo facessi (o se ci riuscissi), verrebbe meno il mio orgoglio, verrebbero meno le mie difese.

Dante scrisse nella sua opera omnia: "Amor ch'a nullo amato amar perdona" -- che in soldoni vuol dire: non possiamo trattenerci dall'amare chi ci ama. Lo valuto piuttosto vero. Ma attenzione -- non sto affermando l'eresia che non esistano amori non corrisposti. Tuttavia, se io provo un investimento emotivo verso di te, è veramente difficile (per non dire impossibile) che la cosa non ti tocchi nemmeno un po'.

Possiamo dare per vera l'asserzione di Dante non nell'accezione di "ogni amore è sempre mutuale, se non lo è lo sarà per forza", che sarebbe una gran cazzata, ma in quella de "ogni investimento emotivo equivale a un ritorno emotivo" come nella legge di causa-effetto.

Che questo sia un tenue interesse o un'irritazione, un fastidio, non siamo mai indifferenti a chi ci ama o prova qualcosa per noi -- chiunque egli sia e in qualunque contesto si inserisca.

martedì 26 maggio 2026

Il potere della forza di volontà


Sottovalutiamo sistematicamente il potenziale della forza di volontà. Ci sentiamo spesso in balìa di eventi avversi e ci crogioliamo nella sensazione di impotenza, senza nemmeno tentare di fare qualcosa per cambiare le condizioni.

In questo post vorrei affrontare diversi argomenti.

Partiamo dal primo: la "tecnica dei 5 secondi". Secondo la scrittrice di self-help Mel Robbins, quando c'è un blocco fra il "dovere" e la capacità di superare lo step dell'inizio, è sufficiente contare all'inverso da cinque fino a "zero". Allo "zero", imporsi di cominciare. Ho vagliato la tecnica e appurato che funziona. E non è altro che il potere della forza di volontà in atto.

La volontà è... o può essere, addirittura più potente di uno stato mentale alterato.

E, se questo vale per le sostanze psicotrope, va da sé che dovrebbe valere allo stesso modo per gli stati d'animo.

Lo psicologo e filosofo Alfred Adler avanzò la tesi che le nostre emozioni fossero totalmente sotto il nostro controllo; che, più che dipendere da una causa, siano volte ad una finalità.

Così noi possiamo scegliere, in qualunque circostanza, di arrabbiarci -- per il fine di imporre il nostro potere sull'altro --, o di restare perfettamente calmi; e allo stesso modo, possiamo "scegliere" se soffrire o essere felici -- in ogni momento di ogni giorno.

La felicità è infatti più una scelta che una condizione esistenziale.

Spesso ci crogioliamo nel dolore, compiendo -- più o meno consciamente -- scelte autolesive. Indirizziamo i nostri pensieri verso la negatività, ignorando le cose che potrebbero rinforzare positivamente la nostra energia. E ci teniamo, volontariamente, in situazioni degradanti nella caparbietà della non-azione e dell'amore per l'infelicità. Fare un lavoro che non ci piace. Correre dietro ad una persona che ci rifiuta e ci tratta male. Nella fattispecie, se riconosciamo in lei delle caratteristiche caratteriali che ci fanno innamorare, ci fissiamo su di lei in maniera quasi ossessiva, ci struggiamo per l'amore che non sa (perché non può) darci; eppure basterebbe accettare quello stato di cose ("Tizio non è innamorato di me") e mantenere fisso l'obiettivo: il vero obiettivo; una persona (simile a Tizio, ma che non sia, chiaramente, lui) che ricalchi gli stessi atteggiamenti e pertanto "copra" gli stessi bisogni.

Facciamo un passo indietro per definire il significato di "bisogno".

Il "bisogno" è qualcosa di cui non puoi assolutamente fare a meno per la tua felicità. Il desiderio è qualcosa che vuoi, ma di cui puoi fare a meno.

In questo contesto, il "bisogno" è l'amore; le caratteristiche (mentali e identitarie) di Tizio richiamano in me l'amore; ma che sia "proprio lui" a soddisfare il mio bisogno d'amore, è relativo

E' importante distinguere desideri da bisogni e concentrarsi su questi ultimi, lavorando con caparbietà e disciplina, ogni giorno, per realizzarli.

Mantenersi fissi sull'obiettivo per mezzo della volontà in realtà non è "parte" ma tutto ciò che serve per la buona riuscita dell'obiettivo stesso.

Ci saranno per forza ostacoli sulla strada per raggiungerlo: se il focus resta fisso sulla realizzazione del bisogno, il bisogno, prima o poi, verrà esaudito.

Non dobbiamo sottovalutare la volontà perché, se le circostanze sono mutevoli e imprevedibili, essa costituisce comunque un buon 90% di ciò che ci serve per raggiungere gli obiettivi che ci rendono felici.


lunedì 25 maggio 2026

Gabor Maté, il trauma e il mito della "normalità"

Gabor Maté

Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi

Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.

La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.

Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.

Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale

Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.

Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.

Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.

Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto

Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.

La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm definisce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".

Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche. 

Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:

"Non è segno di salute mentale 
essere ben adattati a una società profondamente malata"

sabato 23 maggio 2026

Siamo responsabili dei nostri mali?


C'è un periodo della vita in cui non siamo responsabili di ciò che ci accade. E' quando siamo così piccoli da essere impotenti di fronte alla realtà di abuso e sopraffazione che ci circonda. Non siamo responsabili degli insulti, delle botte, che subiamo quando abbiamo tre, o cinque anni. Dal momento in cui diventiamo capaci di operare una nostra influenza sulla realtà, ergo, in maniera ridotta già dai sei anni in poi, in maniera via via crescente quanto più invecchiamo, e acquisiamo i diritti di cittadini e di uomini liberi al diciottesimo anno d'età... sì: qualunque cosa ci succeda di male (escludendo le tragedie che ci colpiscono senza che ne abbiamo controllo, come la guerra, come il lutto, eccetera), è responsabilità nostra.

La nostra vita, dal momento che siamo adulti, è in nostro pugno, è nostra scelta e responsabilità renderla quanto più vicina possibile alla "felicità".

Come? Smettendo di autosabotarci per avvantaggiare chi brama la nostra infelicità. E, all'atto pratico, accettando le cose così come sono. 

L'Inferno dantesco è sintetizzabile in una frase "E' colpa tua! (non mia)". Sono le colpe che attribuiamo agli altri, e che in realtà ci sono proprie; è il proprio cocciuto attribuire agli altri la responsabilità della propria condotta e della propria vita, che rende le persone fallite -- per usare termini concreti e subito d'impatto.

Siamo noi al timone -- gli altri possono tentare di distrarci, il mare può essere in tempesta, ma nostra è la responsabilità di tirare avanti fino alla mèta. Non lasciandoci scoraggiare nemmeno dai nostri demoni mentali che ci punzecchiano coi rimproveri, con le paure, con l'autocompiangimento.

Chi è "adulto" sa semplicemente non piangersi addosso.

Con una scrollata di spalle, dire: "E' così" ma non solo quello: "E' così, ma posso cambiare le cose". L'essere adulti include la consapevolezza delle circostanze attuali e la conoscenza dei propri limiti e potenzialità nell'ottica di un cambiamento-ribaltamento delle circostanze. Cioè a dire,

Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
La forza di cambiare quelle che posso cambiare,
E la saggezza di capirne la differenza.

- Preghiera della serenità

Sono, in ogni momento, responsabile delle scelte che prendo e di conseguenza delle ripercussioni (buone o cattive) che avranno nella mia vita.

Il piangersi addosso include, come situazione molto diffusa e comune, il compatirsi sulla propria condizione di vittime di fronte al giudizio altrui. Ma non si è solo vittime. Molto più spesso assieme a questo stato d'essere corre in parallelo uno stato d'animo: il far le vittime. L'essere vittime è ancora accettabile. Il fare le vittime mai. Mai bisogna autocompiangersi, in nessuna circostanza -- in questo mi sento perfettamente d'accordo con gli stoici. Mai bisogna puntare il dito sugli altri. Piuttosto puntarlo al proprio petto e dire: "mea culpa".

Il "mea culpa" è il sunto del Purgatorio -- un luogo a mezzavia fra l'Inferno di prima e il Paradiso successivo, che interviene quando la terra arida dà luce a un fiore e poi a un campo di fiori. 

Il Paradiso è in parole povere l'auto-realizzazione della "scala di Maslow". (Che è già psicologia pop; non c'è bisogno di parlarne.)

Il fratello di Henry James, William, passò dall'essere un disabile reietto ad essere un filosofo e scienziato di tutto rispetto semplicemente facendo questo switch: assumersi le responsabilità della sua vita.

Anche la morte, anche il suicidio, è una presa di responsabilità, perché è una scelta; e chi non riesce a compiere una delle due scelte fondamentali, se vivere o morire (macrocategorie nelle quali possiamo incasellare tutte le variabili di ogni istante che viviamo, di ogni singola cosa che compiamo), si trova davvero all'Inferno.

Quando inizia la scelta, inizia il Purgatorio. Quando inizia il discernimento, fra bene e male, inizia l'umanità -- inizia l'essere umani. Prima di allora si è solo morti che respirano.

Quale che sia la scelta -- vivere o morire -- è irrilevante. Non è filosoficamente meglio "vivere" a "morire". Non esiste nessun trattato filosofico che lo sostenga. Camus stesso, dopo aver scritto il Mito di Sisifo, ricevette forti critiche e venne praticamente smontato nella sua tesi da Sartre. Non è nemmeno moralmente più integerrima la vita, se non vogliamo appellarci alla dottrina cattolica. (E non vogliamo). Il fatto è che qualunque scelta è meglio del blocco della non-scelta, che è l'equivalente al "è colpa tua, non mia!", che equivale all'Inferno.

Quale che sia la scelta, bisogna compierla con responsabilità e avere la maturità di mantenere la promessa

E' una promessa che facciamo a noi stessi, quando scegliamo la vita, decidendo di essere forti -- con tutte le dovute, ovvie cadute. (Basta rialzarsi).

E' una decisione perentoria, quando decidiamo di porre fine a tutto. 

Ma in tutti i casi, conciliare vivere e morire è il girone di Satana in poche parole. E' ciò che ci rende vicini a Satana e lontani da Dio

Dio è vita, e la vita include la morte inevitabilmente, ma che le due cose corrano in parallelo, è il diabolico.

giovedì 21 maggio 2026

Sull'attentato di Modena

Si chiama Saku Talukder, ha 21 anni, viene dal Bangladesh. Ed è uno degli eroi di Modena.

Quattro anni fa è salito su un barcone in Libia e ha attraversato il Mediterraneo. È sbarcato a Lampedusa. Lo hanno mandato a Modena, dove lavora all’Italpizza, lontano dai genitori rimasti in Bangladesh. Sabato pomeriggio, mentre Salim El Koudri travolgeva otto persone con la sua Citroën e scendeva dall’abitacolo impugnando un coltello, Saku era lì. È uno di quei cinque uomini diventati una mano sola nell’immagine che da due giorni gira ovunque. Si è lanciato con gli altri, ha disarmato l’aggressore, gli ha strappato il coltello di mano e l’ha buttato in strada.

Poi è tornato dai feriti a portare acqua, a chiedere come poteva aiutare.
A chi gli chiede se ha avuto paura, risponde così: “In quel momento non ci ho pensato. Era più importante aiutare Luca, che sanguinava”. A chi gli chiede perché lo ha fatto e se lo rifarebbe: “I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna aiutare gli altri quando sono in difficoltà. Certo. Sempre. La vita delle persone viene prima di tutto”. E infine: “In tanti sono abituati a dire che gli stranieri delinquono. Ma non siamo tutti uguali. Anche gli stranieri sono onesti”.

Saku ha rischiato la vita per salvare quella di sconosciuti italiani in una via del centro di Modena. Lo ha fatto con il coraggio di chi sa cosa vuol dire perdere tutto e ricominciare da zero, di chi ha attraversato il mare per arrivare qui. Mentre lui correva incontro a un uomo armato di coltello, quelli che da anni passano le giornate a urlare contro “l’invasione” stavano comodamente seduti dietro a una tastiera.

Grazie Saku. Questa è casa tua.


(dal web)

giovedì 14 maggio 2026

Il giocattolo di Dio, o "il Necessario"


εὐδαιμονία

La felicità in greco si chiama eudamonìa.
“Eu” vuol dire bene; “Daimon” vuol dire demone. Eudamonia è la buona riuscita del tuo demone.
Ciascuno di noi ha dentro di sè un demone. Se lo scopri, lo devi realizzare e se lo realizzi bene raggiungi l’eudaimonia, la buona riuscita del tuo demone e cioè la tua buona autorealizzazione.
Umberto Galimberti

Lo sanno quelli che hanno letto "Il codice dell'anima" di Hillman -- come esseri umani siamo chiamati a svolgere una missione in questa terra, dettata dal nostro "daimon" o demone, sebbene non sia che una rarità che qualcuno riesca nel proposito. Al contrario la maggior parte della gente del mondo vive vite terribilmente sofferte e povere di opportunità e prospettive -- come gli sfollati, i senzatetto, le vittime della guerra, i poveri dell'Africa subsahariana che sono costretti a compiere centinaia di km a piedi per avere dell'acqua ogni giorno. 

Sono estremamente ignorante sulla quantità spaventosa di male e dolore che esiste al mondo. Ritengo che una vita "felice", più che una vita in sintonia con la propria "chiamata", del proprio "daimon", (Galimberti dixit), sia più verosimilmente, oggi, una vita che non è afflitta da troppi problemi e vissuta in serena dignità. Entrambe caratteristiche che non sono proprie di gran parte dell'umanità.

Sono di idee un po' deterministiche -- e per me il mondo è un gioco già predeterminato, noi elementi del "gioco" di Dio, ciascuno con la sua essenziale importanza. Anche il male, in questa prospettiva, e l'immenso dolore che affligge l'umano, è nei suoi piani -- imperscutabili.

In che modo la religione può aiutarci a tollerare il dolore della vita? Con le parole di un prete:

"Le tue forze valgono a superare il giorno".

C'è molta saggezza in questa asserzione. Vivi solo per superare il giorno. Non preoccuparti di domani.

Il mio passo preferito della Bibbia è sempre stato il Vangelo di Matteo, 6:25-34:
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

domenica 10 maggio 2026

Una scrittrice che ricordo con affetto


Quando frequentavo le elementari avevo il mio libro di antologia -- chiamato, lo ricordo bene, "Rosso Fragola" -- e prima che iniziasse l'anno scolastico lo sfogliavo da cima a fondo, leggendo tutti i racconti che poi sarebbero stati oggetto di lettura in classe. (Nella lettura, così come nei temi, così come un-po'-in-tutte-le-materie alle elementari andavo molto meglio dei miei compagni di classe, e senza nessuno sforzo; le cose si complicarono alle superiori, quando non bastava l'intelligenza ma bisognava unire all'intelligenza l'impegno e la disciplina). Andavo a caccia di brani interessanti per leggerne i libri, ed uno di questi portava la firma di Banana Yoshimoto (in foto).

Un estratto da "Chie-chan e io" mi fece scivolare nel suo mondo. Assieme a quest'ultimo, lessi altri suoi libri, fra cui "Kitchen" e "L'abito di piume". Mi accompagnò dall'infanzia alla prima adolescenza (15-16 anni), e posso dire che grazie a lei vissi per la prima volta il sentimento inesplicabile dell'amore per la scrittura.

La Yoshimoto scrive in modo molto semplice, e narra delle piccole gioie della vita quotidiana (che potremmo assimilare al concetto di "ikigai", il quale non è soltanto "lo scopo di vita", ma più precisamente "il piacere delle piccole cose che danno senso alla vita") con una delicatezza e un'armonia perfetta, molto "giapponese" -- è così che chi non conosce l'anima spirituale del Giappone, se vuole farlo, dovrebbe, secondo me, dedicarsi alla lettura dei suoi libri. 

Penso che sia questo che cercano i lettori quando leggono un autore straniero -- entrare nell'"anima" di un'altra cultura. Banana "teletrasporta" il lettore nel lato più dolce e gentile della società e della vita giapponese.

E' una scrittrice che, a quanto leggo, in Giappone viene un po' screditata. Considerata alla stregua di un Fabio Volo in Italia, per intenderci. Non sono d'accordo per nulla. Per quanto mi riguarda è raro trovare qualcuno che con una tale limpidezza, come Banana, riesca a descrivere la "vita quotidiana" nella sua piccolezza, semplicità -- e preziosità.

domenica 3 maggio 2026

Il cosiddetto "perdono"

Ego te absolvo in nomine Pater, filii et Spiritus Sancti

Ogni volta che sento qualcuno parlare di "perdono" con locuzioni quali "Io ti perdono", mi torna alla memoria l'immagine della Vergine Maria.

  • Nota 1: Verificare accuratamente che colui il quale "perdoni" voglia il tuo perdono. Perché spesso -- quasi sempre -- se ne sbatte. Quindi se il tuo perdono non lo fa facepalmare e ridere, al massimo gli procura disprezzo se non odio.
  • Nota 2: E così, dovrebbe servire a te, e a te soltanto, "per sentirti meglio"? Pensare di per-donare (donare) a chi ci scatarra sopra, al tuo per-dono? E' inutile. Non serve letteralmente a nulla. Anzi: ti fa solo stare peggio.
  • Nota 3: Tu perdoni CHI? Tu sei "l'assoluta parte lesa" e concedi "la tua grazia" al cosiddetto "assoluto peccatore"? E' come mettersi su un piedistallo di superiorità e far scendere la polverina dorata di Dio buono e misericordioso sull'Angelo Caduto. Ma chi ti credi di essere? Se pure fossi più parte lesa che in causa, ciascuno ha le sue ragioni per far quello che fa -- e non sta a te "perdonare"; al limite, per chi vuole crederci, sta a Dio. (Di cui tu non fai le veci. Nemmeno se sei il Papa -- soprattutto se sei il Papa.)
Sarebbe meglio ignorare. Né perdonii né misericordie né assoluzioni, e nemmeno rancori e vendette - mi fai del male? Stammi semplicemente alla larga! Una sola volta è sufficiente per squalificarti ai miei occhi per una vita intera.