lunedì 29 giugno 2026

Il deserto e il muro

Sono un elemento avverso alla Natura -- e all'Italia soprattutto, nonostante ne ricalchi pessimamente gli stereotipi -- perché il giorno che parto dalla Lombardia il cielo si fa azzurro e la cappa di caldo afoso svanisce quasi del tutto, mentre quando deve accogliermi la Sicilia, la nebbia si taglia con il coltello tanto che non si vede nemmeno il mare.

Sono seppellita viva da problemi vari, non ultima la separazione dal mio fidanzato. E la vita sembra un po' così:


Ciononostante, sopravvivo.
Aspettando. Un'altra occasione.

Nei giorni scorsi ho pensato a quella tendenza narcisistica a radere al suolo tutto. Ci sono persone così: che hanno bisogno di radere al suolo ogni cosa pur di sentirsi nelle condizioni adeguate a ricostruire. 


All alone, or in twos
the ones who'll really love you
walk up and down outside the wall.

Sì, il muro della paura della vita. Il muro della paura del mondo che mi separa-dal-mondo e mi reclude entro quattro mura bianche di casa. Con un compagno che non è più molto di quello che era (e tutto a causa mia) a farmi una qualche, annoiata e depressa, compagnia.
Non vado bene per il mondo -- non sono "fatta per la vita". Una vecchia (con tutto il rispetto per le vecchie: ce ne sono di molto buone e gentili) mi starnazzò addosso, anni fa, che io "distruggevo tutto e tutti". Così, tanto per. Scoppiai in lacrime. E poi gliele cantai di santa ragione.
Oggi parlavo con mia madre di prendere i Voti.
Ma te lo immagini? Una come me? Otto ore di preghiera al giorno e per il resto sveglia alle cinque, a letto alle ventuno, e lavoro duro? Dipende, certo, dalla "specializzazione": le suore di clausura sono diverse dalle suore laiche o missionarie. Ma io non sono adatta a nessuno dei tre ruoli. Se non altro perché sono agnostica -- oltre che crudele. E le preghiere, tanto più, detto alla "genovese", mi rompono tanto il belino, sicché (detto alla toscana), preferisco fare la casalinga-non-casalinga.
Sto di nuovo decentrandomi sul perno? Non era di questo che volevo parlare.

Ho tanto da dire che non dico mai niente. "Ho tanto da fare che non faccio mai niente". Ho tanto da piangere che non piango mai. Piuttosto la mia mente è immersa nella nebbia della scemenza -- forse non tanto genetica quanto psicologica. Hai capito bene: scemenza psicologica. E' il muro a cui accennavo prima. Che se sfiori quelle ferite, quel cuore, hai un'emorragia a diga che si rompe.

Pochi soggetti riescono ancora a sfiorare il mio cuore quanto "il simbolo" incarnato dallo scarrafone -- basta che si insinui nei miei incubi o nei miei ricordi dolorosi e penosi e le lacrime sono assicurate.

"Il sonno della ragione genera mostri"

Le radici psicologiche del razzismo


Pensando a personaggi come Richard Lynn -- pessima idea fargli pubblicità, ma tant'è: uno pseudo-psicologo britannico famoso per i suoi articoli pseudo-scientifici sul suprematismo bianco, il quale sostenne che il QI della popolazione italiana decresceva quanto più a Sud si andava... sì, proprio una questione di "latitudine" -- ho deciso di affrontare oggi il tema del razzismo...

Come voi già saprete, non esiste un'unica tipologia di discriminazione razziale: c'è il razzismo "classico" basato essenzialmente sul colore della pelle, oppure il più diffuso e attualissimo "razzismo culturale". 

Un esempio del primo è l'assunto ottocentesco tanto caro a Lynn per cui i neri sono "intellettivamente inferiori"... perché l'eugenetica, perché la melanina, e... non saprei più cos'altro. 

Ma è principalmente sul secondo che voglio concentrarmi, perché è il principale problema del tempo.

Possiamo trovare un esempio lampante del razzismo culturale, più "moderno" (ma non meno deprecabile), nella discriminazione dei meridionali o degli immigrati da altri Paesi al Nord (Italia). 

Io, come donna che, per disabilità fisica, sono impossibilitata a lavorare, mi sono sentita rivolgere in continuazione, in Lombardia, la domanda (spesso dopo che avevano saputo o capito che ero del Sud) "Cosa fai nella vita?" "Lavori?". A questo rispondo sempre con un tranquillo "Studio all'università, e purtroppo sono disoccupata". Ma mi accorgo che nel pronunciare queste parole il mio sguardo si fissa in basso, come se mi sentissi in colpa. Successivamente, l'atteggiamento che ricevo è freddo. Del tipo "Tornatene in Sicilia, dunque". "A noi qui non servi a nulla". 

Forse, il razzismo culturale si presenta come più "ragionevole", in quanto non parte in sesta dall'assunto che se hai la pelle scura o il craneo piuttosto allungato sei automaticamente, in chiave lombrosiana, un delinquente; semmai basa le sue "ragioni" (pseudo-ragioni) sul concetto di integrazione.

"Se sei meridionale e ti integri, ok; sennò, tornatene a casa".

Integrarsi in sostanza vuol dire: aderire agli usi e costumi locali, agire con il decoro che ci si aspetta da te e soprattutto avere un lavoro e quindi contribuire al PIL regionale. 

Del razzismo del Nord contro il Sud, che esiste da secoli (se non millenni) ed è innegabile, non si può letteralmente parlare. E' del tutto normale che un articolo scritto da un inglese che identifica l'Italia da Roma in giù come "Bordello" (un inglese con, guardacaso, la moglie piemontese e leghista) occupi le maggiori testate giornalistiche e i telegiornali nazionali per due settimane intere. 

Se i cartelli "Non si affitta ai meridionali" sono ormai "quasi"[*] una realtà relegata al passato, agli anni '60 o giù di lì, il razzismo culturale Nord-Sud non è per nulla acqua passata, come vorrebbero farci credere, eppure non se ne può semplicemente parlare. Questione chiusa.

E chiudendo con l'occasione anche la parentesi, andiamo al nucleo del post.

Cosa scatta nella mente del razzista -- culturale o "classico-ottocentesco" che sia -- allorché sostiene e crede fermamente che certe culture, o certe razze, siano "geneticamente" o "culturalmente" inferiori alla propria?

Freud, così come i neofreudiani come E. Fromm, furono molto chiari sulla questione: 

quando non hai nulla di particolare di cui vantarti nella tua misera esistenza, quando, insomma, percepisci di essere una totale nullità d'essere, individualmente, la tua unica ragione d'orgoglio diventa il chiarore della tua pelle o dei tuoi occhi, oppure la tua "identità nazionale" (o culturale, o etnica).

Si tratta di quello che Freud definì "Narcisismo collettivo". La nazione, la razza, la cultura, diventa uno specchio sul quale si proiettano gli aspetti di sé più desiderabili, alla percezione del singolo "superiori" (e che intimamente e singolarmente, al 99,9% periodico dei casi, non si possiedono per nulla). 

Come la civiltà. 
Come l'intelligenza. 
Come l'istruzione. 
Come l'essere "gran lavoratori". 
Come l'essere "moderni e progrediti".

Mario Borghezio, deputato Lega Nord, a un raduno del partito a Pontida.

Affermò ai tempi del ruggente antimeridionalismo il non-compianto Umberto Bossi, segretario della fu Lega Nord: "Scendere al Sud è come tornare indietro di 200 anni". Bossi aveva una moglie d'origini materne siciliane, che sembrava essere in realtà "la mente" dell'intera famiglia Bossi, formata, oltre che da lei che era l'unica "normale", da un cocainomane che era Bossi stesso, già colpito da ictus, e due figli i quali, ("Roma ladrona"...) usavano i soldi pubblici anche per pagarsi le mutande.

Ma lasciamo perdere -- lo sappiamo tutti, e del resto per fortuna il fenomeno Lega "Nord" è affondato, resta un solitario "Lega" (Lega Sicilia, Calabria, Campania... concedetemelo: LOL), e anche la parola Lega sta scomparendo assieme a Salvini dietro minaccia di Vannacci.



Certi cambi di rotta all'interno di un partito come la Lega (Nord o Sud che sia) non sono per nulla incomprensibili; anzi: l'essenziale è trovare un capro espiatorio; ieri i "terroni", oggi (principalmente) gli immigrati / neri o islamici in generale.

Per chiudere, il razzismo, classico o culturale che sia, è sempre sintomo d'una mentalità gretta, rozza, appartenente a persone che sanno di non valere nulla e contraddicono sistematicamente gli aspetti desiderabili di sé che affermano di possedere in base "alla nazione", "alla cultura", "ai capelli biondi". I peggiori evasori fiscali, assenteisti in Parlamento, rozzi, incolti, pigri, volgari, incivili, sono sempre stati razzisti verso il prossimo e per le medesime ragioni che in realtà sono loro proprie caratteristiche. (Proiezione, in psicologia).

Succede ovunque, il meccanismo è lo stesso: quando sai di non essere nulla di encomiabile, hai "bisogno" che il tuo narcisismo si rifletta in un concetto più ampio di nazione, cultura, etnia, razza, -- quella sì -- encomiabile e superiore.

Sentirti parte di un "gruppo" di gente "distinta" ti rende fiero di te stesso e orgoglioso delle tue qualità quando quelle qualità non le possiedi individualmente.

Note a margine

[*] quasi, perché leggevo su un social che un ragazzo laureato in Ingegneria all'Università di Palermo che cercava casa in Veneto per lavorare, oggi, anno domini 2026, si è visto rifiutare l'affitto per via delle sue origini geografiche; e tutte le volte che ho telefonato io per cercare casa al Nord, si accertavano sempre accuratamente che fossi italiana, e non straniera.

domenica 28 giugno 2026

"Incomunicabilità" come vera solitudine: quando il mondo parla una lingua diversa

Jason M. Peterson

Esiste una forma di solitudine che non dipende dall'essere fisicamente soli. Può manifestarsi in una stanza piena di persone, durante una cena tra amici o persino nel continuo scambio di messaggi che caratterizza la nostra quotidianità. E' la solitudine dell'incomunicabilità: quella sensazione sottile e dolorosa di non riuscire a essere davvero compresi, o di non trovare le parole per raccontare ciò che si prova.

Viviamo nell'epoca della connessione permanente. Siamo raggiungibili in qualsiasi momento, condividiamo immagini, pensieri, emozioni e opinioni con una facilità mai vista prima. Eppure, proprio mentre aumentano le possibilità di comunicare, cresce anche la percezione di essere profondamente soli. Probabilmente perché comunicare non significa per forza entrare in relazione.

L'incomunicabilità nasce quando il linguaggio non basta più. Quando le parole sembrano perdere consistenza davanti alla complessità delle emozioni. Ci sono dolori che non trovano un nome, paure che appaiono irrazionali -- anche a chi le vive. In quei momenti ci si sente stranieri nel mondo, come se tutti gli altri possedessero un codice segreto che a noi è stato negato.

E' come avere un muro a separare dal mondo esterno: le parole vorrebbero uscire, ma non ce la fanno.

Questa distanza riguarda il rapporto con noi stessi. Più cerchiamo di dare una forma precisa a ciò che sentiamo, più ci accorgiamo di quanto la nostra interiorità sia troppo complessa e fatta di silenzi. Ed è proprio in questo spazio che nasce il senso di isolamento: non tanto perché nessuno ci ascolta, ma perché nessuno sembra poter arrivare davvero dove siamo.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato la sensazione di non essere visto fino in fondo. Ed è proprio questa consapevolezza a creare un ponte invisibile tra le persone: sapere che nessuno comprende completamente l'altro, ma che tutti desideriamo essere accolti.

La vera comunicazione non consiste nel trovare le parole perfette. Consiste nell'avere il coraggio di restare presenti anche quando le parole sono imperfette. Nell'ascoltare senza l'urgenza di rispondere. Nell'accettare che esisterà sempre una parte dell'altro che ci rimarrà misteriosa.

La solitudine dell'incomunicabilità ci ricorda un paradosso: siamo esseri irripetibili, con un universo interiore che nessuno potrà conoscere completamente. Eppure continuiamo a cercarci. Continuiamo a raccontarci, a scrivere, a leggere, ad amare, a costruire relazioni. Forse perché, anche se non riusciremo mai a colmare del tutto la distanza con l'altro, ogni autentico tentativo di comprensione rende quella distanza un po' meno fredda.

In fondo, non è l'assenza di parole a renderci soli. 
E' la rinuncia a cercare qualcuno disposto ad ascoltare il nostro silenzio.

sabato 27 giugno 2026

Dove vorresti essere adesso?

Dal porto di Trapani siamo partiti in traghetto per una delle isole Egadi lì vicino. Si trattava di Levanzo. Abbiamo passato tre interminabili e inutili giorni a guardare il mare dalla finestra del nostro AirBnB. Le vacanze con me, devi sapere, sono sempre un inferno.

L'estate scorsa siamo stati in Svizzera italiana.
Il Natale prima ancora a Villandro, nell'Alto Adige (provincia di Bolzano).

Voglio raccontarti di questi miei viaggi.

Levanzo risale al 2022. Siamo partiti da lì e ricordo poche cose. La bellezza del cielo notturno. I tanti pensionati provenienti da tutto il Paese. E com'era calmo e quieto dormire cullati dal rumore delle onde a un passo dal mare.

Ricordo un bar dove ho finito di leggere "Un bambino" di Thomas Bernhard, succhiando una limonata.
Ricordo una piccola bottega. Tanti ragazzi in fila sui muretti la sera, sbocconcellando panini e sorseggiando birra davanti alle paninoteche.

Ricordo le liti fra me e il mio fidanzato. Orribili liti. Liti sacrificabili in onore di un po' di buonsenso e pudore.
Ma era bello.
Era tutto molto bello.
O così suggerisce la nostalgia -- sofferenza dell'ignoranza, secondo Kundera.

Ricordo i faraglioni, in cima a una ripida montagna, che abbiamo ammirato al tramonto. Un cagnolino sulla via mi salta addosso impazzito. Le turiste che lo portano al guinzaglio, del nord, commentano "Assurdo! Non si avvicina mai a nessuno!". Io e i cani abbiamo un feeling particolare.

Ricordo quanto volessimo rilassarci fra cielo, mare ed erba fresca carezzata dal vento, ma quanto poco mare infine ci siamo goduti -- le calette erano raggiungibili in motoscafo, a pagamento.


Ricordo Bolzano invece come il posto ove mi hanno spillato 200 euro battendo gli articoli più volte, la notte di Natale.
Il posto dove mi hanno aggiunto venti centesimi di tassa "ad cazzum" sulla Paulaner, perché io sono terrona e si sa, la Paulaner è teteska. Che la vendano anche a Caltanissetta (come ovunque in Italia) meglio non dirglielo.

Non è giusto generalizzare.
La notte di Natale io e il mio fidanzato siamo andati a passeggiare sulla neve di Villandro. Un cane nero grosso come un orso si è avvicinato a noi. Era mansueto. Ci ha accompagnato lungo il viaggio nel bosco innevato.
Sembrava senza padrone.

"Portiamolo via con noi"
"Ma scherzi?"
"Tu pensi che essere chiamati 'cani' sia un'offesa?"
"Direi proprio di sì"
"A me la mia famiglia è così che mi definisce. Io non la sento come un'offesa. Li ho sempre visti come creature superiori".

Ci allontaniamo salutando il pelosone.

La nostra stanza.

La vista dal bosco.

In Svizzera l'unico ricordo significativo è stato immergere i piedi nell'acqua del lago di Lugano, così limpido che pesciolini mi giravano attorno scavalcandomi le gambe.

Per il resto, nulla. Una città del nord come un'altra. E un'esperienza priva di colore.
La Svizzera non sarebbe il mio paese -- per quel poco che ne ho visto e per quel poco che, di conseguenza, posso giudicare.

Dove vorresti essere adesso?

Le prossime vacanze programmate sono in Polonia, per vedere dove è nato e ha vissuto la primissima infanzia il mio fidanzato. Forse.
Austria a dicembre, sotto Natale.
Crociera nei mari della Norvegia per marzo, in occasione del suo compleanno. (giuro e spergiuro, questo si fa, questo si deve fare per forza).

("Gente che non lavora, ma che viaggia sempre".)

E sogno di vivere -- stabilmente -- lontano da tutto questo. Porre migliaia di km fra me e il passato.
Sogno l'Australia.
Ma sono chimere. E comunque, tu non dirlo a nessuno.

mercoledì 24 giugno 2026

Sole e vento

Giugno è quasi finito.

L'AI mi suggerisce di prendere una boccata d'aria ogni tanto.
Io sono una pianta: mi basta un po' d'aria e luce solare, un bel cielo azzurro, e sboccio.

Passo interminabili pomeriggi sul balcone di casa, con il laptop.

Guardo il sole baciare i tetti spioventi, il vento agitare i panni stesi sulle ringhiere, le persone passeggiare sulla strada colpita dai raggi solari, persone che appaiono così - perfette come bambole di porcellana.

Sto a guardarle dall'alto del terzo piano e penso: "Forse, un giorno, anch'io..."

E penso: "Quanto mi piacerebbe..."

... nel sole...

...

Letterina per K.

Stanotte cerco di comunicarTi telepaticamente il mio dispiacere per quello che è successo. Per quello che conta o serve. Ma trovo un muro alto quanto un grattacielo di puro titanio inossidabile fra i miei atomi e i tuoi. 

A me dispiace davvero. 

Sto raccogliendo quello che ho seminato. E qualcosa che pure non ho seminato. Anche io so che il cosmo mi sta punendo per una giusta causa. Il male che ho fatto al mondo con l'unico alibi di quanto soffrissi e quanto mi sentissi sola.

Non è comunque una buona scusa.
Raccogli quello che hai seminato...
... se impari a capire di essertela cercata, come ho fatto io, rinascerai a vita nuova.

Non dare la colpa a nessuno. Nemmeno a te stesso.
Io non do colpe a nessuno. Nemmeno a me stessa.

Certe volte, Sai, io mi raccolgo in me stessa e mi vergogno tanto.

lunedì 22 giugno 2026

Il giorno del padre


Ieri -- appuro da internet -- era la festa del papà in molte nazioni fra cui gli USA. 
Ho scritto con freddo distacco il resoconto "cronologico" delle mie figure paterne su un social inglese. Qualcosa che di norma non andrebbe scritto con così tanto distacco. 

Ma in quale altro modo puoi raccontarlo?

Riporto la versione originale del mio scritto qui. Per chi ha superato le elementari o le medie con successo, è comprensibile già così.

"I read yesterday was the father’s day in the US (in Italy this years happened on March 19th). I wish to express my solidariety to all the women here who have had a disfunctional father. Mine was too. When I was very little (3–4 yo) he used to call me “ugly”, “fat” (I was very tiny actually), “stupid”, and his brothers tripped me up when I was running, making me fall into the ground. So I have been kept away from him and the paternal family, that anyway never recognized me as “an element of them”. At my sisters’ Graduation Party in Medicine, on July 2019, my aunt, the sister of my father, never looked at me or talked or greeted me, not even once. 
At the same time, when I was a baby I was living with an uncle (who was a father too) who once told me to “Call him ‘dad’”. He was not so smart, but this was not his worst characteristic. He was a bit violent and beated me every day with the most trivial excuses. He was a psychotic who committed something really serious toward me when I was just a kid. I felt a deep grudge toward him during all his lifetime. He was unable to accept my hatred, so spreaded voices against me inside the little Sicilian village. He talked back at me describing me… in the worst manners. 
These two “ominids” have been my paternal figures. Since I have been treated like a symp by men even when I became adult, and for “misogynist” reasons, my (incomprensible) love toward their gender gradually faded into true hate (misandry). 
“Any fool with a dick can have a kid, but it takes a man to be a father”. Don’t be sad if you’ve had a father that is a piece of shit. These things tend to lose importance in time. 
Apreciate the great fortune of having had one who is or was good, because to find a father (or a man) worth of this title is a rare event."

---

Stanotte ho fatto un sogno particolare.

Ho sognato di dipingere un quadro di un campo di fiori con una donna che sedeva in mezzo ad essi. Il risultato piaceva a me e piaceva al mio fidanzato. Il problema era trovare un posto ove appenderlo nella nostra casa.

Il mio compagno spostava i cari pesciolini di legno (mio acquisto) accanto al televisore. Li sganciava dal muro mentre io sganciavo altri quadri per trovare posto al nuovo dipinto. In particolare qualche tempo fa ho fatto un dipinto su una suora triste che è comparso nel sogno. Al suo solito posto. Volevo tenere il nuovo dipinto lontano da lì -- il corridoio buio che porta in camera da letto.

In cucina mi lamentavo dei pesciolini staccati dal muro. Erano blu. Volevo rimetterli a posto ma sembrava si moltiplicassero...

Alla fine sceglievo una porzione di muro ove appendere il dipinto. Avrei preso martello e chiodo, perché avevo rinunciato all'idea di sostituirlo con qualcun altro.

Uscivo perciò in una grande veranda simile a un bar-pub che frequentiamo noi due. C'erano le panchine e le luci dorate penzolanti al loro posto. Il cielo era tempestoso e ceruleo. Scendeva improvvisamente la notte. Provavo paura. Afferravo il martello che era su una panchina e tornavo dentro casa. Chiudevo saldamente a chiave la porta-finestra mentre un'ombra scura si appropinquava. 

Alla fine vedevo un fiume di fuoco scorrere fino a casa. Un drago macchiettistico con occhi infuocati guardarmi con curiosità e desiderio.

Il mio inconscio si è risvegliato -- ho capito di star sognando. Ho intimato al drago di ritirarsi. Si è ritirato con sguardo deluso. Ho poi pensato: "Voglio..."... ma non è accaduto. Non era un sogno che potessi totalmente controllare. 

Un sogno semi-lucido. Il drago mi era simpatico, ma mi era fastidioso.

Sembra sia un sogno positivo.

martedì 16 giugno 2026

Αἰδώς e ὕβρις: l'equilibrio perduto tra misura e tracotanza nella cultura greca

E. Hopper, "A woman in the sun"

Tra i concetti più affascinanti dell'antica Grecia vi sono αἰδώς (aidṓs) e ὕβρις (hýbris). Questi due termini rappresentano forze opposte che attraversano la letteratura, la filosofia e la religione greca, offrendo ancora oggi una chiave per comprendere il comportamento umano.

Se la modernità celebra spesso l'ambizione senza limiti e l'affermazione individuale, i Greci ci ricordano che esiste una sottile linea tra il legittimo desiderio di eccellere e la distruttiva arroganza che conduce alla rovina.

Tradurre il termine αἰδώς non è semplice. Le parole "vergogna", "pudore", "rispetto" o "senso dell'onore" ne colgono soltanto alcuni aspetti.

L'αἰδώς era una disposizione interiore che induceva l'individuo a riconoscere i propri limiti e a rispettare gli altri, gli dèi e l'ordine del cosmo. Non si trattava di paura della punizione, ma di una forma di consapevolezza morale che impediva di oltrepassare ciò che era giusto.

Nei poemi omerici l'eroe prova αἰδώς davanti ai compagni, alla famiglia o agli dèi. E' il sentimento che trattiene dall'agire in modo disonorevole e che preserva l'armonia della comunità.

Per i Greci, l'αἰδώς era una virtù fondamentale perché consentiva di mantenere la μέτρον (métron), la giusta misura (il γνῶθι σεαυτόν, "conosci te stesso" di Porfirio). 

Iscrizione nel Tempio di Apollo, a Delfi.

Chi possedeva αἰδώς sapeva che ogni essere umano è mortale e limitato, e che ignorare questa condizione significava esporsi al pericolo.

All'opposto troviamo la ὕβρις (hybris), termine spesso tradotto come "tracotanza", "arroganza" o "superbia". Ma anche questa traduzione è riduttiva.

La hybris consiste nel tentativo dell'essere umano di oltrepassare il proprio posto nel mondo, sfidando l'ordine stabilito dagli dèi e dalla natura. E' l'eccesso che porta l'individuo a credersi superiore agli altri e persino alle divinità.

Nella mentalità greca la hybris non era soltanto un difetto caratteriale: era una colpa grave che rompeva l'equilibrio universale.

L'uomo dominato dalla hybris perde il senso del limite. Convinto della propria invincibilità, ignora gli avvertimenti e si abbandona a un comportamento che inevitabilmente conduce alla catastrofe.

Le grandi tragedie di autori come Sofocle, Eschilo ed Euripide sono costellate di personaggi che cadono vittime della hybris.

Pensiamo a Edipo, che cerca ostinatamente di sfuggire al proprio destino, oppure ad Agamennone, il cui orgoglio lo conduce alla rovina. In ciascun caso il protagonista supera un limite che non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sequenza è quasi sempre la stessa:
  • successo o potere;
  • perdita del senso della misura;
  • comparsa della hybris;
  • punizione o caduta;
  • riconoscimento dell'errore.
La tragedia diventa così uno strumento educativo. Lo spettatore comprende che nessuno può sottrarsi alla propria condizione umana.

Sebbene siano concetti nati oltre duemila anni fa, αἰδώς e ὕβρις parlano ancora al nostro presente.

La cultura contemporanea tende spesso a premiare l'autopromozione, l'espansione illimitata e la ricerca incessante del successo. In questo contesto, la hybris può assumere nuove forme: la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema, l'illusione di una crescita infinita o la presunzione di poter ignorare i limiti imposti dall'ambiente e dalla natura.

L'αἰδώς, invece, invita alla responsabilità, alla prudenza e alla consapevolezza dei propri limiti. Non significa rinunciare all'ambizione, ma riconoscere che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni e conseguenze.

La grande intuizione dei Greci consiste nell'aver compreso che la libertà autentica non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli.

L'αἰδώς rappresenta la saggezza di chi conosce la propria misura; la ὕβρις l'illusione di chi crede di poterla superare impunemente.

Tra queste due forze si gioca ancora oggi una delle sfide fondamentali dell'esistenza umana -- trovare un equilibrio tra aspirazione e moderazione, tra desiderio di grandezza e coscienza della propria fragilità.

La vera grandezza non consiste nel dominare tutto, ma nel sapere fin dove possiamo arrivare senza perdere noi stessi.

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-

sabato 6 giugno 2026

Come nasce un amore


Ho una teoria un po' controversa -- e probabilmente opinabile -- sull'origine del sentimento d'amore.

Spesso, in genere, siamo persuasi che l'amore possa sbocciare in base alla "performance" o alla "prestazione". Di beltà, di buon carattere, di affidabilità, di cortesia, di empatia di... essere delle "belle" persone, insomma. Dentro ma soprattutto fuori.

Cerchiamo sempre di essere "perfetti" agli occhi dell'altro quando ci innamoriamo. Di apparire perfetti quantomeno, qualunque cosa la parola "perfezione" significhi per noi.

Essere senza errori? Potremmo trovare un esempio di perfezione nell'essere (utopicamente) privi di macchie e sbavature, almeno all'apparenza. Una volta che stiamo a lungo con una persona tipicamente ci lasciamo andare, ci rilassiamo mostrandole i nostri lati d'ombra.

La mia opinione personale è questa: non credo che l'amore, ma nemmeno la fase precedente e primaria dell'innamoramento, sia una questione di perfezione. Piuttosto è proprio dell'imperfezione che ci innamoriamo.

O meglio: della vulnerabilità.

E' facile pensare che una persona sicura di sé, sfrontata, la tipica "faccia tosta" debba risultare attraente, perché spesso è così in un certo qual modo.

Tuttavia non è nel sorriso beffardo e menefreghista, nella "durezza" e nella "potenza" che sorge l'amore -- piuttosto, sperando che voi mi perdoniate il "pateticume", nella lacrima dell'altro.

E' attraverso la percezione della vulnerabilità dell'altro che noi possiamo scorgere la sua anima e innamorarci di lui di conseguenza.

Non è quando ride ma quando le lacrime gli solcano il volto che possiamo davvero vedere l'altro e perciò innamorarcene.

La tristezza apre uno spiraglio sull'anima dell'alterità e questo più di ogni altra cosa ci porta a capire cosa proviamo per l'altro in toto. La tristezza dell'altro funge da specchio ai nostri sentimenti su di lui.

Dirò anche un altro pensiero personale: ci si chiede spesso se ciò che si sente dire all'altro quando è fuori di sé dalla rabbia sia vero. Ma per me la verità non risiede nella rabbia -- ma nel dolore. 

Siamo sinceri con noi stessi e con il nostro cuore (cioè con la nostra anima) quando ci sentiamo tristi. La tristezza è assai più rivelatrice della rabbia circa ciò che davvero sentiamo e pensiamo.

giovedì 4 giugno 2026

"Let them"

“Just let them.
If they want to choose something or someone over you, LET THEM.
If they want to go weeks without talking to you, LET THEM.
If they are okay with never seeing you,
LET THEM.
If they are okay with always putting themselves first, LET THEM.
If they are showing you who they are and not what you perceived them to be,
LET THEM.
If they want to follow the crowd, LET THEM.
If they want to judge or misunderstand you, LET THEM.
If they act like they can live without you, LET THEM.
If they want to walk out of your life and leave, hold the door open, AND LET THEM.
Let them lose you.
You were never theirs because you were always your own.
So let them.
Let them show you who they truly are, not tell you.
Let them prove how worthy they are of your time.
Let them make the necessary steps to be a part of your life.
Let them earn your forgiveness.
Let them call you to talk about ordinary things.
Let them take you out on a Thursday.
Let them talk about anything and everything just because it’s you they are talking to.
Let them have a safe place in you.
Let them see the heart in you that didn’t harden.
Let them love you.”

"Lasciali fare e basta.
Se vogliono sostituire qualcun altro a te, LASCIALI FARE.
Se vogliono passare settimane senza rivolgerti la parola, LASCIALI FARE.
Se stanno bene a non vederti mai,
LASCIALI FARE.
Se stanno bene ponendosi sempre al primo posto, LASCIALI FARE.
Se ti mostrano chi sono e non ciò che tu avevi percepito in loro,
LASCIALI FARE.
Se vogliono seguire la massa, LASCIALI FARE.
Se vogliono giudicarti e fraintenderti, LASCIALI FARE.
Se si comportano come se potessero andare avanti senza di te, LASCIALI FARE.
Se vogliono uscire dalla tua vita, andarsene, tieni la porta aperta e LASCIALI FARE.
Lascia che ti perdano.
Non sei mai stata "dei loro" perché eri "di te stessa".
Perciò lasciali fare.
Lascia che ti mostrino, non che ti dicano, chi sono realmente.
Lascia che ti provino quanto valgono il tuo tempo.
Lascia che compiano i passi necessari per essere parte della tua vita.
Lascia che si guadagnino il tuo perdono.
Lascia che ti chiamino per parlare di cose ordinarie.
Lascia che ti passino a prendere per portarti fuori un venerdì.
Lascia che parlino di tutto e di nulla solo perché è con te che stanno parlando.
Lascia che trovino un porto sicuro in te.
Lascia che vedano in te il cuore che non hanno indurito.
Lascia che ti amino".

- Cassie Philips