martedì 16 giugno 2026

Αἰδώς e ὕβρις: l'equilibrio perduto tra misura e tracotanza nella cultura greca

E. Hopper, "A woman in the sun"

Tra i concetti più affascinanti dell'antica Grecia vi sono αἰδώς (aidṓs) e ὕβρις (hýbris). Questi due termini rappresentano forze opposte che attraversano la letteratura, la filosofia e la religione greca, offrendo ancora oggi una chiave per comprendere il comportamento umano.

Se la modernità celebra spesso l'ambizione senza limiti e l'affermazione individuale, i Greci ci ricordano che esiste una sottile linea tra il legittimo desiderio di eccellere e la distruttiva arroganza che conduce alla rovina.

Tradurre il termine αἰδώς non è semplice. Le parole "vergogna", "pudore", "rispetto" o "senso dell'onore" ne colgono soltanto alcuni aspetti.

L'αἰδώς era una disposizione interiore che induceva l'individuo a riconoscere i propri limiti e a rispettare gli altri, gli dèi e l'ordine del cosmo. Non si trattava di paura della punizione, ma di una forma di consapevolezza morale che impediva di oltrepassare ciò che era giusto.

Nei poemi omerici l'eroe prova αἰδώς davanti ai compagni, alla famiglia o agli dèi. E' il sentimento che trattiene dall'agire in modo disonorevole e che preserva l'armonia della comunità.

Per i Greci, l'αἰδώς era una virtù fondamentale perché consentiva di mantenere la μέτρον (métron), la giusta misura (il γνῶθι σεαυτόν, "conosci te stesso" di Porfirio). 

Iscrizione nel Tempio di Apollo, a Delfi.

Chi possedeva αἰδώς sapeva che ogni essere umano è mortale e limitato, e che ignorare questa condizione significava esporsi al pericolo.

All'opposto troviamo la ὕβρις (hybris), termine spesso tradotto come "tracotanza", "arroganza" o "superbia". Ma anche questa traduzione è riduttiva.

La hybris consiste nel tentativo dell'essere umano di oltrepassare il proprio posto nel mondo, sfidando l'ordine stabilito dagli dèi e dalla natura. E' l'eccesso che porta l'individuo a credersi superiore agli altri e persino alle divinità.

Nella mentalità greca la hybris non era soltanto un difetto caratteriale: era una colpa grave che rompeva l'equilibrio universale.

L'uomo dominato dalla hybris perde il senso del limite. Convinto della propria invincibilità, ignora gli avvertimenti e si abbandona a un comportamento che inevitabilmente conduce alla catastrofe.

Le grandi tragedie di autori come Sofocle, Eschilo ed Euripide sono costellate di personaggi che cadono vittime della hybris.

Pensiamo a Edipo, che cerca ostinatamente di sfuggire al proprio destino, oppure ad Agamennone, il cui orgoglio lo conduce alla rovina. In ciascun caso il protagonista supera un limite che non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sequenza è quasi sempre la stessa:
  • successo o potere;
  • perdita del senso della misura;
  • comparsa della hybris;
  • punizione o caduta;
  • riconoscimento dell'errore.
La tragedia diventa così uno strumento educativo. Lo spettatore comprende che nessuno può sottrarsi alla propria condizione umana.

Sebbene siano concetti nati oltre duemila anni fa, αἰδώς e ὕβρις parlano ancora al nostro presente.

La cultura contemporanea tende spesso a premiare l'autopromozione, l'espansione illimitata e la ricerca incessante del successo. In questo contesto, la hybris può assumere nuove forme: la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema, l'illusione di una crescita infinita o la presunzione di poter ignorare i limiti imposti dall'ambiente e dalla natura.

L'αἰδώς, invece, invita alla responsabilità, alla prudenza e alla consapevolezza dei propri limiti. Non significa rinunciare all'ambizione, ma riconoscere che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni e conseguenze.

La grande intuizione dei Greci consiste nell'aver compreso che la libertà autentica non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli.

L'αἰδώς rappresenta la saggezza di chi conosce la propria misura; la ὕβρις l'illusione di chi crede di poterla superare impunemente.

Tra queste due forze si gioca ancora oggi una delle sfide fondamentali dell'esistenza umana -- trovare un equilibrio tra aspirazione e moderazione, tra desiderio di grandezza e coscienza della propria fragilità.

La vera grandezza non consiste nel dominare tutto, ma nel sapere fin dove possiamo arrivare senza perdere noi stessi.

sabato 13 giugno 2026

Anarchia e libertà


Ci scanniamo fra poveri mentre i ricchi ridono (saltuariamente piangono, come dice il proverbio -- ma, per ironizzare, a noi che ce ne importa? Piangono nell'attico extralusso e non nella mansarda da 350 euro arredata ad cacchium...).

Pensiamo al fatto che la nostra vita non conta nulla. Per la meccanica della società siamo numeri. Quando noi perdiamo un fratello, piangiamo sulla sua tomba. Per il neoliberismo, è "un numero in meno". Da 1001 a 1000. Chi se ne frega?

Noi veniamo continuamente sballottati a destra e manca fra un disagio e l'altro, fra una malattia all'altra, da un Sistema che ci vede come cumuli di denaro da vampirizzare e succhiare fino all'osso.

Noi siamo solo il nostro conto in banca.

I senzatetto non possono dormire sugli stipiti delle vetrine dei negozi "chic", perché davanti alle vetrine "chic" dei negozi tolgono decoro. Così le si rifornisce di aculei. "Non puoi riposare qui".

I miliardari fermano la limousine per urinare sui barboni che dormono con una coperta lercia sull'asfalto. Questo è normale? Questo non meriterebbe un linciaggio di massa - fino alla morte del bastardo in questione (e che chiami pure i suoi tanti avvocati, stile Fight Club)?

Perché dobbiamo vedere lo spot che promuove l'obesità (Burger King, che prelibatezze!) e quello che promuove l'anoressia o la dieta dimagrante un attimo dopo?

Perché la società capitalistica ci vuole sempre e comunque malati. Siamo obesi, e siamo malati. Siamo sottopeso, e siamo malati. Non c'è uno standard unico di "salute" e soprattutto di "accettabilità sociale". Ecco perché bisogna rivendicare il proprio diritto di essere come (cazzo) ci pare senza rendere conto a questa stupida società autofaga che sfrutta i mass media per imporci cosa è giusto e cosa non lo è, cosa è "umano" e cosa no. E fottendocene una buona volta del mito della "salute a tutti i costi". Per cosa? Per prolungare infinitamente un'esistenza che fa comunque pena?

Io sono grassa. Fatti i cazzi tuoi.
Io sono ossuta. Fatti i cazzi tuoi.
Io sono disoccupata. Ho le mie ragioni (che spesso non dipendono da me). Comunque sia, fatti i cazzi tuoi.
Io lavoro e "produco PIL". Bene, bravo, ottimo ingranaggio della "macchina" (chi lavora in genere fa solo finta di lavorare...)
Io non mi so vestire. Fatti i sacrosanti cazzi tuoi. Io vesto alla moda. Cazzi miei, e non tuoi.
Io fumo, io bevo, io mi drogo. Cazzi miei e non tuoi. Io sono astinente da qualunque dipendenza e sostanza. Non merito un applauso solo per questo.
Io vivo senza igiene. Problema mio. Io mi lavo sette volte al giorno. Non hai il diritto di chiamarmi "ossessivo".

Gli psichiatri? Inquadrati nel Sistema delle lobby farmaceutiche -- che per eccellenza sono gli Enti che godono del nostro malessere. Non a caso molti di loro fanno affari loschi con loro per incastrare a vita una persona nell'assunzione di psicofarmaci -- che diminuiscono anche la salute del fegato, dei reni e le facoltà cognitive. 

Del resto, a che serve una persona (una società) che ragioni? Tanto meglio che NON lo faccia.

A nessuno frega della tua felicità - se non a te medesimo e basta, quasi sempre. Non alle lobby, affamate come iene a digiuno da mesi di denaro (del denaro che tu, al prezzo della tua salute e della tua vita, puoi dargli).

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-