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giovedì 30 aprile 2026

Strappo // Amare "condizionatamente"


Fra un dilemma e l'altro, un senso di colpa e l'altro, una ripicca e l'altra, la battaglia fra noi viene mandata avanti da lui solo -- ma io ne comprendo le ragioni. E mi stuzzica il pensiero che sia in fondo (ma anche in superficie) colpa mia.

M'ero illusa d'un amore incondizionato.
Ma è davvero "vero amore" l'incondizionato?
Ciò che chiamiamo amore è davvero tale se dipende da condizioni? Se esiste solo "a patto che"? Se cambia, si ritira o si raffredda quando l’altro non risponde più alle nostre aspettative?

Poniamo le nostre condizioni: 
Ti amo se mi rispetti”, “Ti amo se mi fai sentire importante”, “Ti amo se non mi deludi”.

Molti dei nostri "paletti" non nascono dall'egoismo, ma da necessità legittime. Alcuni non sono altro che confini sani: elementi fondamentali per una relazione equilibrata.

Parlare di amore completamente incondizionato nelle relazioni adulte non ha senso. Non siamo genitori di un bebè, non siamo chiamati ad accettare tutto senza limiti. L’amore maturo include anche la capacità di dire “no”, di allontanarsi da ciò che ferisce, di riconoscere quando una relazione non è più sana.

In fondo, però, è anche vero che amare davvero qualcuno significa anche concedergli lo spazio di essere imperfetto.
Lo spazio per l'imperfezione, in una data (e grande) misura, lui me lo ha anche concesso.
Negli ultimi tempi sta crollando tutto... e forse sono io che mi sono illusa di poter trovare un amore così, "incondizionato", in una persona che da me voleva ovviamente altro.

Abbiamo giocato al papà e alla bambina -- perché quello che cercavo in lui era un padre... per farne "il mio uomo" avrei dovuto prima maturare abbastanza da essere una donna.
Lui non è più disposto a giocare.
Ed ha iniziato ad odiare.

Ringrazio sempre la mia scarsa consapevolezza, (leggi: ottundimento emotivo) che mi consente di non considerare con dolore e apprensione il pericolo di perdere lui.

Il dolore verrà al momento dello strappo...

sabato 17 gennaio 2026

Bandura e la normalizzazione del male

“In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.” 
Hermann Hesse.

Secondo Albert Bandura, psicologo canadese, prefigurarsi il male non significa pensare a persone disturbate, preda di impulsi incontrollabili, "pazze" o disadattate.
Bandura definiva una serie di meccanismi che i "normali" mettono in atto per compiere il male più distruttivo continuando a sentirsi al contempo "brave persone". Definì questo pensiero "teoria del disimpegno morale".

Il disimpegno morale è composto da una serie di auto-assoluzioni che permettono di mantenere intatta l'immagine idilliaca del sé come "non malvagio", comunque commettendo atti malvagi
  1. Giustificazione morale. "Lo faccio per un bene più grande". La violenza diventa necessaria (si ricordi Orwell: "La guerra è pace".)
  2. Eufemismo linguistico. "Ma stavo solo scherzando!". Camuffare la violenza da "scherzo" consente alla persona molesta di molestare indisturbata da ogni responsabilità sul suo comportamento.
  3. Confronto vantaggioso. "C'è chi fa di peggio". Dato che esiste, potenzialmente, un male più grande, il male che il molestatore compie è "assolto". Non so se avete mai sentito parlare di quei che "Non ho mai ucciso nessuno!". Suppongo di sì
  4. Diffusione di responsabilità. "Lo fanno tutti": unirsi al coro di molestie "diluisce" la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva, proprio perché così diluita, meno imputabile. Un esempio affine, che rientra nella categoria: Eichmann, come spiega la Arendt in "La banalità del male", si difese fino all'ultimo al tribunale di Norimberga dicendo che "non aveva fatto nulla di sbagliato" e che erano "ordini dall'alto (che non poteva non eseguire)". In questo contesto se la decisione di nuocere è una "delega", condivisa, chi perpetra il male si sente automaticamente auto-assolto.
  5. Negare o minimizzare le conseguenze. "Non le ho fatto nulla di grave", "quanti drammi fa questa drama-queen, per così poco!".
  6. Disumanizzazione della vittima. A mio avviso il disimpegno morale più frequente. "E' un cane", "è un animale", è (comunque sia) "disumana". Non è in grado di soffrire pertanto come un essere umano; sto colpendo una "cosa", non un essere capace di star male assorbendo la violenza che gli uso.
  7. Attribuzione di colpa (alla vittima). "Tu poi, proprio te le cerchi...". Autoassoluzione molto potente. Si giustifica il male sulla base di una provocazione, vera o più spesso presunta, data dalla vittima.
Il male non nasce soltanto da "persone malvage", ma da auto-giustificazioni condivise.

La "normalizzazione del male" avviene quando il male non è solo intenzione singola, ma ambiente. In alcuni ambienti il male può prosperare attraverso un vicendevole rinforzo reciproco a proseguire nella condotta molesta. Se un gruppo, un'istituzione o una società:
  • ridicolizza le vittime
  • minimizza l'abuso
  • glorifica la forza e il dominio
  • punisce chi denuncia
  • giustifica la prevaricazione
... il male finisce di essere un'eccezione "deviata" e diventa normalità e prassi condivisa. In questa situazione non c'è un argine ad esso che serva a qualcosa, se non, probabilmente, la fuga. L'abusante è anni luce dal trovare remore al suo comportamento deviato, anzi: è una cosa ai suoi occhi "naturale" verso quello specifico bersaglio. Non c'è nessun margine di senso di colpa e quindi di ravvedimento.

Il male più pericoloso non è quello spettacolare o patologico. E' quello praticato da persone normali che credono di avere buone ragioni.