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domenica 10 maggio 2026

Una scrittrice che ricordo con affetto


Quando frequentavo le elementari avevo il mio libro di antologia -- chiamato, lo ricordo bene, "Rosso Fragola" -- e prima che iniziasse l'anno scolastico lo sfogliavo da cima a fondo, leggendo tutti i racconti che poi sarebbero stati oggetto di lettura in classe. (Nella lettura, così come nei temi, così come un-po'-in-tutte-le-materie alle elementari andavo molto meglio dei miei compagni di classe, e senza nessuno sforzo; le cose si complicarono alle superiori, quando non bastava l'intelligenza ma bisognava unire all'intelligenza l'impegno e la disciplina). Andavo a caccia di brani interessanti per leggerne i libri, ed uno di questi portava la firma di Banana Yoshimoto (in foto).

Un estratto da "Chie-chan e io" mi fece scivolare nel suo mondo. Assieme a quest'ultimo, lessi altri suoi libri, fra cui "Kitchen" e "L'abito di piume". Mi accompagnò dall'infanzia alla prima adolescenza (15-16 anni), e posso dire che grazie a lei vissi per la prima volta il sentimento inesplicabile dell'amore per la scrittura.

La Yoshimoto scrive in modo molto semplice, e narra delle piccole gioie della vita quotidiana (che potremmo assimilare al concetto di "ikigai", il quale non è soltanto "lo scopo di vita", ma più precisamente "il piacere delle piccole cose che danno senso alla vita") con una delicatezza e un'armonia perfetta, molto "giapponese" -- è così che chi non conosce l'anima spirituale del Giappone, se vuole farlo, dovrebbe, secondo me, dedicarsi alla lettura dei suoi libri. 

Penso che sia questo che cercano i lettori quando leggono un autore straniero -- entrare nell'"anima" di un'altra cultura. Banana "teletrasporta" il lettore nel lato più dolce e gentile della società e della vita giapponese.

E' una scrittrice che, a quanto leggo, in Giappone viene un po' screditata. Considerata alla stregua di un Fabio Volo in Italia, per intenderci. Non sono d'accordo per nulla. Per quanto mi riguarda è raro trovare qualcuno che con una tale limpidezza, come Banana, riesca a descrivere la "vita quotidiana" nella sua piccolezza, semplicità -- e preziosità.

martedì 28 aprile 2026

La stupidità umana secondo Carlo Maria Cipolla

Carlo Maria Cipolla

Stamattina ho dato una rinfrescata mnemonica a Le leggi fondamentali della stupidità umana di C. M. Cipolla -- un "must have" in libreria -- rileggendolo. Perché si consuma in un quarto d'ora o meno. 

Mi è venuta voglia di parlarne.

Nel saggio, le leggi di Cipolla sulla stupidità umana (quattro) spiegano una teoria originale sulla stupidità come condizione esistenziale, più che neurologica o genetica.

Riassumendo, Cipolla identifica quattro tipi di "personalità" ovvero di (circa) "stati mentali", che espone in un grafico.
Questi sono:
  • Lo stupido. Lo stupido reca svantaggio a sé ed anche al prossimo.
  • Il criminale/bandito. Il criminale o bandito arreca vantaggio a e svantaggio al prossimo.
  • Lo sprovveduto. Lo sprovveduto avvantaggia il prossimo e reca danno a se stesso.
  • L'Intelligente. Procura vantaggio a sé ed anche al prossimo.

Ogni essere umano può comportarsi in date circostanze come ciascuna delle personalità in oggetto. Non si tratta di categorie fisse, ma di stati psicologici / comportamentali.

Prosegue Cipolla: in ogni singolo gruppo umano possiamo trovare la medesima, identica percentuale X di stupidi. Dai contadini agli ingegneri aerospaziali. C'è sempre la stessa, medesima probabilità di avere a che fare con uno stupido -- ovvero con una persona che agisce stupidamente.

Tutti, a volte, siamo tentati o portati ad agire stupidamente.

La differenza fra uno "stupido" ed un "non stupido" è più legata al quantitativo di mosse stupide (= che recano svantaggio a sé e al contempo anche ad altri) che compie, piuttosto che a una sentenza perentoria su di lui.

Uno stupido (o uno che, in un dato momento, si comporta da tale) agisce deliberatamente ma non sensatamente. Stupidamente, senza ragione, egli manda a monte i nostri piani, ci rovina la giornata (al meglio), l'umore, ci colpisce e ferisce, ci espone alla sensazione di essere inadeguati. Al contempo ponendo se stesso in una brutta posizione (la cosiddetta arma a doppio taglio).

(Diverso è il bandito, che dal compiere il "male" ne trae un qualche vantaggio personale).

Siamo tutti saltuariamente stupidi -- e la capacità di switchare fra essere stupidi e non esserlo, è proprio ciò che conta.

Se non fossimo in grado di agire stupidamente, probabilmente non potremmo mai essere definibili "intelligenti" -- perché il discrimine fra intelligenza e stupidità è visibile proprio dall'alternanza contrastante dei due stati mentali. Questa la conclusione del piccolo saggio di Cipolla -- una piccola, ma geniale teoria divenuta virale sul web già da un po' di anni.

martedì 20 gennaio 2026

Il sottile filo rosso che unisce dittatura a patriarcato (note da "Anatomia della distruttività umana")

"Le primitive società di clan, e probabilmente quella dei cacciatori preistorici a partire da circa cinquemila anni fa, erano fondamentalmente diverse dalla società civile, proprio perché le relazioni umane non erano governate dai principi di controllo e potere, e il loro funzionamento dipendeva dal reciproco aiuto. Chiunque fosse dominato dalla passione di controllare il prossimo sarebbe diventato socialmente un fallito, perdendo ogni prestigio [...]
Il periodo storico successivo, quello dello sviluppo urbano, sembra aver introdotto non solo nuovi tipi di civiltà, ma anche quelle passioni che sono generalmente considerate attributi naturali dell'uomo [...]
Dall'antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più "democratica", cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a "straripare" per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva soltanto di migliorare la vita, ma anche di espandere il potere collettivo."

Venere di Willendorf, o "Grande madre"

Cinquemila anni prima della nascita di Cristo, il mondo venerava divinità femminili - Dio veniva connesso direttamente all'idea di fertlità, gravidanza, generazione, creazione "naturali", così la Grande Dea creatrice dell'universo aveva fianchi larghi e addome prominente perché in grado di portare in grembo la vita.
Con l'urbanizzazione successiva presero piede cambiamenti sociali e umani che portarono al mondo che abbiamo oggi - guidato, costruito o meglio distrutto e ricostruito dagli uomini.
Il passaggio da una divinità femminile ad una maschile (YHWH, e le divinità politeiste e monoteiste precedenti) venne descritto in uno dei documenti più antichi della letteratura, ovvero l'inno babilonese della creazione, Enuma Elish. Il mito descrive la ribellione vittoriosa degli dei maschili contro Tiamat, la "Grande Madre" che governava l'universo. 
Tiamat viene massacrata, dopo una lotta durissima, da Marduk, come si esplicita nei seguenti versi:

"E poi misero un indumento nel mezzo;
A Marduk, loro primogenito, dissero:
"In verità, o signore, il tuo destino è supremo fra gli dei,
Comanda di distruggere e di creare, (e) così sarà!
Che l'indumento sia distrutto cpon la parola della tua bocca;
Comanda di nuovo, e l'indumento si riformerà!"
Comandò con la sua bocca, e l'indumento fu distrutto,
Comandò di nuovo, e l'indumento si riformò.
Quando gli dei, i padri suoi, osservarono l'efficacia della sua parola
Si rallegrarono (e) resero omaggio, (dicendo):
"Marduk è re!"."

Fino alle società neolitiche, che vivevano di caccia e di raccolta, sentimenti come l'avidità, l'invidia, l'odio, la sopraffazione, il comando, il controllo, erano concetti inconcepibili e quando sorgevano venivano stroncati sul nascere e severamente puniti dalla collettività. Queste società arcaiche non conoscevano la politica, il dominio, la sopraffazione, la guerra; le loro società erano fondate su un comunismo che metteva a beneficio di tutti ogni proprietà sulla terra percorsa. Se qualcuno poteva rivendicare il possesso di un pezzo di terra o di un albero per evitare che i beni venissero distribuiti in modo iniquo - e il baratto avveniva tramite il gioco -, non c'era nessun capo. Le società matriarcali si organizzavano su concetti quali altruismo, aiuto reciproco, filoxenia (= simpatia per lo straniero), amore, pace. (Eravamo i bonobo della civiltà umana)

Successivamente dall'invenzione della ruota e dell'aratro, i nostri antenati compresero che potevano ottenere ciò che prima ottenevano attraverso duro lavoro (molte risorse e molta fatica venivano impiegati nella lavorazione della terra) sfruttando la forza lavoro degli animali da soma come i buoi; da lì germogliò il seme satanico della persuasione del "potere": così come l'uomo (maschio) poteva dominare il mondo animale, assoggettare le specie inferiori, poteva anche ridurre suoi simili che per ragioni disparate mancavano o avevano perduto prestigio sociale alla schiavitù, permettendo ad una elite agiata (re e imperatori) di dominare e vivere lussuosamente con una grande fetta del ricavato del lavoro di migliaia di schiavi. 

L'urbanizzazione, con a capo gli uomini e le divinità maschili, portò ad una società in cui, a partire dall'esaltazione del potere, si scoperchiò il vaso di Pandora di tutti i mali dell'umanità. Sete di potere vuol dire ingiustizia, gerarchia, vite non egualitarie ma sorteggiate dalla fortuna, una larga differenza fra chi può tutto e chi non può nulla - e ovviamente la guerra, per ampliare i confini dei possedimenti dei re/imperatori, che si servivano della classe dei soldati per espandere la loro influenza e il loro dominio su più territori possibili.

Se da un lato la società "degli uomini" è caratterizzata dal progresso , dall'uso della scrittura (Dio creò il mondo con "la parola") alle scoperte in campo scientifico (il periodo di Marduk fu il più rapido della Storia quanto a scoperte fino ai tempi di Galileo), conteneva in sé tutto ciò che avrebbe portato, dopo un'enorme espansione del potere umano, ad un ritiro intrinseco della qualità del vivere, fino ai giorni nostri. 

Assistiamo ad una drammatica implosione dell'umanità di nuovo dominata dal mito della guerra, del possesso, conseguenza di più di un secolo di assenza di Dio - che nel Nuovo Testamento si fa più pacifico perché tenta di operare una sintesi fra il Dio del Vecchio Testamento e le divinità femminili delle società matriarcali neolitiche antecedenti - e dalla disumanizzante tecnologia avanzata.

La razionalità, che è un attributo tendenzialmente più maschile che femminile, prevale sull'emotività e sul sentimento, entrambe qualità femminili. Descrizioni accurate delle guerre indette dagli Egizi contro i popoli vicini sottolineano l'insorgere di una passione umana sconosciuta alle società matriarcali, ovvero il sadismo. Descrizioni dettagliate di torture e di mutilazioni celebrano il "potere" dell'uomo che poiché distrugge può comandare su ciò che è ridotto in polvere.

Le società patriarcali sono necrofile. Amano la morte, la distruzione, la guerra, e rendere inerte la vita - perché attraverso l'omicidio (o il dolore indotto), possono saziare la propria sete di potere. Combinato a Narcisismo e Simbiosi materna, Fromm definisce il sadismo come una componente della "Triade oscura" di personalità che caratterizzava soggetti come Adolf Hitler, i regimi dittatoriali e totalitari, e definì i più gravi massacri, stermini e genocidi della storia. 

lunedì 29 dicembre 2025

Correre il rischio di essere felici in una società liquida


Ecco cosa succede quando passiamo tanto tempo insieme a una persona: le vogliamo bene. Anche se questa frase si presta a facili ironie da parte dei misantropi o asociali, o dei cinici, è una verità dura come la roccia che forse non tutti sono capaci di accogliere, perché nell'era dell'amore liquido (e della società liquida) non si ha più cura di nulla, men che meno dell'amore. 
Una citazione di Alessandro D'Avenia paragonava la "cultura" all'"aver cura":

“La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisirà più cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell'umano e occuparsene perché tutto dia frutto a tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

Forse D'Avenia parla di cose che non capisce?
Forse parla dell'amore nel suo termine più puro - aver pazienza, aver impegno, aver coraggio, per farsi addomesticare, per cedere al legame, cedere le resistenze, abbandonare la paura, di essere visti e di poter soffrire una volta che ci si è legati all'altro.
Non è un caso che "legame" nella nostra lingua voglia dire sia "relazione" che "nodo". Che si accosti l'anello al dito all'anello (con catena) alla caviglia. Ma è restando imprigionati dall'altro, senza tuttavia essere prigionieri, sapendo di restare "di tutto il mondo", sempre trovando casa in un'unica persona, che facciamo esperienza dell'amore e che possiamo sperare di salvarci dal dolore del mondo, dall'odio del mondo, dalla solitudine che proviamo.
Lasciamoci mettere sotto chiave, con le chiavi per uscirne in mano. Scopriremo forse di non averne mai bisogno.