lunedì 22 giugno 2026

Il giorno del padre


Ieri -- appuro da internet -- era la festa del papà in molte nazioni fra cui gli USA. 
Ho scritto con freddo distacco il resoconto "cronologico" delle mie figure paterne su un social inglese. Qualcosa che di norma non andrebbe scritto con così tanto distacco. 

Ma in quale altro modo puoi raccontarlo?

Riporto la versione originale del mio scritto qui. Per chi ha superato le elementari o le medie con successo, è comprensibile già così.

"I read yesterday was the father’s day in the US (in Italy this years happened on March 19th). I wish to express my solidariety to all the women here who have had a disfunctional father. Mine was too. When I was very little (3–4 yo) he used to call me “ugly”, “fat” (I was very tiny actually), “stupid”, and his brothers tripped me up when I was running, making me fall into the ground. So I have been kept away from him and the paternal family, that anyway never recognized me as “an element of them”. At my sisters’ Graduation Party in Medicine, in 2019, my aunt, the sister of my father, never looked at me or talked to me, neither once. At the same time, when I was a baby I was living with an uncle (who was a father too) who once told me to “Call him ‘dad’”. He was not so smart, but this was not his worst characteristic. He was a bit violent and beated me every day with the most trivial excuses. He was a psychotic who committed something really serious toward me when I was just a kid. I felt a deep grudge toward him during all his lifetime. He was unable to accept my hatred, so spreaded voices against me inside the little Sicilian village. He talked back at me describing me… in the worst manners. 
These two “ominids” have been my paternal figures. Since I have been treated like a symp by men even when I became adult, and for “misogynist” reasons, my (incomprensible) love toward their gender gradually faded into true hate (misandry). 
“Any fool with a dick can have a kid, but it takes a man to be a father”. Don’t be sad if you’ve had a father that is a piece of shit. These things tend to lose importance in time. 
Apreciate the great fortune of having had one who is or was good, because to find a father (or a man) worth of this title is a rare event."

---

Stanotte ho fatto un sogno particolare.

Ho sognato di dipingere un quadro di un campo di fiori con una donna che sedeva in mezzo ad essi. Il risultato piaceva a me e piaceva al mio fidanzato. Il problema era trovare un posto ove appenderlo nella nostra casa.

Il mio compagno spostava i cari pesciolini di legno (mio acquisto) accanto al televisore. Li sganciava dal muro mentre io sganciavo altri quadri per trovare posto al nuovo dipinto. In particolare qualche tempo fa ho fatto un dipinto su una suora triste che è comparso nel sogno. Al suo solito posto. Volevo tenere il nuovo dipinto lontano da lì -- il corridoio buio che porta in camera da letto.

In cucina mi lamentavo dei pesciolini staccati dal muro. Erano blu. Volevo rimetterli a posto ma sembrava si moltiplicassero...

Alla fine sceglievo una porzione di muro ove appendere il dipinto. Avrei preso martello e chiodo, perché avevo rinunciato all'idea di sostituirlo con qualcun altro.

Uscivo perciò in una grande veranda simile a un bar-pub che frequentiamo noi due. C'erano le panchine e le luci dorate penzolanti al loro posto. Il cielo era tempestoso e ceruleo. Scendeva improvvisamente la notte. Provavo paura. Afferravo il martello che era su una panchina e tornavo dentro casa. Chiudevo saldamente a chiave la porta-finestra mentre un'ombra scura si appropinquava. 

Alla fine vedevo un fiume di fuoco scorrere fino a casa. Un drago macchiettistico con occhi infuocati guardarmi con curiosità e desiderio.

Il mio inconscio si è risvegliato -- ho capito di star sognando. Ho intimato al drago di ritirarsi. Si è ritirato con sguardo deluso. Ho poi pensato: "Voglio..."... ma non è accaduto. Non era un sogno che potessi totalmente controllare. 

Un sogno semi-lucido. Il drago mi era simpatico, ma mi era fastidioso.

Sembra sia un sogno positivo.

martedì 16 giugno 2026

Αἰδώς e ὕβρις: l'equilibrio perduto tra misura e tracotanza nella cultura greca

E. Hopper, "A woman in the sun"

Tra i concetti più affascinanti dell'antica Grecia vi sono αἰδώς (aidṓs) e ὕβρις (hýbris). Questi due termini rappresentano forze opposte che attraversano la letteratura, la filosofia e la religione greca, offrendo ancora oggi una chiave per comprendere il comportamento umano.

Se la modernità celebra spesso l'ambizione senza limiti e l'affermazione individuale, i Greci ci ricordano che esiste una sottile linea tra il legittimo desiderio di eccellere e la distruttiva arroganza che conduce alla rovina.

Tradurre il termine αἰδώς non è semplice. Le parole "vergogna", "pudore", "rispetto" o "senso dell'onore" ne colgono soltanto alcuni aspetti.

L'αἰδώς era una disposizione interiore che induceva l'individuo a riconoscere i propri limiti e a rispettare gli altri, gli dèi e l'ordine del cosmo. Non si trattava di paura della punizione, ma di una forma di consapevolezza morale che impediva di oltrepassare ciò che era giusto.

Nei poemi omerici l'eroe prova αἰδώς davanti ai compagni, alla famiglia o agli dèi. E' il sentimento che trattiene dall'agire in modo disonorevole e che preserva l'armonia della comunità.

Per i Greci, l'αἰδώς era una virtù fondamentale perché consentiva di mantenere la μέτρον (métron), la giusta misura (il γνῶθι σεαυτόν, "conosci te stesso" di Porfirio). 

Iscrizione nel Tempio di Apollo, a Delfi.

Chi possedeva αἰδώς sapeva che ogni essere umano è mortale e limitato, e che ignorare questa condizione significava esporsi al pericolo.

All'opposto troviamo la ὕβρις (hybris), termine spesso tradotto come "tracotanza", "arroganza" o "superbia". Ma anche questa traduzione è riduttiva.

La hybris consiste nel tentativo dell'essere umano di oltrepassare il proprio posto nel mondo, sfidando l'ordine stabilito dagli dèi e dalla natura. E' l'eccesso che porta l'individuo a credersi superiore agli altri e persino alle divinità.

Nella mentalità greca la hybris non era soltanto un difetto caratteriale: era una colpa grave che rompeva l'equilibrio universale.

L'uomo dominato dalla hybris perde il senso del limite. Convinto della propria invincibilità, ignora gli avvertimenti e si abbandona a un comportamento che inevitabilmente conduce alla catastrofe.

Le grandi tragedie di autori come Sofocle, Eschilo ed Euripide sono costellate di personaggi che cadono vittime della hybris.

Pensiamo a Edipo, che cerca ostinatamente di sfuggire al proprio destino, oppure ad Agamennone, il cui orgoglio lo conduce alla rovina. In ciascun caso il protagonista supera un limite che non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sequenza è quasi sempre la stessa:
  • successo o potere;
  • perdita del senso della misura;
  • comparsa della hybris;
  • punizione o caduta;
  • riconoscimento dell'errore.
La tragedia diventa così uno strumento educativo. Lo spettatore comprende che nessuno può sottrarsi alla propria condizione umana.

Sebbene siano concetti nati oltre duemila anni fa, αἰδώς e ὕβρις parlano ancora al nostro presente.

La cultura contemporanea tende spesso a premiare l'autopromozione, l'espansione illimitata e la ricerca incessante del successo. In questo contesto, la hybris può assumere nuove forme: la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema, l'illusione di una crescita infinita o la presunzione di poter ignorare i limiti imposti dall'ambiente e dalla natura.

L'αἰδώς, invece, invita alla responsabilità, alla prudenza e alla consapevolezza dei propri limiti. Non significa rinunciare all'ambizione, ma riconoscere che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni e conseguenze.

La grande intuizione dei Greci consiste nell'aver compreso che la libertà autentica non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli.

L'αἰδώς rappresenta la saggezza di chi conosce la propria misura; la ὕβρις l'illusione di chi crede di poterla superare impunemente.

Tra queste due forze si gioca ancora oggi una delle sfide fondamentali dell'esistenza umana -- trovare un equilibrio tra aspirazione e moderazione, tra desiderio di grandezza e coscienza della propria fragilità.

La vera grandezza non consiste nel dominare tutto, ma nel sapere fin dove possiamo arrivare senza perdere noi stessi.

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-