Fra un dilemma e l'altro, un senso di colpa e l'altro, una ripicca e l'altra, la battaglia fra noi viene mandata avanti da lui solo -- ma io ne comprendo le ragioni. E mi stuzzica il pensiero che sia in fondo (ma anche in superficie) colpa mia.
M'ero illusa d'un amore incondizionato.
Ma è davvero "vero amore" l'incondizionato?
Ciò che chiamiamo amore è davvero tale se dipende da condizioni? Se esiste solo "a patto che"? Se cambia, si ritira o si raffredda quando l’altro non risponde più alle nostre aspettative?
Poniamo le nostre condizioni:
“Ti amo se mi rispetti”, “Ti amo se mi fai sentire importante”, “Ti amo se non mi deludi”.
Molti dei nostri "paletti" non nascono dall'egoismo, ma da necessità legittime. Alcuni non sono altro che confini sani: elementi fondamentali per una relazione equilibrata.
Parlare di amore completamente incondizionato nelle relazioni adulte non ha senso. Non siamo genitori di un bebè, non siamo chiamati ad accettare tutto senza limiti. L’amore maturo include anche la capacità di dire “no”, di allontanarsi da ciò che ferisce, di riconoscere quando una relazione non è più sana.
In fondo, però, è anche vero che amare davvero qualcuno significa anche concedergli lo spazio di essere imperfetto.
Lo spazio per l'imperfezione, in una data (e grande) misura, lui me lo ha anche concesso.
Negli ultimi tempi sta crollando tutto... e forse sono io che mi sono illusa di poter trovare un amore così, "incondizionato", in una persona che da me voleva ovviamente altro.
Abbiamo giocato al papà e alla bambina -- perché quello che cercavo in lui era un padre... per farne "il mio uomo" avrei dovuto prima maturare abbastanza da essere una donna.
Lui non è più disposto a giocare.
Ed ha iniziato ad odiare.
Ringrazio sempre la mia scarsa consapevolezza, (leggi: ottundimento emotivo) che mi consente di non considerare con dolore e apprensione il pericolo di perdere lui.
Il dolore verrà al momento dello strappo...
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