martedì 20 gennaio 2026

Il sottile filo rosso che unisce dittatura a patriarcato (note da "Anatomia della distruttività umana")

"Le primitive società di clan, e probabilmente quella dei cacciatori preistorici a partire da circa cinquemila anni fa, erano fondamentalmente diverse dalla società civile, proprio perché le relazioni umane non erano governate dai principi di controllo e potere, e il loro funzionamento dipendeva dal reciproco aiuto. Chiunque fosse dominato dalla passione di controllare il prossimo sarebbe diventato socialmente un fallito, perdendo ogni prestigio [...]
Il periodo storico successivo, quello dello sviluppo urbano, sembra aver introdotto non solo nuovi tipi di civiltà, ma anche quelle passioni che sono generalmente considerate attributi naturali dell'uomo [...]
Dall'antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più "democratica", cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a "straripare" per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva soltanto di migliorare la vita, ma anche di espandere il potere collettivo."

Venere di Willendorf, o "Grande madre"

Cinquemila anni prima della nascita di Cristo, il mondo venerava divinità femminili - Dio veniva connesso direttamente all'idea di fertlità, gravidanza, generazione, creazione "naturali", così la Grande Dea creatrice dell'universo aveva fianchi larghi e addome prominente perché in grado di portare in grembo la vita.
Con l'urbanizzazione successiva presero piede cambiamenti sociali e umani che portarono al mondo che abbiamo oggi - guidato, costruito o meglio distrutto e ricostruito dagli uomini.
Il passaggio da una divinità femminile ad una maschile (YHWH, e le divinità politeiste e monoteiste precedenti) venne descritto in uno dei documenti più antichi della letteratura, ovvero l'inno babilonese della creazione, Enuma Elish. Il mito descrive la ribellione vittoriosa degli dei maschili contro Tiamat, la "Grande Madre" che governava l'universo. 
Tiamat viene massacrata, dopo una lotta durissima, da Marduk, come si esplicita nei seguenti versi:

"E poi misero un indumento nel mezzo;
A Marduk, loro primogenito, dissero:
"In verità, o signore, il tuo destino è supremo fra gli dei,
Comanda di distruggere e di creare, (e) così sarà!
Che l'indumento sia distrutto cpon la parola della tua bocca;
Comanda di nuovo, e l'indumento si riformerà!"
Comandò con la sua bocca, e l'indumento fu distrutto,
Comandò di nuovo, e l'indumento si riformò.
Quando gli dei, i padri suoi, osservarono l'efficacia della sua parola
Si rallegrarono (e) resero omaggio, (dicendo):
"Marduk è re!"."

Fino alle società neolitiche, che vivevano di caccia e di raccolta, sentimenti come l'avidità, l'invidia, l'odio, la sopraffazione, il comando, il controllo, erano concetti inconcepibili e quando sorgevano venivano stroncati sul nascere e severamente puniti dalla collettività. Queste società arcaiche non conoscevano la politica, il dominio, la sopraffazione, la guerra; le loro società erano fondate su un comunismo che metteva a beneficio di tutti ogni proprietà sulla terra percorsa. Se qualcuno poteva rivendicare il possesso di un pezzo di terra o di un albero per evitare che i beni venissero distribuiti in modo iniquo - e il baratto avveniva tramite il gioco -, non c'era nessun capo. Le società matriarcali si organizzavano su concetti quali altruismo, aiuto reciproco, filoxenia (= simpatia per lo straniero), amore, pace. (Eravamo i bonobo della civiltà umana)

Successivamente dall'invenzione della ruota e dell'aratro, i nostri antenati compresero che potevano ottenere ciò che prima ottenevano attraverso duro lavoro (molte risorse e molta fatica venivano impiegati nella lavorazione della terra) sfruttando la forza lavoro degli animali da soma come i buoi; da lì germogliò il seme satanico della persuasione del "potere": così come l'uomo (maschio) poteva dominare il mondo animale, assoggettare le specie inferiori, poteva anche ridurre suoi simili che per ragioni disparate mancavano o avevano perduto prestigio sociale alla schiavitù, permettendo ad una elite agiata (re e imperatori) di dominare e vivere lussuosamente con una grande fetta del ricavato del lavoro di migliaia di schiavi. 

L'urbanizzazione, con a capo gli uomini e le divinità maschili, portò ad una società in cui, a partire dall'esaltazione del potere, si scoperchiò il vaso di Pandora di tutti i mali dell'umanità. Sete di potere vuol dire ingiustizia, gerarchia, vite non egualitarie ma sorteggiate dalla fortuna, una larga differenza fra chi può tutto e chi non può nulla - e ovviamente la guerra, per ampliare i confini dei possedimenti dei re/imperatori, che si servivano della classe dei soldati per espandere la loro influenza e il loro dominio su più territori possibili.

Se da un lato la società "degli uomini" è caratterizzata dal progresso , dall'uso della scrittura (Dio creò il mondo con "la parola") alle scoperte in campo scientifico (il periodo di Marduk fu il più rapido della Storia quanto a scoperte fino ai tempi di Galileo), conteneva in sé tutto ciò che avrebbe portato, dopo un'enorme espansione del potere umano, ad un ritiro intrinseco della qualità del vivere, fino ai giorni nostri. 

Assistiamo ad una drammatica implosione dell'umanità di nuovo dominata dal mito della guerra, del possesso, conseguenza di più di un secolo di assenza di Dio - che nel Nuovo Testamento si fa più pacifico perché tenta di operare una sintesi fra il Dio del Vecchio Testamento e le divinità femminili delle società matriarcali neolitiche antecedenti - e dalla disumanizzante tecnologia avanzata.

La razionalità, che è un attributo tendenzialmente più maschile che femminile, prevale sull'emotività e sul sentimento, entrambe qualità femminili. Descrizioni accurate delle guerre indette dagli Egizi contro i popoli vicini sottolineano l'insorgere di una passione umana sconosciuta alle società matriarcali, ovvero il sadismo. Descrizioni dettagliate di torture e di mutilazioni celebrano il "potere" dell'uomo che poiché distrugge può comandare su ciò che è ridotto in polvere.

Le società patriarcali sono necrofile. Amano la morte, la distruzione, la guerra, e rendere inerte la vita - perché attraverso l'omicidio (o il dolore indotto), possono saziare la propria sete di potere. Combinato a Narcisismo e Simbiosi materna, Fromm definisce il sadismo come una componente della "Triade oscura" di personalità che caratterizzava soggetti come Adolf Hitler, i regimi dittatoriali e totalitari, e definì i più gravi massacri, stermini e genocidi della storia. 

sabato 17 gennaio 2026

Bandura e la normalizzazione del male

“In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.” 
Hermann Hesse.

Secondo Albert Bandura, psicologo canadese, prefigurarsi il male non significa pensare a persone disturbate, preda di impulsi incontrollabili, "pazze" o disadattate.
Bandura definiva una serie di meccanismi che i "normali" mettono in atto per compiere il male più distruttivo continuando a sentirsi al contempo "brave persone". Definì questo pensiero "teoria del disimpegno morale".

Il disimpegno morale è composto da una serie di auto-assoluzioni che permettono di mantenere intatta l'immagine idilliaca del sé come "non malvagio", comunque commettendo atti malvagi
  1. Giustificazione morale. "Lo faccio per un bene più grande". La violenza diventa necessaria (si ricordi Orwell: "La guerra è pace".)
  2. Eufemismo linguistico. "Ma stavo solo scherzando!". Camuffare la violenza da "scherzo" consente alla persona molesta di molestare indisturbata da ogni responsabilità sul suo comportamento.
  3. Confronto vantaggioso. "C'è chi fa di peggio". Dato che esiste, potenzialmente, un male più grande, il male che il molestatore compie è "assolto". Non so se avete mai sentito parlare di quei che "Non ho mai ucciso nessuno!". Suppongo di sì
  4. Diffusione di responsabilità. "Lo fanno tutti": unirsi al coro di molestie "diluisce" la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva, proprio perché così diluita, meno imputabile. Un esempio affine, che rientra nella categoria: Eichmann, come spiega la Arendt in "La banalità del male", si difese fino all'ultimo al tribunale di Norimberga dicendo che "non aveva fatto nulla di sbagliato" e che erano "ordini dall'alto (che non poteva non eseguire)". In questo contesto se la decisione di nuocere è una "delega", condivisa, chi perpetra il male si sente automaticamente auto-assolto.
  5. Negare o minimizzare le conseguenze. "Non le ho fatto nulla di grave", "quanti drammi fa questa drama-queen, per così poco!".
  6. Disumanizzazione della vittima. A mio avviso il disimpegno morale più frequente. "E' un cane", "è un animale", è (comunque sia) "disumana". Non è in grado di soffrire pertanto come un essere umano; sto colpendo una "cosa", non un essere capace di star male assorbendo la violenza che gli uso.
  7. Attribuzione di colpa (alla vittima). "Tu poi, proprio te le cerchi...". Autoassoluzione molto potente. Si giustifica il male sulla base di una provocazione, vera o più spesso presunta, data dalla vittima.
Il male non nasce soltanto da "persone malvage", ma da auto-giustificazioni condivise.

La "normalizzazione del male" avviene quando il male non è solo intenzione singola, ma ambiente. In alcuni ambienti il male può prosperare attraverso un vicendevole rinforzo reciproco a proseguire nella condotta molesta. Se un gruppo, un'istituzione o una società:
  • ridicolizza le vittime
  • minimizza l'abuso
  • glorifica la forza e il dominio
  • punisce chi denuncia
  • giustifica la prevaricazione
... il male finisce di essere un'eccezione "deviata" e diventa normalità e prassi condivisa. In questa situazione non c'è un argine ad esso che serva a qualcosa, se non, probabilmente, la fuga. L'abusante è anni luce dal trovare remore al suo comportamento deviato, anzi: è una cosa ai suoi occhi "naturale" verso quello specifico bersaglio. Non c'è nessun margine di senso di colpa e quindi di ravvedimento.

Il male più pericoloso non è quello spettacolare o patologico. E' quello praticato da persone normali che credono di avere buone ragioni.



giovedì 1 gennaio 2026

L'insulto definisce chi lo usa



Un gioco di specchi. Sapresti sopravvivere incontrando il tuo doppio?

Il tuo doppio è in ogni persona che incontri. L'universo di fuori è di dentro. Ciò che troviamo insopportabile nell'altro è ciò che ci rappresenta. L'insulto definisce più chi lo adopera che chi lo riceve. 

Quando colpiamo l'altro con certe parole, sono le stesse che useremmo nei momenti di sconforto per definire noi stessi. Non è mai capitato che nel bel mezzo di una furiosa escalation di violenza, di violenza verbale, una vocina suggerisse: "questo sei tu", "non lui"? Il cardine del senso di colpa successivo è proprio riconoscere in sé il male che si proietta sull'altro.

Non incontriamo altro che parti noi in ciascuna persona. Tanto più se ci provocano delle reazioni: odio, disprezzo, rifiuto. Vediamo le parti di noi che sono inaccettabili nell'altro e per distruggerle le tartassiamo di fuori.

Il processo di individuazione riguarda il guardare in faccia il male interno a ciascuno di noi e smettere di proiettarlo di fuori per ucciderlo - piuttosto "accoglierlo", perché ha bisogno di essere compreso ed ascoltato.

Stigma: note sull'identità degradata (E. Goffman)

“Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.”
E. Goffman, Stigma

Come definire la normalità? è qualcosa che esiste come un contrasto, un non-colore come il bianco o il nero. è solo a partire dal confronto con ciò che "non è normale" che abbiamo una definizione di "normalità". e cioè:

ciò che non si discosta negativamente dalle nostre aspettative (specie in modo reiterato nel tempo).

Se - scrive Goffman in soldoni - si verificano in forma continua violazioni del "codice di normalità" si crea una frattura fra "l'identità sociale virtuale" (attribuita al non-normale) e "l'identità sociale attuale" (la "vera identità" dello stigmatizzato), in modo cristallizzato e stabile nel tempo.
Non si tratta solo di giudizi ma di pregiudizi in quanto potenzialmente qualunque cosa che uno stigmatizzato potrebbe compiere di - pure - normale viene letto attraverso i filtri della sua indiscutibile "non-normalità", che è a tutti gli effetti un'identità negata o degradata attraverso lo stigma che lo disumanizza. (Come sopra: crediamo che una persona con uno stigma non sia "proprio umana").

Finché esisteranno criteri per stabilire cosa è "normale" e cosa "no", all'ingiustizia sociale non ci sarà mai fine. Alla sofferenza dei diversi e dei deboli, mai una fine. 

E' per questo che le lotte cosiddette "woke" sono più importanti di quanto sembrino. Chi vi si oppone semplicemente non accetta di perdere il proprio privilegio trovandosi sullo stesso piano di colui che definisce "non-normale" e che potrebbe essere visto come un essere umano qualsiasi da un normale che sia (come definisce Goffman) "saggio" (non solo da uno stigmatizzato di pari tipo).