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mercoledì 6 maggio 2026

"Do or die"


Mi pare un quadro di Hopper (il mio pittore preferito). Così si dipana la vita di tutti i giorni. In un tenue grigio-azzurro, fra campi di grano e tetti spioventi color mattone.

Le conchiglie che ho distribuito sulla sabbia sono piccoli granelli di polvere nel mare. Le posiziono ciascuna a distanza dall'altra, in modo che non si concilino.

Chi lo sa quanto dolore non è possibile esprimere.

Devo smettere di fidarmi degli uomini -- se mi fido ancora, penso, mi uccideranno. La sola cosa che conta è quello che sento dentro. E dentro -- per il troppo vino -- non sento niente. Io sono una persona ch ha il cervello intasato di troppe cose che vuole fare, fisica, matematica, lingue, psicologia, disegno, dipinto, volontariato, e alla fine non ne fa nessuna perché è solo un inutile -- infine, solo -- un inutile involucro di carne e organi inconcludente

Inconcludente e infertile come un terreno bruciato dalle radiazioni nucleari

Non faccio alla Brondi "parole poetiche evocative", tipo "stratosfera", "campi di grano", "risvegli della vita", parlo di una persona che è stanca di odiarsi ed è stanca d'un mondo che, le pare, la trascina in una giostra folle di risa e stupidità e mediocrità e lei si addormenta, e poi si risveglia, e ride alle loro volgarità, e torna a dormire, e beve, e beve... e ride. E il tempo scorre. E diviene sempre più stolta. E quanto più stolta tanto più in pericolo. Perché lei li vede gli sguardi omicidi della gente, i loro denti digrignati. Che se potessero se la strapperebbero a morsi, cuore compreso, cuore soprattutto. 

E si lascia oscillare dalla superficie dell'acqua. E i denti digrignano e fanno uno stridio che assomiglia allo sfrecciare dei pneumatici sull'asfalto.

mercoledì 22 aprile 2026

Se avessi... se fossi... // La statua di sale // La persona peggiore del mondo

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre, le nostre profondità sono sempre silenti.
Kahlil Gibran


Alcune giornate passano nel sonno. Succede spesso - anche se la notte ho dormito normalmente, al mattino torno a letto. Mi sveglio che è pomeriggio inoltrato.

Il nostro tempo, qui, è un po' schizofrenico - mattina sole, pomeriggio tempesta furiosa, tardo pomeriggio di nuovo sole, sera di nuovo pioggia battente. Eh sì, è proprio il caso di dirlo - non ci sono più le mezze stagioni.
Se hai fortuna riesci a prendere fra la punta dei polpastrelli un filo di raggio di sole al crepuscolo.
Se hai abbastanza voglia di uscire in balcone, almeno.

Sono convinta che superata una "certa età", (forse è la crisi dei 30 anni che me lo fa dire, ma...), nulla sembri più minimamente degno di considerazione e comprensione, - tu ristagni come un corpo silente sulla superficie di uno stagno sporco.

Ecco una buona metafora.

Se a diciotto anni avessi posato le bambole, e mi fossi pensata in linea con le responsabilità della prima età adulta, avrei - forse - combinato qualcosa.
Se prima dei trent'anni avessi saputo fare qualcosa, e fossi stata più matura di un'adolescente con qualche anno in più sulla carta, mi sarei dedicata al lavoro.

Il senso è "troppo tardi".
Tardi è tardi, non è così?

Se solo non avessi buttato tutti gli anni che ho buttato a grattarmi la testa senza capirci nulla del mondo che mi circondava. 
Sono già una sfigata che non ha costruito nulla né raggiunto nulla né capito nulla della vita.

Non sono ancora matura abbastanza da avere un bagaglio d'esperienze e di considerazioni e di conoscenze sul mondo - e di comportamenti "da adulta". Ma che cribbio significa "essere adulti"? Perché mi rimproverano d'essere "una donna (ormai)" con molta frequenza. Esploriamo il concetto di adultità.

da "Call me by your name"

Cosa vorrà mai significare, "essere adulti"?
Essere responsabili?
Essere disciplinati?
Essere ragionevoli?
Essere assertivi e quieti?
Ognuno ha una sua definizione del concetto e quindi qual è la verità? Che ciascuna risposta va bene. Ergo non ne va bene nessuna. Una cosa così non esiste.

Mai nella mia vita mi sono sentita adulta - e mai nemmeno bambina quando era il momento e giovane quando era il momento.

(Una statua di sale. Di sale. Non di marmo. Facilmente frangibile. Facilmente sgretolabile. Mi sgretolo sotto i graffi del tempo.)

Mi sono sempre sentita io, la stessa a dieci come a trentadue anni. 
La stessa persona che alcuni momenti, baldanzosamente, mi sembra geniale, e altri la peggiore del mondo.