martedì 28 aprile 2026

La stupidità umana secondo Carlo Maria Cipolla

Carlo Maria Cipolla

Stamattina ho dato una rinfrescata mnemonica a Le leggi fondamentali della stupidità umana di C. M. Cipolla -- un "must have" in libreria -- rileggendolo. Perché si consuma in un quarto d'ora o meno. 

Mi è venuta voglia di parlarne.

Nel saggio, le leggi di Cipolla sulla stupidità umana (quattro) spiegano una teoria originale sulla stupidità come condizione esistenziale, più che neurologica o genetica.

Riassumendo, Cipolla identifica quattro tipi di "personalità" ovvero di (circa) "stati mentali", che espone in un grafico.
Questi sono:
  • Lo stupido. Lo stupido reca svantaggio a sé ed anche al prossimo.
  • Il criminale/bandito. Il criminale o bandito arreca vantaggio a e svantaggio al prossimo.
  • Lo sprovveduto. Lo sprovveduto avvantaggia il prossimo e reca danno a se stesso.
  • L'Intelligente. Procura vantaggio a sé ed anche al prossimo.

Ogni essere umano può comportarsi in date circostanze come ciascuna delle personalità in oggetto. Non si tratta di categorie fisse, ma di stati psicologici / comportamentali.

Prosegue Cipolla: in ogni singolo gruppo umano possiamo trovare la medesima, identica percentuale X di stupidi. Dai contadini agli ingegneri aerospaziali. C'è sempre la stessa, medesima probabilità di avere a che fare con uno stupido -- ovvero con una persona che agisce stupidamente.

Tutti, a volte, siamo tentati o portati ad agire stupidamente.

La differenza fra uno "stupido" ed un "non stupido" è più legata al quantitativo di mosse stupide (= che recano svantaggio a sé e al contempo anche ad altri) che compie, piuttosto che a una sentenza perentoria su di lui.

Uno stupido (o uno che, in un dato momento, si comporta da tale) agisce deliberatamente ma non sensatamente. Stupidamente, senza ragione, egli manda a monte i nostri piani, ci rovina la giornata (al meglio), l'umore, ci colpisce e ferisce, ci espone alla sensazione di essere inadeguati. Al contempo ponendo se stesso in una brutta posizione (la cosiddetta arma a doppio taglio).

(Diverso è il bandito, che dal compiere il "male" ne trae un qualche vantaggio personale).

Siamo tutti saltuariamente stupidi -- e la capacità di switchare fra essere stupidi e non esserlo, è proprio ciò che conta.

Se non fossimo in grado di agire stupidamente, probabilmente non potremmo mai essere definibili "intelligenti" -- perché il discrimine fra intelligenza e stupidità è visibile proprio dall'alternanza contrastante dei due stati mentali. Questa la conclusione del piccolo saggio di Cipolla -- una piccola, ma geniale teoria divenuta virale sul web già da un po' di anni.

lunedì 27 aprile 2026

"Ossessionata dall'aspetto esteriore? Che rivoluzione..."


La pubblicità della Dyson ("per la tua bellezza interiore", sarcasticamente -- no, in effetti: a chi importa della bellezza interiore?) mi riporta al desiderio di sacrificare l'aspetto più profondo per uno più funzionale.

In altre parole essere belli è la cosa che principalmente conta per me. Al momento mi sono allineata a questo stato d'animo. Il fiume va in quella direzione e io vado col fiume. Non sto facendo un discorso da aut-aut. Si può essere belli e buoni (καλὸς καὶ ἀγαθός), ma prima belli. Prima.

Questo mi conduce in linea diretta a una doccia a giorni alterni, l'ossessione per i profumi e le essenze, la paura di uscire di casa se non sono perfettamente in ordine e perfettamente truccata -- uso due specchi da armadio sovrapposti per studiarmi da tutte le angolature -- e persino -- eresia -- il preferire dei squallidi involtini primavera surgelati semi-arrostiti con un filo d'olio in padella a un piatto di carbonara.

Che parliamo di cibo: ti dà gioia 10 secondi, il tempo di far reagire le tue papille gustative. Poi finisce. Per modo di dire perché ti va sui fianchi e sul sedere.

Preferisco di gran lunga l'alcool, se devo "sgarare". Quello almeno un po' dura.

Basta così.

martedì 14 aprile 2026

Rabbia e dolore


La rabbia è un rifugio - dietro la rabbia c'è dolore, in genere, così come dietro la malattia (di qualsiasi tipo) c'è la ferita dell'assenza d'amore. Se - scrisse Galimberti - potessimo fare un referto medico, sulle patologie psicologiche o somatiche di chiunque, un referto medico che veramente esprimesse i sentimenti del malato e il motivo reale per cui si è ammalato, ci sarebbe scritto in sostanza: "Fategli capire che deve amarmi, che deve preoccuparsi per me, che deve prestarmi la stessa cura e lo stesso rispetto che io gli impresto". Quale che sia la malattia - dai disturbi alimentari al cancro maligno.
Dunque malattia come richiesta implicita di amore, rabbia come espressione "deviata" di sofferenza. Ricordiamocelo quando giudichiamo con biasimo una persona che in profondità non è tanto malata o cattiva, quanto semplicemente sofferente.

La natura dell'odio


Contrariamente a quanto ci insegnano, l'odio non è un sentimento "umano" necessariamente; non affonda le radici nella natura umana, geneticamente, sebbene sia più antico dell'amore. Non è necessario né inevitabile odiare: l'odio è un sentimento che deriva da una struttura caratteriale narcisistica e ha come sua base l'invidia - così come l'ignoranza fa da pietra d'angolo alla paura e conseguentemente alla violenza.

Vero è che, se tu mi odii, sebbene io non ti odii di conseguenza (poiché non ne sento la necessità), non ti amerò di certo. Gesù, Giuseppe e Maria possono attaccarsi. Di fronte all'odio è civile, rispettoso di sé, sintomo di amor proprio, di sanità mentale prendere le distanze.

Una mente che sia limitata è più predisposta all'odio di una equilibrata e intelligente.

Una persona davvero intelligente non può essere cattiva, e cioè covare odio, perché l'odio è il presupposto di una mente povera di materia grigia.

Le passioni "sataniche", istillate dall'ego e contrapposte all'amore, sono circa queste qui: 
  • Odio. Come già detto, è invidia di base, e dirò di più - odio e invidia sono praticamente la stessa cosa. In filosofia si parla di "invidia esistenziale" quando essa non si rifà ai possedimenti dell'altro o alle sue qualità, ma alla sua mera esistenza. (E' il caso dei fratelli maggiori che odiano i minori, narcisisticamente, perché li hanno privati del posto privilegiato di "figli unici" davanti ai genitori).
  • Rancore. Il rancore è prova di una mente retoricamente "ottusa" in quanto incapace di concepire altri punti di vista e altri vissuti dal proprio. Si cova rancore perché ci si sente "assolutamente vittime"; sentirsi "assolutamente vittime" significa non capire la propria parte di colpa che esiste in tutte - ma proprio tutte - le dinamiche conflittuali umane.
  • Dinamiche di potere come la svalutazione. Quando ci si sente insicuri, e quando si percepisce la vita come una lotta costante, in altre parole - quando si è competitivi, è un continuo "mors tua, vita mea". Le persone più deboli hanno bisogno di affondare il prossimo per sentirsi meno insicure e difettose.
  • Sadismo. Questo è proprio dei caratteri antisociali. Il sadismo subentra in una mentalità quando chi ne soffre è stato a propria volta trattato in modo sadico da bambino. Il "modello sadico" viene interiorizzato e riprodotto sugli altri percepiti come "più deboli" sotto forma di tortura o maltrattamenti di diverso tipo. Qui si tenta di risolvere il conflitto traumatico irrisolto del essersi sentiti impotenti di fronte al sadismo dei genitori riproducendolo come in un "gioco di ruolo" in cui si è, questa volta, oppressori e non oppressi.
Amore e speranza tentano di porre un argine a tutti questi mali, ma per il principio dell'entropia valuto più verosimile che la Specie, di autofagia in autofagia, giungerà all'estinzione per mezzo di essi. 

Omnia vincit amor? 

Il potere dell'amore non vince sul potere dell'odio dato dall'ego (con tutta la sua carrellata di derivati che ho appena elencato), perché questo è più forte, più pervasivo, più "semplice" (il cervello umano semplifica, non si complica la vita in riflessioni e comprensioni che porrebbero potenzialmente un freno alla violenza), e di conseguenza più affine alla natura dell'uomo. O di molti uomini, per lo meno.

lunedì 13 aprile 2026

La speranza e il mito di Pandora


La verità che l'ultimo, fatale filo che ci tiene in vita sia la speranza, deriva dal mito di Pandora: 
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Zeus decise di vendicarsi. Ordinò a Efesto di plasmare dal fango la prima donna mortale: Pandora. Gli altri dei la adornarono con doni irresistibili (bellezza, grazia, astuzia), ma Zeus le consegnò un oggetto fatidico: un vaso (spesso tradotto erroneamente come scrigno) che le fu ordinato di non aprire mai.
Pandora fu inviata sulla Terra come sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante Prometeo avesse avvertito il fratello di non accettare doni dagli dei, Epimeteo, affascinato dalla bellezza di Pandora, la accolse con sé. Tuttavia, la curiosità instillata in lei dagli dei divenne col tempo insopportabile.
Vinta dal desiderio di scoprirne il contenuto, Pandora sollevò il coperchio. In quel momento, tutti i mali del mondo - malattie, vecchiaia, fatica, pazzia e dolore - uscirono fuori, diffondendosi rapidamente tra l'umanità che fino ad allora era vissuta in una sorta di età dell'oro.
Spaventata, Pandora richiuse il vaso il più velocemente possibile, ma era troppo tardi: quasi tutto era fuggito. Sul fondo del contenitore rimase solo un'ultima cosa: Elpis (la Speranza).

(Gemini) 

Di fronte alle situazioni più complesse e variegate, ove lo sconforto sembra essere predominante, l'ultimo legame, il legame vitale della speranza, ci mantiene in animo di continuare a vivere nel mondo.
E' significativo, però - secondo me -, che la Speranza, nel mito, si annoveri fra i mali dell'umanità, di pari passo con la malattia e con il dolore.

Fu Oscar Wilde ad identificarne il potere salvifico e, proprio perché salvifico, tossico: il poeta irlandese scrisse che "la speranza è un veleno" perché prolunga con l'inganno l'agonia della vita, la quale non deve essere inquadrata da una morale cattolica come necessariamente preferibile alla morte.

La morte, dopotutto, è il traguardo ultimo a cui tutti siamo destinati: che affrettare i tempi sia un male, è un insegnamento cristiano-cattolico che ammanta la cultura Occidentale, e come tutti i diktat fermi non è presumibilmente ragionevole.

L'eutanasia in questo senso sarebbe davvero una scelta politica che costituirebbe il "salto di qualità" da un mondo ammantato dalla morale cattolica - quello del passato - e il mondo nuovo ove vige la sensatezza - sebbene non sempre, anzi, probabilmente di rado, la felicità.

Prima del Nichilismo la fede in Dio era utile a dare un "perché" alla vita del singolo. Ma in assenza della fede in Dio, l'uomo si trova di fronte al bivio fondamentale (a lungo andare): una vita che è prevalentemente sofferenza e fastidio (mi rifaccio a Benatar, "Meglio non essere mai nati"), o una morte che è un eterno, serafico commiato da tutte le pene che derivano dalla carne.

In realtà la speranza, così come l'amore, citando Schopenhauer, sono inganni della Specie, che per prolungare se stessa (istinto di conservazione della Specie) ci propone un'illusione "salvifica" che prolunga la nostra sopravvivenza biologica sul pianeta - nonostante siamo comunque destinati a morire; e quando lo decide la Specie - cioè in vecchiaia, quando non siamo più in grado di riprodurci e quindi di esserle utili. (Salvo, certo, intromissioni date da malattie o incidenti, che affrettano i tempi).

Sono certa che sia davvero difficile immaginarsi un Sisifo felice - come in Camus; che il "suicidio razionale (o logico)" sia la scelta più dignitosa, oltre che intelligente (perché meno autolesiva), in molti casi. 

La politica in Occidente dovrebbe emanciparsi, perciò, dalla morale cristiana e consentire indiscriminatamente a chi soffre di patologie fisiche, ma anche mentali, considerate croniche o inguaribili, di liberarsi della vita e di farlo senza dolore e senza incorrere nello stigma dell'infrazione della cosiddetta morale comune.

domenica 12 aprile 2026

Cuore o cervello?


C'è un proverbio che recita: "il cuore ha sempre ragione"; eppure se vivessimo in balìa dei nostri sentimenti saremmo né più né meno che individui classificabili come "stupidi". Perciò si rettifica che, seguendo il proprio cuore, è necessario portare con sé anche il proprio cervello. La verità non risiede in una visione univoca - sentimento o razionalità - ma come sempre nel mezzo, in una sintesi appropriata dei due punti di vista.

Se affrontassi la vita senza sentire nessuna emozione, possibilmente taglierei tutti i traguardi (senza alcun ostacolo dato da rimorso o paura) - ma verrei classificato da un medico, da uno psichiatra, come affetto da un disturbo di personalità. 

Non si tratta, in termini prettamente scientifici, di "cuore o mente", ovviamente. Quello che noi chiamiamo per convenzione "cuore" è in realtà legato a diverse zone del cervello, fra cui l'amigdala, una struttura coinvolta nell'elaborazione delle emozioni, e la corteccia prefrontale, legata alla loro regolazione e al loro controllo. Le persone con tratti antisociali possono presentare un'amigdala e una corteccia prefrontale dal funzionamento anomalo - il che le rende "psicotiche", soggette ad attacchi d'ira a volte devastanti, con assenza di rimorso, vergogna e capacità di interpretare le emozioni altrui. Sono spesso sadiche poiché, nel tentativo di "sentire" quel che non possono sentire (emozioni, entusiasmo, sentimenti), sono costrette, e spesso scelgono di, ricavare un surrogato di tutto ciò, in forma di "eccitazione fallica/sessuale", nella distruzione e nella violenza. (E' il caso dei Narcisisti patologici o maligni.)

Generalizzando, l'amigdala adibita alle emozioni risulta tendenzialmente più attivata nelle persone di sesso femminile. Tendenzialmente le donne sono più emotive, più ansiose, perché, sempre parlando in termini generali, soffrono di un sovraccarico di stimoli a carico dell'amigdala. 

Non è una divisione netta fra generi. Si parla di "femmineo" interiore anche per gli uomini. Ciascun uomo e ciascuna donna è una polarità di "mascolino" e "femmineo", il primo traducibile in un utilizzo mirato dell'emisfero sinistro del cervello, deputato alla logica, alla razionalità, al cinismo, all'indagine scientifica; il secondo nell'utilizzo dell'emisfero destro, correlato alla creatività, all'emotività, all'empatia e alla sensibilità. Come questi due modi di interagire con il mondo si combinino, in quale percentuale, nel carattere di una persona è dato dalla genetica e dalle esperienze di vita.

Non c'è, ripeto, una divisione netta e assoluta; abbiamo donne estremamente pragmatiche e ciniche e uomini sentimentali (faccio l'esempio dei poeti uomini).

Soprattutto, l'avere un carattere "prevalentemente" femmineo non definisce un uomo come "non pienamente" uomo, e l'avere un carattere "prevalentemente" mascolino non fa di una donna una "non-donna". L'unica cosa che ci distingue come generi, in realtà, sono gli organi genitali - secondo me. Nulla che abbia a che fare con il carattere o la mentalità può fare di un uomo un uomo e di una donna una donna.

Siamo, però, soggetti alla matassa di insegnamenti e dottrine culturali che ci hanno inculcato sin da bambini:
"Un vero uomo non deve chiedere mai"
"Un vero uomo non deve piangere mai"
"Una vera donna è elegante e sorridente"
"La femminilità è grazia".

Tutti questi dogmi, interiorizzati come massime da "imperativo categorico" nella nostra cultura, penetrano, in qualche modo, nel nostro tessuto genetico e ci plasmano con certe convinzioni - assurdamente - persino prima che veniamo al mondo; per esempio, il feto risente dei pensieri della madre, e i pensieri della madre si formano a partire dalle sue proprie convinzioni e dagli insegnamenti o diktat che ha ricevuto dai genitori, i quali fanno parte del contesto più amplio della cultura nella quale lei e i suoi genitori vivono.

"Parità di genere" non vuol dire solo "pari diritti" ma anche "egual trattamento", "mistura di differenze", e il femminismo che promuove il dogma in questione non è "per le donne", ma "per tutti".

Non è facile credere che un uomo possa essere contento del suo stato sociale d'uomo; il web, infatti, è zeppo di uomini che se ne lamentano; di dover mantenere economicamente la propria partner od ex-partner; di dover corrispondere a certi standard di prestanza fisica e caratteriale; di dover soddisfare certi requisiti materiali per dare sacrosanto sfogo al loro bisogno di fare dell'attività sessuale, di essere amati o di avere una partner fissa.
Le donne, dal canto loro, se non corrispondono ai loro, di standard, (di bellezza, di grazia, di charme, ecc.), si trovano sempre in una condizione di grave svantaggio e stigma.
In questo caso si parla del "potere della bellezza". Che se viene meno, per una donna, è peggio di qualsiasi menomazione - a livello di come si viene socialmente considerate, in particolar modo dagli uomini.

Forse, anziché continuare a subire questi dislivelli da vertigine, dovremmo imporci come obiettivo una società davvero giusta, inclusiva, ove non esistano diktat per gli uomini né per le donne, ma solo un'accoglienza e un'integrazione spassionata delle diverse sfumature che connotano ciascun essere umano - uomo o donna che sia.

sabato 11 aprile 2026

Lo sguardo della Guerra


Questo è il caporale ventisettenne Antonio Metruccio. Della 3ª Compagnia Aquile, 66º Reggimento Aeromobile “Trieste” dell’Italia, Antonio è stato fotografato pochi istanti dopo essere sopravvissuto a un brutale scontro a fuoco ininterrotto durato 72 ore a Bala Murghab, in Afghanistan.

Nessun sorriso. Nessuna posa. Solo la sua espressione cruda e senza filtri — lo Sguardo delle Mille Yard.

Quegli occhi azzurro ghiaccio non stanno solo guardando avanti… Stanno guardando indietro — in valli piene di fumo, terra intrisa di sangue, fratelli d’armi perduti e colpi di arma da fuoco che riecheggiano per tre giorni consecutivi.

Bala Murghab — un territorio pericoloso e senza legge vicino al confine con il Turkmenistan — è tristemente noto per le imboscate dei talebani, il traffico illegale e la guerriglia incessante. I soldati schierati qui spesso affrontano gli inferni più profondi della guerra moderna.

Lo “Sguardo delle Mille Yard” non è solo uno sguardo vuoto. È un urlo silenzioso dell’anima, un’onda d’urto dopo aver visto cose che la maggior parte delle persone non potrebbe nemmeno immaginare.

È lo sguardo di un uomo che ha guardato la morte negli occhi… ed è tornato vivo.

Non dimentichiamolo mai: Dietro ogni uniforme c’è un cuore che sanguina. Dietro ogni sguardo c’è una storia che lascia cicatrici. Dietro ogni soldato… c’è un essere umano.

La foto è ormai iconica — condivisa in tutto il mondo per mostrare cosa fa davvero la guerra a una persona.

martedì 7 aprile 2026

La coazione a ripetere


Una volta scarcerati, molti carcerati tornano a commettere crimini nella speranza di farsi rimettere in cella. Il “conosciuto”, per quanto turpe e negativo, è tendenzialmente più rassicurante e quindi preferibile al nuovo.

Noi esseri umani siamo portati, in determinati casi, a tornare nelle condizioni che in principio ci hanno causato “traumi” o hanno rotto l’equilibrio prestabilito. Ci si incastra in riproduzioni continue del trauma originario, nell’illusione di riuscire, tentando e ritentando, a venirne fuori da soli.

Il concetto di “coazione a ripetere”, introdotto ufficialmente da Freud in Al di là del principio del piacere (1920), riguarda la ripetizione coatta di comportamenti o azioni che riproducono un trauma specifico, nell’illusione che prima o poi, in un certo modo, si riuscirà ad operare un’opera di riscrittura del passato ottenendo nelle medesime circostanze (continuamente riprodotte) ciò che costituisce, nella mente del malato, una “risoluzione” del problema – o trauma, o frattura – con le sole proprie forze. Questa scoperta resta ancora oggi uno strumento utile per leggere alcuni comportamenti umani che, a prima vista, sembrano irrazionali o autodistruttivi.

Non tutte le persone che hanno vissuto un trauma tendono a riprodurlo. E, soprattutto, non esiste un unico modo “tipico” di reagire al dolore. L’idea, ad esempio, che una donna sopravvissuta a uno stupro diventi necessariamente promiscua è una generalizzazione - le risposte al trauma sono molteplici, complesse e individuali. Alcune persone possono evitare qualsiasi situazione che ricordi l’evento, altre possono sviluppare comportamenti di controllo, altre ancora possono effettivamente entrare in dinamiche ripetitive.

Ciò che la teoria della coazione a ripetere cerca di mettere in luce non è un destino inevitabile, ma una possibile dinamica psichica: il tentativo, spesso inconsapevole, di tornare su ciò che ha ferito nella speranza di modificarne l’esito. È come se la mente dicesse: “Questa volta andrà diversamente”. Ma senza strumenti adeguati, senza consapevolezza e senza supporto, il rischio è quello di rimanere intrappolati nello stesso schema.

Interrompere questo circolo non è semplice. Richiede tempo, spesso richiede aiuto, e quasi sempre implica l’attraversamento di territori sconosciuti e scomodi. Il “nuovo” fa paura proprio perché non offre le stesse coordinate del “noto”, anche quando quest’ultimo è doloroso. Eppure è proprio in quello spazio incerto che può nascere qualcosa di diverso: una possibilità di scelta, una distanza dal passato, una forma di libertà.

La guarigione, in questo senso, non è una cancellazione del trauma, ma una trasformazione del rapporto che abbiamo con esso. Non si tratta di “riscrivere” il passato, ma di smettere di esserne prigionieri. Più che di rompere semplicemente un circolo vizioso, si tratterebbe di costruire, passo dopo passo, un’alternativa possibile.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".