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lunedì 25 maggio 2026

Gabor Maté, il trauma e il mito della "normalità"

Gabor Maté

Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi

Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.

La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.

Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.

Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale

Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.

Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.

Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.

Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto

Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.

La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm defomosce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".

Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche. 

Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:

"Non è segno di salute mentale 
essere ben adattati a una società profondamente malata"

martedì 28 aprile 2026

La stupidità umana secondo Carlo Maria Cipolla

Carlo Maria Cipolla

Stamattina ho dato una rinfrescata mnemonica a Le leggi fondamentali della stupidità umana di C. M. Cipolla -- un "must have" in libreria -- rileggendolo. Perché si consuma in un quarto d'ora o meno. 

Mi è venuta voglia di parlarne.

Nel saggio, le leggi di Cipolla sulla stupidità umana (quattro) spiegano una teoria originale sulla stupidità come condizione esistenziale, più che neurologica o genetica.

Riassumendo, Cipolla identifica quattro tipi di "personalità" ovvero di (circa) "stati mentali", che espone in un grafico.
Questi sono:
  • Lo stupido. Lo stupido reca svantaggio a sé ed anche al prossimo.
  • Il criminale/bandito. Il criminale o bandito arreca vantaggio a e svantaggio al prossimo.
  • Lo sprovveduto. Lo sprovveduto avvantaggia il prossimo e reca danno a se stesso.
  • L'Intelligente. Procura vantaggio a sé ed anche al prossimo.

Ogni essere umano può comportarsi in date circostanze come ciascuna delle personalità in oggetto. Non si tratta di categorie fisse, ma di stati psicologici / comportamentali.

Prosegue Cipolla: in ogni singolo gruppo umano possiamo trovare la medesima, identica percentuale X di stupidi. Dai contadini agli ingegneri aerospaziali. C'è sempre la stessa, medesima probabilità di avere a che fare con uno stupido -- ovvero con una persona che agisce stupidamente.

Tutti, a volte, siamo tentati o portati ad agire stupidamente.

La differenza fra uno "stupido" ed un "non stupido" è più legata al quantitativo di mosse stupide (= che recano svantaggio a sé e al contempo anche ad altri) che compie, piuttosto che a una sentenza perentoria su di lui.

Uno stupido (o uno che, in un dato momento, si comporta da tale) agisce deliberatamente ma non sensatamente. Stupidamente, senza ragione, egli manda a monte i nostri piani, ci rovina la giornata (al meglio), l'umore, ci colpisce e ferisce, ci espone alla sensazione di essere inadeguati. Al contempo ponendo se stesso in una brutta posizione (la cosiddetta arma a doppio taglio).

(Diverso è il bandito, che dal compiere il "male" ne trae un qualche vantaggio personale).

Siamo tutti saltuariamente stupidi -- e la capacità di switchare fra essere stupidi e non esserlo, è proprio ciò che conta.

Se non fossimo in grado di agire stupidamente, probabilmente non potremmo mai essere definibili "intelligenti" -- perché il discrimine fra intelligenza e stupidità è visibile proprio dall'alternanza contrastante dei due stati mentali. Questa la conclusione del piccolo saggio di Cipolla -- una piccola, ma geniale teoria divenuta virale sul web già da un po' di anni.

martedì 14 aprile 2026

La natura dell'odio


Contrariamente a quanto ci insegnano, l'odio non è un sentimento "umano" necessariamente; non affonda le radici nella natura umana, geneticamente, sebbene sia più antico dell'amore. Non è necessario né inevitabile odiare: l'odio è un sentimento che deriva da una struttura caratteriale narcisistica e ha come sua base l'invidia - così come l'ignoranza fa da pietra d'angolo alla paura e conseguentemente alla violenza.

Vero è che, se tu mi odii, sebbene io non ti odii di conseguenza (poiché non ne sento la necessità), non ti amerò di certo. Gesù, Giuseppe e Maria possono attaccarsi. Di fronte all'odio è civile, rispettoso di sé, sintomo di amor proprio, di sanità mentale prendere le distanze.

Una mente che sia limitata è più predisposta all'odio di una equilibrata e intelligente.

Una persona davvero intelligente non può essere cattiva, e cioè covare odio, perché l'odio è il presupposto di una mente povera di materia grigia.

Le passioni "sataniche", istillate dall'ego e contrapposte all'amore, sono circa queste qui: 
  • Odio. Come già detto, è invidia di base, e dirò di più - odio e invidia sono praticamente la stessa cosa. In filosofia si parla di "invidia esistenziale" quando essa non si rifà ai possedimenti dell'altro o alle sue qualità, ma alla sua mera esistenza. (E' il caso dei fratelli maggiori che odiano i minori, narcisisticamente, perché li hanno privati del posto privilegiato di "figli unici" davanti ai genitori).
  • Rancore. Il rancore è prova di una mente retoricamente "ottusa" in quanto incapace di concepire altri punti di vista e altri vissuti dal proprio. Si cova rancore perché ci si sente "assolutamente vittime"; sentirsi "assolutamente vittime" significa non capire la propria parte di colpa che esiste in tutte - ma proprio tutte - le dinamiche conflittuali umane.
  • Dinamiche di potere come la svalutazione. Quando ci si sente insicuri, e quando si percepisce la vita come una lotta costante, in altre parole - quando si è competitivi, è un continuo "mors tua, vita mea". Le persone più deboli hanno bisogno di affondare il prossimo per sentirsi meno insicure e difettose.
  • Sadismo. Questo è proprio dei caratteri antisociali. Il sadismo subentra in una mentalità quando chi ne soffre è stato a propria volta trattato in modo sadico da bambino. Il "modello sadico" viene interiorizzato e riprodotto sugli altri percepiti come "più deboli" sotto forma di tortura o maltrattamenti di diverso tipo. Qui si tenta di risolvere il conflitto traumatico irrisolto del essersi sentiti impotenti di fronte al sadismo dei genitori riproducendolo come in un "gioco di ruolo" in cui si è, questa volta, oppressori e non oppressi.
Amore e speranza tentano di porre un argine a tutti questi mali, ma per il principio dell'entropia valuto più verosimile che la Specie, di autofagia in autofagia, giungerà all'estinzione per mezzo di essi. 

Omnia vincit amor? 

Il potere dell'amore non vince sul potere dell'odio dato dall'ego (con tutta la sua carrellata di derivati che ho appena elencato), perché questo è più forte, più pervasivo, più "semplice" (il cervello umano semplifica, non si complica la vita in riflessioni e comprensioni che porrebbero potenzialmente un freno alla violenza), e di conseguenza più affine alla natura dell'uomo. O di molti uomini, per lo meno.