C'era una "matta" in una comunità dei matti in cui sono stata. Una in particolare. Guardava, annuiva e ripeteva in continuazione: "è grave".
E gli altri matti-meno-matti rispondevano "Sì, è grave". Senza capire un cacchio di cosa volesse dire lei. Me compresa.
Mi è tornata in mente la Giulia, dunque, e sulla scia di questo ricordo voglio discutere del concetto di "gravità" relativamente alle situazioni umane.
Non c'è nulla di davvero grave. Grave sarebbe la morte, e basta, ma la morte si verifica ogni santo giorno copiosamente e pacificamente.
Cosa c'è di peggio -- e al contempo, di meglio -- che chiudere gli occhi e sparire dal mondo?
E' la fine che faremo tutti. E' l'unica cosa a cui assolutamente non c'è rimedio.
Se siamo tutti destinati a una simile fine, nell'oblio del mondo, cosa ci porta a sopravvalutare la portata della drammaticità delle nostre situazioni umane?
Forse conoscerete l'"auto-compassione" di Carl Rogers: si basa sul fatto che dovremmo provare vicinanza per noi stessi -- che in fondo al nostro cuore c'è un bambino o una bambina piangente e spaventato o spaventata -- perché le nostre pene sono le pene del mondo intero -- nulla di eccezionale, è tutto schifosamente ordinario, letteralmente tutto il male del mondo è comune al mondo.
Non temo la morte.
Non temo la vita nel suo incontrovertibile squallore.
Non temo la condizione umana -- che è sempre animale. Non temo le pene dell'umano. Non temo le altre persone e così provo un senso di fiducia "non cieca" verso il loro cuore.
Che anche a dispetto di tutte le egoiche impalcature -- la loro anima è mia amica
Essere diffidenti riesce facile a tutti. Provar fiducia a pochi. E' proprio questo il nucleo dell'essere dei rivoluzionari. La rivoluzione parte "dal basso". Dalle cose più piccole. Per realizzare le più grandi e importanti
