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domenica 12 aprile 2026

Cuore o cervello?


C'è un proverbio che recita: "il cuore ha sempre ragione"; eppure se vivessimo in balìa dei nostri sentimenti saremmo né più né meno che individui classificabili come "stupidi". Perciò si rettifica che, seguendo il proprio cuore, è necessario portare con sé anche il proprio cervello. La verità non risiede in una visione univoca - sentimento o razionalità - ma come sempre nel mezzo, in una sintesi appropriata dei due punti di vista.

Se affrontassi la vita senza sentire nessuna emozione, possibilmente taglierei tutti i traguardi (senza alcun ostacolo dato da rimorso o paura) - ma verrei classificato da un medico, da uno psichiatra, come affetto da un disturbo di personalità. 

Non si tratta, in termini prettamente scientifici, di "cuore o mente", ovviamente. Quello che noi chiamiamo per convenzione "cuore" è in realtà legato a diverse zone del cervello, fra cui l'amigdala, una struttura coinvolta nell'elaborazione delle emozioni, e la corteccia prefrontale, legata alla loro regolazione e al loro controllo. Le persone con tratti antisociali possono presentare un'amigdala e una corteccia prefrontale dal funzionamento anomalo - il che le rende "psicotiche", soggette ad attacchi d'ira a volte devastanti, con assenza di rimorso, vergogna e capacità di interpretare le emozioni altrui. Sono spesso sadiche poiché, nel tentativo di "sentire" quel che non possono sentire (emozioni, entusiasmo, sentimenti), sono costrette, e spesso scelgono di, ricavare un surrogato di tutto ciò, in forma di "eccitazione fallica/sessuale", nella distruzione e nella violenza. (E' il caso dei Narcisisti patologici o maligni.)

Generalizzando, l'amigdala adibita alle emozioni risulta tendenzialmente più attivata nelle persone di sesso femminile. Tendenzialmente le donne sono più emotive, più ansiose, perché, sempre parlando in termini generali, soffrono di un sovraccarico di stimoli a carico dell'amigdala. 

Non è una divisione netta fra generi. Si parla di "femmineo" interiore anche per gli uomini. Ciascun uomo e ciascuna donna è una polarità di "mascolino" e "femmineo", il primo traducibile in un utilizzo mirato dell'emisfero sinistro del cervello, deputato alla logica, alla razionalità, al cinismo, all'indagine scientifica; il secondo nell'utilizzo dell'emisfero destro, correlato alla creatività, all'emotività, all'empatia e alla sensibilità. Come questi due modi di interagire con il mondo si combinino, in quale percentuale, nel carattere di una persona è dato dalla genetica e dalle esperienze di vita.

Non c'è, ripeto, una divisione netta e assoluta; abbiamo donne estremamente pragmatiche e ciniche e uomini sentimentali (faccio l'esempio dei poeti uomini).

Soprattutto, l'avere un carattere "prevalentemente" femmineo non definisce un uomo come "non pienamente" uomo, e l'avere un carattere "prevalentemente" mascolino non fa di una donna una "non-donna". L'unica cosa che ci distingue come generi, in realtà, sono gli organi genitali - secondo me. Nulla che abbia a che fare con il carattere o la mentalità può fare di un uomo un uomo e di una donna una donna.

Siamo, però, soggetti alla matassa di insegnamenti e dottrine culturali che ci hanno inculcato sin da bambini:
"Un vero uomo non deve chiedere mai"
"Un vero uomo non deve piangere mai"
"Una vera donna è elegante e sorridente"
"La femminilità è grazia".

Tutti questi dogmi, interiorizzati come massime da "imperativo categorico" nella nostra cultura, penetrano, in qualche modo, nel nostro tessuto genetico e ci plasmano con certe convinzioni - assurdamente - persino prima che veniamo al mondo; per esempio, il feto risente dei pensieri della madre, e i pensieri della madre si formano a partire dalle sue proprie convinzioni e dagli insegnamenti o diktat che ha ricevuto dai genitori, i quali fanno parte del contesto più amplio della cultura nella quale lei e i suoi genitori vivono.

"Parità di genere" non vuol dire solo "pari diritti" ma anche "egual trattamento", "mistura di differenze", e il femminismo che promuove il dogma in questione non è "per le donne", ma "per tutti".

Non è facile credere che un uomo possa essere contento del suo stato sociale d'uomo; il web, infatti, è zeppo di uomini che se ne lamentano; di dover mantenere economicamente la propria partner od ex-partner; di dover corrispondere a certi standard di prestanza fisica e caratteriale; di dover soddisfare certi requisiti materiali per dare sacrosanto sfogo al loro bisogno di fare dell'attività sessuale, di essere amati o di avere una partner fissa.
Le donne, dal canto loro, se non corrispondono ai loro, di standard, (di bellezza, di grazia, di charme, ecc.), si trovano sempre in una condizione di grave svantaggio e stigma.
In questo caso si parla del "potere della bellezza". Che se viene meno, per una donna, è peggio di qualsiasi menomazione - a livello di come si viene socialmente considerate, in particolar modo dagli uomini.

Forse, anziché continuare a subire questi dislivelli da vertigine, dovremmo imporci come obiettivo una società davvero giusta, inclusiva, ove non esistano diktat per gli uomini né per le donne, ma solo un'accoglienza e un'integrazione spassionata delle diverse sfumature che connotano ciascun essere umano - uomo o donna che sia.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

martedì 20 gennaio 2026

Il sottile filo rosso che unisce dittatura a patriarcato (note da "Anatomia della distruttività umana")

"Le primitive società di clan, e probabilmente quella dei cacciatori preistorici a partire da circa cinquemila anni fa, erano fondamentalmente diverse dalla società civile, proprio perché le relazioni umane non erano governate dai principi di controllo e potere, e il loro funzionamento dipendeva dal reciproco aiuto. Chiunque fosse dominato dalla passione di controllare il prossimo sarebbe diventato socialmente un fallito, perdendo ogni prestigio [...]
Il periodo storico successivo, quello dello sviluppo urbano, sembra aver introdotto non solo nuovi tipi di civiltà, ma anche quelle passioni che sono generalmente considerate attributi naturali dell'uomo [...]
Dall'antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più "democratica", cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a "straripare" per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva soltanto di migliorare la vita, ma anche di espandere il potere collettivo."

Venere di Willendorf, o "Grande madre"

Cinquemila anni prima della nascita di Cristo, il mondo venerava divinità femminili - Dio veniva connesso direttamente all'idea di fertlità, gravidanza, generazione, creazione "naturali", così la Grande Dea creatrice dell'universo aveva fianchi larghi e addome prominente perché in grado di portare in grembo la vita.
Con l'urbanizzazione successiva presero piede cambiamenti sociali e umani che portarono al mondo che abbiamo oggi - guidato, costruito o meglio distrutto e ricostruito dagli uomini.
Il passaggio da una divinità femminile ad una maschile (YHWH, e le divinità politeiste e monoteiste precedenti) venne descritto in uno dei documenti più antichi della letteratura, ovvero l'inno babilonese della creazione, Enuma Elish. Il mito descrive la ribellione vittoriosa degli dei maschili contro Tiamat, la "Grande Madre" che governava l'universo. 
Tiamat viene massacrata, dopo una lotta durissima, da Marduk, come si esplicita nei seguenti versi:

"E poi misero un indumento nel mezzo;
A Marduk, loro primogenito, dissero:
"In verità, o signore, il tuo destino è supremo fra gli dei,
Comanda di distruggere e di creare, (e) così sarà!
Che l'indumento sia distrutto cpon la parola della tua bocca;
Comanda di nuovo, e l'indumento si riformerà!"
Comandò con la sua bocca, e l'indumento fu distrutto,
Comandò di nuovo, e l'indumento si riformò.
Quando gli dei, i padri suoi, osservarono l'efficacia della sua parola
Si rallegrarono (e) resero omaggio, (dicendo):
"Marduk è re!"."

Fino alle società neolitiche, che vivevano di caccia e di raccolta, sentimenti come l'avidità, l'invidia, l'odio, la sopraffazione, il comando, il controllo, erano concetti inconcepibili e quando sorgevano venivano stroncati sul nascere e severamente puniti dalla collettività. Queste società arcaiche non conoscevano la politica, il dominio, la sopraffazione, la guerra; le loro società erano fondate su un comunismo che metteva a beneficio di tutti ogni proprietà sulla terra percorsa. Se qualcuno poteva rivendicare il possesso di un pezzo di terra o di un albero per evitare che i beni venissero distribuiti in modo iniquo - e il baratto avveniva tramite il gioco -, non c'era nessun capo. Le società matriarcali si organizzavano su concetti quali altruismo, aiuto reciproco, filoxenia (= simpatia per lo straniero), amore, pace. (Eravamo i bonobo della civiltà umana)

Successivamente dall'invenzione della ruota e dell'aratro, i nostri antenati compresero che potevano ottenere ciò che prima ottenevano attraverso duro lavoro (molte risorse e molta fatica venivano impiegati nella lavorazione della terra) sfruttando la forza lavoro degli animali da soma come i buoi; da lì germogliò il seme satanico della persuasione del "potere": così come l'uomo (maschio) poteva dominare il mondo animale, assoggettare le specie inferiori, poteva anche ridurre suoi simili che per ragioni disparate mancavano o avevano perduto prestigio sociale alla schiavitù, permettendo ad una elite agiata (re e imperatori) di dominare e vivere lussuosamente con una grande fetta del ricavato del lavoro di migliaia di schiavi. 

L'urbanizzazione, con a capo gli uomini e le divinità maschili, portò ad una società in cui, a partire dall'esaltazione del potere, si scoperchiò il vaso di Pandora di tutti i mali dell'umanità. Sete di potere vuol dire ingiustizia, gerarchia, vite non egualitarie ma sorteggiate dalla fortuna, una larga differenza fra chi può tutto e chi non può nulla - e ovviamente la guerra, per ampliare i confini dei possedimenti dei re/imperatori, che si servivano della classe dei soldati per espandere la loro influenza e il loro dominio su più territori possibili.

Se da un lato la società "degli uomini" è caratterizzata dal progresso , dall'uso della scrittura (Dio creò il mondo con "la parola") alle scoperte in campo scientifico (il periodo di Marduk fu il più rapido della Storia quanto a scoperte fino ai tempi di Galileo), conteneva in sé tutto ciò che avrebbe portato, dopo un'enorme espansione del potere umano, ad un ritiro intrinseco della qualità del vivere, fino ai giorni nostri. 

Assistiamo ad una drammatica implosione dell'umanità di nuovo dominata dal mito della guerra, del possesso, conseguenza di più di un secolo di assenza di Dio - che nel Nuovo Testamento si fa più pacifico perché tenta di operare una sintesi fra il Dio del Vecchio Testamento e le divinità femminili delle società matriarcali neolitiche antecedenti - e dalla disumanizzante tecnologia avanzata.

La razionalità, che è un attributo tendenzialmente più maschile che femminile, prevale sull'emotività e sul sentimento, entrambe qualità femminili. Descrizioni accurate delle guerre indette dagli Egizi contro i popoli vicini sottolineano l'insorgere di una passione umana sconosciuta alle società matriarcali, ovvero il sadismo. Descrizioni dettagliate di torture e di mutilazioni celebrano il "potere" dell'uomo che poiché distrugge può comandare su ciò che è ridotto in polvere.

Le società patriarcali sono necrofile. Amano la morte, la distruzione, la guerra, e rendere inerte la vita - perché attraverso l'omicidio (o il dolore indotto), possono saziare la propria sete di potere. Combinato a Narcisismo e Simbiosi materna, Fromm definisce il sadismo come una componente della "Triade oscura" di personalità che caratterizzava soggetti come Adolf Hitler, i regimi dittatoriali e totalitari, e definì i più gravi massacri, stermini e genocidi della storia.