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giovedì 13 agosto 2026

A crack in a castle of glass


"E comunque, se mi succede qualcosa, sono contenta per voi. Anche per me"
E' la seconda volta che glielo dico e la seconda volta che sminuisce. Quel che arriva arriva e me lo prendo eccome - a parte qualche significativa eccezione (cit.)
Oggi pomeriggio è di turno il medico di base, gli chiederò l'impegnativa per medicina generale e domani (od oggi stesso) farò i normali controlli. Quel che sarà sarà

mercoledì 12 agosto 2026

Sonno profondo


Fu il giorno dell'eclissi di sole, scampata a una morte violenta e improvvisa, che presi atto che, nonostante le sostanze di cui riempivo il mio corpo, avevo a malapena la forza di reggermi in piedi. Così alle nove del mattino, iniziata la mia inutile ennesima giornata sul pianeta Terra, passai due o tre ore a guardare -- non a leggere -- delle pagine web. Montai la moka. Strofinai i piatti e misi su la lavatrice. Pulii i lavelli. Assente. Bevvi il caffé assente. La musica che tintinnava nelle orecchie, cavalcare incalzante di suoni forti come spari di gloria, amore, gioia, vita, rabbia, sangue che circola in ogni corda pizzicata dalle dita del musicista. Sentii i suoni attraverso uno strato di ovatta. Assente a me stessa. Non presente al mondo. 
La musica continuò a tintinnare nelle mie orecchie tutto il giorno o quasi. Mi inseguì sotto un velo d'un lenzuolo sottile, agitato dal ventilatore. La mia grossa testa, la mia alta fronte, riposa sul cuscino. Troppo pesante per reggere altri pensieri. E' l'organo che contiene che è in un burnout finale e si rifiuta di lavorare ancora. 
A volte mi alzavo. Sentivo come se avessi dieci quintali di ferro appesi alle caviglie e ai polsi, ma provavo a fare qualcos'altro in casa. Strofina i fornelli. Devo aver passato un'ora e mezza a strofinare i fornelli. Erano le due e in un batter d'occhio erano le tre e venti. Davanti ai fornelli. La spugna che avanza, la spugna che torna indietro. E così via. Una lentezza esasperante. La lentezza non è importante. I fornelli non sono stati ben puliti.
Di nuovo fra il lenzuolo e il cuscino, mentre il sole scende verso il basso delle montagne lungo il filo pendente del giorno.
Ho mangiato due bastoncini di pesce a cena e sono tornata al pc.
Il sole è in eclisse quasi totale. Un'eclisse quasi totale del sole. E forse -- dicendo una banalità -- anche un po' di cuore.

Battere sulla tastiera è davvero faticoso

martedì 11 agosto 2026

Troppa grazia

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio, che significa originariamente “sofferenza”.
In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre.
La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore.
Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti, è il sentimento supremo. 
-Milan Kundera-

You wide eyed girls / you get it right / fall back into place. Una donna mi fece sentire questa canzone in cuffia più di otto anni fa. Non ero gaia, ma mi ero platonicamente innamorata della sua sfrontata generosità -- o forse per mezzo dell'amore-odio volevo neutralizzarla. Chi lo sa. Le cose nuove fanno sempre paura, e anche la compassione di un verso. Così reagii senza pietà, anche quella volta, vanificando ogni lettera. Who will dry your eyes when it falls apart? Somewhere in these eyes, I'm on your side. Vanificando ogni suono.
Non è forse un caso che anche R. mi abbia dedicato questa canzone prima che ci mettessimo insieme. Con lui accettai, a malincuore, perché capivo che le persone sensibili di questo triste mondo malato hanno uno sguardo unico, tutto loro; che mi vedono sotto un'altra luce delle persone superficiali -- e non potevo rifiutarmi ancora. "Space song" è stata un dono prezioso da una persona "buona". E poi è stata anche il simulacro di un amore che si innesta (e si svolge) da e nella compassione. Ancora oggi faccio fatica ad ascoltare questa canzone. Troppo doloroso prendere atto di quanto fossi, e forse sarò, sola.

cerco sempre di ricordarmi di noi
 

lunedì 10 agosto 2026

Storie

At the end of the race, we'll all become stories.


Negli ultimi giorni, che sia crisi dei trent'anni o la depressione clinica o un certo oscuro presagio, mi domando sul "dopo" -- mi intristisce per non dir di peggio l'assenza di memorie buone che lascerei nella mente di chi mi ha conosciuta. Sarà che ieri ho rischiato di nuovo di andarmene, non di mia scelta. E' quando non è una tua scelta che ti fermi e provi paura. Perché in genere è così che si finisce. Allora, avvicinandomi all'idea reale della morte, ho pensato a quanto inutile sia stata la mia cosiddetta vita. E contrariamente al solito, che la cosa mi sembrava tremendamente insignificante, che venissi o meno ricordata male o bene -- "chiudendo gli occhi non si vede nulla" -- adesso con dolore rimpiango una vita decente, rimpiango quanto di buono non ho saputo fare, quanto di brutto ho regalato gli altri. Ho sentito tutto il peso dell'odio, dell'indifferenza, del disprezzo che mi circonda ogni giorno. Finalmente li ho considerati un fatto reale, serio. Che razza di vita è quella di chi ride in faccia alla morte stessa? Una vita inutile vissuta "tanto per viverla", senza nessun impegno. Nel mio necrofilo ponderare più il soma che l'anima ho negato la sacralità della vita. Il paradiso non mi farà entrare. Lo dico con cinico realismo.

sabato 8 agosto 2026

Chi vuol esser lieto sia (che vita)

Mia madre mi ha informata che in settembre dovrò tornare nell'isola natìa. Si tratta di un controllo dalla commissione per arrotondare lo stato di cosiddetta invalidità. Stanotte ho seguito un capitolo di informatica, facendo finta di non pensarci. Molte persone si fanno in quattro per strappare soldi allo Stato, anche "fingendosi" in difficoltà. Il mio amore mi ha detto a mo' di consolazione di ricordarmi dei falsi invalidi. Io non sto fingendo. Ho schiere infinite di cartelle cliniche a dimostrarlo. Io sono malata davvero. Ma io non voglio essere malata. Tantomeno etichettata come tale. Io voglio essere "normale".

Non so che pene d'inferno farò passare (più ancora che "passerò") prima che mi venga data la cifra tonda. Soffrirò come una belva spinta a forza al mattatoio. Come la Capinera di Verga rinchiusa fra mille strilla e mille pianti in convento.

Mi sovvengono alla mente tanti di quei incidenti anche pericolosi per la mia incolumità in mano a pazzi scatenati, e stupri, e tentativi di suicidio e di omicidio (ai miei danni), e insulti, insulti sin dalla più tenera età, insulti a non finire come tarli nel cervello, e solitudine, isolamento, non un fiato d'anima in giro che mi porgesse la mano.

Non sono una che apprezza chi si piange addosso, e ovviamente non amo piangermi addosso neanch'io. Ho fatto carte false per inserirmi nel mercato del lavoro. Non ci sono riuscita. Non che fosse l'età non più freschissima a remarmi contro. Probabilmente era il mio cervello a rovescio.

Sarebbe pio e buono che nessuno me ne facesse una colpa -- almeno -- ed è così che riprendo a lacrimare patetica e mesta.

Mi sono resa conto di poter fare una sola cosa alla volta, quando esco. Così una cena in un Ramen bar-ristorante è stato il massimo che ho potuto tollerare. C'era un bel film horror da guardare dopo, ma ero così stanca ed indebolita che ho preferito tornare a casa. Il mio caro è stato comprensivo. Mi ha voluto bene nonostante gli avessi fatto bucare il biglietto ridotto -- se domani lo riacquisto io, arriviamo al biglietto intero. Stare con me -- ovviamente non per ciò, per ben altro -- è una grande fregatura sempre. Non mia colpa e credo nemmeno mia responsabilità. Faccio quello che posso limitata come sono da quaranta croci cristiche impilate l'una all'altra sulla schiena.

Quaranta croci? Quaranta chili?

Io che bevo la mia birra come Jessica 
sbocconcella "strano" la sua banana "chic".

Memore di quella volta che da bambina (così chiamo ora le sedicenni) avevo adorato il katsu don al giapponese, ho voluto ritentare con un sorriso di plastica -- quante calorie della minchiazza avrà oddio -- e devo dire che faceva discretamente schifo, insipido come poche cose al mondo (un gradino più saporito del konjac), e quelle 700 calorie (nonostante assenza di salse o condimenti, e 'a frittata d'ovo al posto dell'ovo fritto) valevano perciò proprio la pena d'essere ingurgitate. Per non pensarci ho bevuto. Benzina sul fuoco, l'alcool. Non già solo per le calorie aggiuntive, ma per aver tradito la mia arrancata d'astinenza totale.

Bevendo pensavo che se fosse andato in fiamme tutto il negozio con me dentro, sai che perdita per la società. (Che si salvassero solo R., il bangladino cameriere e i cuochi giapponesi). 

In televisione ora (tarda nottata) sfavilla la sigla italiana di Lady Oscar. Oh Lady Lady Lady Oscar. Quella che fa così, non so se ve la ricordate. 

Aprendo un attimo un paragrafo su un argomento che non rientra nei miei interessi, il rifacimento degli anime giapponesi (compreso Versailles no Bara), in chiave reboot o Live Action (One Piece...), è forse un modo per peggiorare (ulteriormente) l'impatto emotivo ad opera di suddetti prodotti. (Lady Oscar è l'unico anime che mi piaccia ancora). Ieri sentivo un criminologo più o meno quarantenne con il baffetto e l'aria da nerd dotto con dottorando che discorreva piacevolmente e cordialmente della psicologia dell'anime di Naruto, o meglio, del personaggio di Naruto Uzumaki, l'ho trovato così interessante che ho avuto il guizzo di tornare ai miei quattordici anni quando facevo maratone interminabili di episodi del suddetto cartone e grazie a ciò avevo imparato anche qualche termine o frase in lingua nipponica (li guardavo con i sottotitoli, la versione italiana era zeppa di censure), (dopo 200 episodi a rotta di collo in un mese, ovviamente qualche termine lo avevo imparato).

Un metodo utile di apprendimento delle lingue sembra essere guardare trasmissioni o episodi in lingua originale, sia pure con i sottotitoli nella propria lingua madre. Il cervello è generalmente lesto a fare associazioni fra un certo suono e un certo significato. Wakaru deshou. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre (siciliano) è così che ha imparato l'italiano. Seguendo l'Antonellona nazionale sui canali di lingua italiana con i sottotitoli rumeni in Romania, lei e i suoi tristi e inutili programmi di cucina. Ce ne vogliono di palle. Io, tutto sommato, avevo quattordici anni e l'anime di Naruto mi appassionava. A lei cosa l'appassionasse (errore grammaticale voluto) di Antonella Clerici e dei suoi programmi per casalinghe ciabattate, per sapere? La ricetta del risotto alla milanese, del cotechino colle lenticchie di Capodanno, del polpettone provola e prosciutto cotto? Che tristezza. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre, intanto, zitta zitta, ha imparato l'italiano così. Lo parla bene. Complice forse il fatto che rumeno e italiano sono parte dello stesso ceppo linguistico. L'inglese lo ha studiato all'Università. Così come A., la cugina di R., ha vissuto in Inghilterra. E poi ha fatto il balzo scavezzacollo: si è trasferita a Singapore -- ciaooone, stronziiiiiiii. A. cugina di R. è oggi invece ubicata, credo, in Australia... (chi se ne frega di lei)

Chissà perché tendenzialmente più il tuo passato è una vergogna / orrore più desideri metterci in mezzo migliaia di km di distanza fisica. E' quello che vagamente sognavo di fare anch'io quando ho fatto richiesta per il passaporto, ottenendolo. Ma nonostante l'abbia ottenuto, ho l'impressione che non potrò andarmene da qui

venerdì 7 agosto 2026

Farewell di Guccini // Un Blasfemo di De André


E' un'emorragia, ma solo per un istante -- il tempo di versare due lacrime in croce. Poi la ferita impietosamente si richiude e chiude dentro di sé tutto il sangue coagulato che gonfia la pelle e la fa dolere come se fosse pressata da un ferro da stiro. 

C'è un vento freddo a spazzare la città. Una facciata sola illuminata da un sole dorato, addolorato. Il cielo pieno di nuvole grigie. La vita continua nella penombra.

giovedì 6 agosto 2026

La fine del Paese delle Meraviglie

Uno dei miei cartoni animati Disney preferiti da bambina (complici le mie origini da Sicilia Saudita) era Aladdin. C'è una scena nel cartone che inaugura la famosa "Il mondo è mio" nella quale Aladino chiede a Jasmine: "Ti fidi di me?". E' solo in quanto lei pronuncia "" che parte il "viaggio", che come scrivevo in un altro blog non è un viaggio "reale" in giro per il mondo, ma un ribaltamento della prospettiva sul mondo espresso in chiave metaforica come "Il tappeto volante ci accompagna a vedere la bellezza del mondo".

Stanotte ho sognato C.

Ieri sera lo vedevo fantasma, franando di disperazione, e stanotte il suo fantasma mi ha visitato il sonno.

"La mia vita è finita?" interrogavo un uomo seduto sotto la pioggia scrosciante della notte nel mio paese natìo. "Perché dici così?"

E compariva il suddetto che mi prendeva in braccio come una bambina, sollevandomi come se avessi ancora 50 kg di peso, e diceva: "Perché ti sei fidata di me".

Non smetterò di scrivere i miei pensierini nel blog-diario segreto-pubblico. Questo no. Lettura e scrittura mi tengono in vita. Sinché sarà necessario, li sfrutterò al massimo.

Tuttavia ho compreso che fra me e C. ci sarebbe qualcosa di più profondo d'un semplice amore non ricambiato. Lo dimostra che quell'amore mi abbia distrutta. E poi -- oggi -- ricostruita.

Poiché nella nostra esperienza da inseguitore-fuggitivo c'era un filo rosso: "Potrei ma non voglio fidarmi di te...". I giudizi universali bersaniani.

Adesso mi fido -- è il prezzo che scelgo di pagare pur di sentire di nuovo, mani al cuore, il mio amore che è duro e incontaminato come il titanio grezzo.

E questo non implica che sia destinata a lui -- tsk

Ma non cambia il risultato.

Sono una donna -- oggi sono umana
Accetto la sfida della vita con il dolore che comporta
E non ho più intenzione di nascondermi il cuore sotto chilometri di lenzuola, di vergogna


(Ma ora sono un grumo di vergogna e dolore
un animale morente)

mercoledì 5 agosto 2026

Le persone che non vivono a lungo ma vivono come vogliono

Un sorriso sul volto di una tizia di fronte all'ospedale. Un sorriso così serafico e sereno mentre accompagnava suo padre, un anziano, all'ingresso della struttura, sottobraccio. Era una donna di mezza età con i capelli di media lunghezza, biondi. A pochi metri uno sbruffone giovane con gli occhiali da sole riflettenti, a mascherina. Cammina spavaldo come se avesse i coglioni troppo grossi e pesanti per tenere un'andatura normale.
A questo mondo c'è ancora chi è sereno, chi (si vede) non soffre di depressione. Per una depressa, non c'è niente di più assurdo che considerare quante persone non-depresse ci siano al mondo. Tante. Tantissime. Persone che sembrano non-infelici. Ma forse è solo una facciata, una "maschera" sociale di convenienza.
Guardando lo sbruffone farsi avanti ho pensato ad Amy: "... le persone come me non vivono a lungo, ma vivono come vogliono!". E' quello che penso quando vedo gente fumare le sigarette e altro di affine. Dato che il tizio era visibilmente su di giri.

E' dai miei dieci anni che vivo sotto il cono d'ombra di una perenne attenzione meticolosa alle mie vere o presunte precarie condizioni di salute, che in realtà era ed è un modo per "tarparmi le ali", per impedirmi di volare. A furia di iperprotezione volta a soffocare la vita in me, sono diventata malata sul serio -- o se lo ero dapprincipio, mi sono aggravata, di sicuro.

Io devo vivere a lungo da ospedalizzata?
Preferirei tanto bruciare le tappe da essere libero... ma non sono un essere libero.

Immagino che
sotto una pioggia scrosciante
resterei sulla battigia
con i piedi a mollo
aspettando di morire
disidratata
fulminata

I segni che indicano la via / la via che non possiamo prendere / mi avete presa in un momento sbagliato / quindi perché non ve ne andate a farvi fottere (Joy Division)

sabato 1 agosto 2026

Orientarsi da soli, in principio di fine


"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).

Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso. 

Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico. 

Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.

"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora". 

Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.

Bevi. Che è meglio.

C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.

Sulla via del ritorno zoppico. 

Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.


Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.

giovedì 30 luglio 2026

Fuori dal pozzo


Sono successe una serie di cose che non ci tengo a riportare -- l'alcool è micidiale e incasina la mia vita-già-bella-che-incasinata ulteriormente.

Ho la parte oscura del mio cuore -- come il lato adombrato della luna -- che sibila: "La faccia a terra proprio, dovresti avere" (se leggi con l'accento siciliano, fai bene). 

D'altro canto... le rivolgo uno sguardo vuoto e disinteressato.

"Chi se ne frega". Delle figuracce, del vomito, della bilancia impietosa, dei professori universitari con cui vorrei "scopare", del disprezzo che mi circonda, del biasimo e della compassione, delle bambine islamiche urlanti "puttana" per strada.

Peggio non c'è o potrebbe esserci, forse solo se potesse piovere sterco.

Ma un occhio al cielo e tutto torna in linea con il Bene. Ieri notte c'era una luna rossa affascinante a Milano-Bergamo. In aereoporto c'era almeno un terzo della calura strappafiato di fuori. Ho comprato per due euro e novanta una bottiglietta d'acqua frizzante. A casa ho sbocconcellato un piatto di insalata di riso vegetariana (solo condiriso e formaggio primosale). E' sorta qualche scintilla che non è divampata in incendio.

Chi si sforza di starmi vicino lo fa per pena, ti sei mai sentito uguale?, per il resto non ho nulla da dire e nulla da dare.

Lo sporco mi annoda i capelli e le corde del cuore.

Nonostante abbia lanciato fuori di casa il mio fidanzato, dopo una notte di lontananza abbiamo di nuovo dormito insieme. Stamattina mi sono svegliata vedendo che mi guardava. Gli ho stretto la mano.

Sai che un giorno potrei essere guarita?
Sai che potremmo avere una bambina? Sarà femmina -- con la tua testa e il mio viso.
Sai che potremmo essere felici, noi tre, a modo nostro, fuori da qui?...

...

domenica 26 luglio 2026

Per vedermi partire


A volte mi ritengo... non all'altezza della vita.
Il buio allunga gli artigli.
Forse farei meglio a immergermi.
Sparire nel nero della tela.

Senza inchini.
Lasciarsi cadere giù.
Come un sasso nelle profondità d'un lago.

E' un po' tutto profondamente sbagliato.
Tutto. Tutto.

Negli ultimi giorni mi sono sentita di camminare senza più la terra sotto le scarpe.
Ho perduto tutti i miei punti di riferimento d'un tempo. Non leggo neppure più. I libri, eddire, erano i miei unici amici.

Ogni tanto per ricordarmi di vivere batto con violenza sulla tastiera una stupidaggine qualsiasi, o un turpiloquio, indecenti, ed ecco che si risveglia in me un accenno di disperazione, che davvero, come quando il sangue scorreva sulla mia pelle, voglio solo ricordare d'essere viva quando ritorno a quella grottesca caricatura di creatura pensante (forse non senziente).

Ma il fiume sembra scorrere inarrestabile al mare. E il mare, mi pare, dovrebbe avere occhi marroni. Labbra sottili.

Ma non me ne importa, dopotutto.

"Cosa pensi quando pensi a Dio?"
"Alle chiese?"
"Al vuoto".

Ho licenziato dio, gettato via l'Amore, per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore. (De André).

E' soltanto una crisi di passaggio che io e la vita stiamo attraversando. (Vasco Brondi, circa).

Altre citazioni molto belle e significative non ne ricordo. Le citazioni snaturate dal contesto sono sempre molto inutili, molto stupide.

lunedì 20 luglio 2026

Dopo e prima del compimento

Nelle ultime interrogazioni all'I-Ching, qualunque domanda ponga, il risultato è sempre l'esagramma 64. "Dopo il compimento". Anche se domando della mia possibilità di uccidermi, è "Dopo il compimento".

Altre volte spunta il 63, "Prima del compimento". 

Secondo l'AI è un segnale di fase di passaggio. Io in effetti mi sento davvero a mezza via, "nella selva oscura", svuotata, vuota, senza sapere ove dirigere lo sguardo per scorgere un futuro.


Come cammini, la strada appare
Rumi.

domenica 19 luglio 2026

Poteva andare peggio

Esame d'inglese: Avrò fatto diversi errori/orrori, ma spero e credo di averlo superato
Milano: Una città di gente fredda e allampanata, mi appare, ma poco la conosco e poco la conoscerò, credo.

Finiti gli esami ci siamo fermati nei pressi dell'università al cosiddetto Crazy Cat Café. Una normale caffetteria con diversi gatti a scorrazzare (9 in tutto) ispirato ai caffè di Osaka, in Giappone.
.



Nei dintorni c'era un Penny e ho preso una bevanda. Una signora mongolica davanti a me, scura di pelle, mi rivolge una smorfia e bisbiglia un insulto. Normale. Normalissimo. La stessa signora per pagare un kg di carne alla cassiera dà ogni singolo euro centesimo dopo centesimo. "Ne mancano sette". Dai signora cinese, che ce la fai. Dopo mezz'ora posso pagar la bevanda e ce ne andiamo dal caos di Milano -- bella città, in fondo. Ho scannerizzato le strade e non ho trovato una sola curvy per le vie. Non-una. A parte un'islamica un po' sovrappeso, erano tutte magrissime e con la pancia scoperta. Beate loro.

Torno nella zona di casa per farmi il colore e quessto è il tristo risultato.

E dire che i filtri migliorano.

Tutto sommato non sono del tutto insoddisfatta. Ad occhio possono prendermi al circo, per il momento, però il colore rosso tende a "scaricare" con gli shampoo. Il parrucchiere-checca assicura diventeranno (non si sa quando) un biondo irlandese.
Ho preso le misure di che tipo di grassofobia ci fosse nell'ambiente (la parrucchieria). Piattini pieni di frasi come "I fidanzati vanno, i carboidrati restano", "Le ossa grosse NON ESISTONO", (siamo alle medie), "Verba volant, GRASSI manent", "Di MAGRA ti è rimasta solo la consolazione" (questa era bellicchia, dai).
E il parrucchiere-checca che sostiene parlando con un'altra cliente che le donne grasse (obese) "non devono essere belle".
Dopo quattro ore a trattarmi con l'acido nelle vene, (lui, ma anche le altre clienti filiformi), in pieno stile "fatphobia"... lui pretende che paghi in nero, sennò niente. Allora niente. Arrivederci. Me ne vado senza pagare promettendo promesse da marinaio che "tornerò" come Ulisse.

Forse.

martedì 14 luglio 2026

Maladaptive daydreaming


Sono fratture.
Piccole fratture nel quadro della realtà.
Tornano gli scenari dell'infanzia. Attraverso quei sogni ad occhi aperti, mi stacco dalla vita. Un lembo di pelle resta ancorato al presente.
E corro, e corro, con l'immaginazione e cammino frenetica con le gambe, e gli scenari fantastici si fanno sepre più vividi, per poi scendere a parabola, crollare nel buco nero della realtà.

E mi prende un'amarezza profonda come una fossa. Che i sogni erano la mia vita. Che non vivevo d'altro. E tornare in quel Paese delle Meraviglie è come tornare a quella stanza angusta, chiusa alla luce del sole.

Ma poi passa. 
E ricomincio a muovermi nel presente.
Piedi a terra, testa per aria -- un tempo.
Piedi a terra, testa sulle spalle -- adesso.

sabato 11 luglio 2026

Beata gente...

"Pianto lucido"

... che ha il cuore di divertirsi.

Sotto casa rimbombano i suoni di una cover-band dei Nirvana. Alla piazzetta all'angolo. Rintoccano come campane funebri nel mio muscolo cardiaco quei suoni che fino a ieri ascoltavo in loop in cuffia.

Non uscirò di casa. 

Il cielo è bianco e ceruleo. Sembra preannunci un altro temporale, come quello di ieri. Il mio cuore non regge la festa, ma forse la pioggia può lavar via da questo mondo un po' di sangue. Dalle coscienze di tutti, me inclusa, festaioli inclusi, un po' di sporco. 

giovedì 9 luglio 2026

Sono pazza di me

Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora 
Non ho bisogno di chi mi perdona 
Io, faccio da sola, da sola 
E sono pazza di me sì perché 
Mi sono odiata abbastanza 

Col cuore che ho spremuto come un dentifricio 
E nella testa fuochi d’artificio 
E se in giro è tutto un manicomio 
Io sono la più pazza che c’è, che c’è

- Loredana Bertè, "Pazza"

Oggi scelgo di far risuonare nelle cuffie la Loredana nazionale. Questa canzone l'ho scoperta grazie a Marika. Per ringraziarla (anche se lei non lo sa), le ho regalato una maglia.

Sono di nuovo a casa -- e da oggi in poi sono la prima persona della mia vita. La parola "scusa" sparirà dal mio vocabolario. Tutti hanno qualcosa di cui scusarsi. Davvero tutti. E non sarò io l'unica stupida a farlo -- da ora in poi.

Quando sento i sensi di colpa -- molto spesso -- io ancora sento risuonare un ritornello che ha radici antiche quanto sono vecchia io, nella mia mente:
"Mi dispiace d'esser nata" -- presumibilmente è ai miei genitori che è rivolta questa preghiera.
"Mi perdono d'esser nata" -- correggo.

I miei gusti musicali sono un po' diversi, ("diversificati", meglio: ascolto tutto, letteralmente tutto meno la trap) dalla Berté. Anche se lei la considero una delle migliori in Italia, attualmente.

Ho trovato una sorpresa nella cassetta delle lettere:


Direi questo un motivo di gioia, ma è gioia stinta.

La mia unica vera fonte di gioia al momento è il mio fidanzato, che alterna odio a baci.
Poteva andare peggio. Potevo non incontrarlo. Potevo ammalarmi davvero.
L'unico rimpianto che avevo al pensiero di morire era di non poterlo più vedere.
Crolla lui, crolla tutto il mio mondo.

E quelli che ho amato /
li ho amati da sola

Mi prometto di farmi solo ciò che mi fa stare bene. Che fa stare bene me stessa. Un "sano" narcisismo almeno.

Posso cingermi le spalle da sola e posso darmi tutti i baci del mondo sulla pelle bruciata e tagliata.

Sono stata bene per due giorni, dormendo mattina, pomeriggio, sera, notte, scordandomi pure di mangiare, senza parlare con nessuno.

La solitudine non è per nulla male.

martedì 7 luglio 2026

Ricominciare a fluire


Sono uscita all'alba. Sono riuscita a completare 5 km di percorso. Il piede destro è messo male, ora.



Nonostante il dolore, sono comunque riuscita ad andata a fare la spesa per oggi: cous cous, insalata di farro e feta, una barretta di frutta disidratata, una bevanda ai frutti di bosco (zero zuccheri-zero rimorsi).

Il mio fidanzato era nero quando ci siamo visti alle otto meno un quarto.
Prima di annunciargli che avevo ripreso a fluire con il corso della strada, passo dopo passo, gli ho -- forse sadicamente e volutamente -- rovinato ulteriormente l'umore con discorsi superflui e sciocchi.
Lui è il tipo "allodola" che al mattino non bisogna rivolgergli la parola.

Ho preso i miei tossici medicinali, ho preso 4 pillole di spirulina e il caffè del giorno.
Tutto va che è una schifezza. Non ho nulla di cui lamentarmi.
Mastico la barretta di mela disidratata. Alla fine, forse è meglio "vivere" così. Presi in trappola da così tanti problemi da non riuscire nemmeno a muoversi, nelle sabbie mobili dell'infamia, del disonore e della vergogna.

Camminando, riflettevo su ciò che sono. "I feel like a monster" pensavo, in inglese (alle volte penso in inglese). Sono una persona crudele, meschina. La peggiore del mondo.

Proprio per questo metto un piede avanti all'altro e cammino. E cammino. Scivolo sulle strade senza fermarmi, senza indugiare sotto nessuna porta, sotto nessuno sguardo.

Non è questa terra il "mio posto". Sono di tutto il mondo. E tutto il mondo è mio -- poiché non ci apparteniamo reciprocamente, allora, io sono amalgamata al vuoto di ogni spazio, di ogni angolo di strada, di ogni cellula della gente.

Nulla.
E tutto al tempo stesso -- con un po' di solipsismo.

Resto ottimista.

venerdì 3 luglio 2026

Mono no aware

Sono morta felice smettendo di aspettare Godot.


Stamattina avevo deciso: mai più avrei aspettato Godot. Di conseguenza Godot s'è fatto vivo. Ha fatto "cucù" come per scherzo del destino. Per le correnti esoteriche, non è una riapertura d'un capitolo. E' il segnale di una sua chiusura definitiva

In aereo mi è stato assegnato il 35C. Dietro un uomo dalla pelle abbronzata. Un po' più tarchiatello di come lo ricordavo. Sono certa all'87 per cento che fosse lui. E' diventato un uomo davvero attraente. Io mi sono "rovinata" ulteriormente.
Dato che stanotte non avevo chiuso occhio nemmeno un minuto, ho passato il tempo del viaggio a dormire sulla spalla del mio fidanzato. Mi ero spostata a sinistra, dietro d'uno sconosciuto -- perché il tris di posti era libero. Sapevo che ce l'avevo (quasi) davanti. Stesso volo, stesso giorno, stesso posto, fila diversa. Non si trovava accanto a me. Si trovava davanti.
E qui è chiaro che non c'è niente da fare: mono no aware. Tutte le cose (belle o brutte o sceme o belle e brutte e sceme insieme che siano) sono destinate a finire, lasciandosi un leggero strascico di lievissimo rimpianto.
Io dormivo. Non lo guardavo. Lui aveva la valigia piazzata accanto alla mia. Mentre, alla fine del volo, la tiravo fuori da lì, mi ha fissata. Io ho fatto finta di niente. Poi, però, lo sbirciavo. "Ma è lui o non è lui?".
Se non era lui era un sosia quasi perfetto.
Questa è la seconda volta che ci troviamo in una simile situazione. La volta precedente, volo Trapani-Roma Fiumicino, nell'antico 2014, era lui a stare a destra rispetto a me, ma sempre davanti a me.
Il passato mi precede, ma è passato.
Ho provato un leggero disagio. Lui disinvoltissimo. Indifferenza totale. "Questo capitolo è ormai chiuso da secoli" sembrava dire. E non so se esserne compiacente e sollevata.

In macchina canticchiavo con Spotify acceso. Rehab di Amy Winehouse. L'algoritmo di Spotify via via mi mostrava sempre canzoni più tristi. Infine ho spento il bluetooth della cassa. Le canzoni "tristi": ma vaffanculo.

In effetti mi sono accorta di essere (io) triste.

Il mio fidanzato non sapeva e non diceva (di conseguenza) nulla. Guidava in silenzio. Ogni tanto ci stringevamo la mano.

Ho scelto di dormire sulla sua spalla, non di fissare un tizio che (forse, un tizio che) appartiene a un passato ormai intoccabile, irragiungibile e -- forse -- insignificante. Forse, no. 

Mono no fucking aware.

Forse un giorno solo, secoli fa, lui ha provato addirittura tenerezza.
Di sicuro io non ho fatto altro che pensarlo per sei o sette lunghi anni.
Ma ne sono passati altrettanti e... anzi, di più.

Addio. 

giovedì 2 luglio 2026

Ci siamo

Adoro quando in aereo spengono le luci per i voli notturni. Siamo partiti da Milano Bergamo e atterrati a Trapani Birgi in un'ora e quaranta. C'è stato un ritardo di 40 minuti nel volo, quindi era mezzanotte quando l'aereo ha toccato il suolo siciliano.

Ho avuto modo di finire "La civetta cieca" e di cominciare a scrivere una storia a tema, che il mio fidanzato ha definito "grottesca" ma in realtà sarebbe drammatica. Potete trovarla qui, se avete due minutini per spulciarla (ho pubblicato pochi capitoli e molto, molto brevi).

I primi tre giorni nella terra natìa sono scorsi tranquilli: dopo un quattro anni di domicilio al Nord nessuno (o quasi) sembrava far caso a me.

Capirete quanto, per una donna sottoposta a pettegolezzo sistematico, questa normale e scontata situazione sia un sollievo.

Ecco: voi "normali": non date per scontata la fortuna di passare inosservati.

O di non essere trattati sgarbatamente dalla maggior parte delle persone.

Tornando al viaggio (Ryanair ovviamente), quando siamo partiti c'era questa bella luna piena.

La fotocamera ha il flash...

Illuminava una porzione di cielo come un faro fisso. Di sotto il panorama di luci immerse nella terra come diamanti o stelle incastonate al suolo. Adoro i voli notturni. Il volo di ritorno sarà diurno, esattamente domani. Oggi ritiro il passaporto e - finalmente? - torno da dove sono venuta.

Dato che comincio ad accusare gravi problemi, ho contattato un ospedale per un ricovero in un centro Disturbi comportamento alimentare. Mi chiameranno fra oggi e domani per fissare un primo colloquio. Si trova a un'oretta di distanza da dove vivo.

Il cielo brontola e si è appena scatenato un temporale estivo. "Adoro".

lunedì 29 giugno 2026

Il deserto e il muro

Sono un elemento avverso alla Natura -- e all'Italia soprattutto, nonostante ne ricalchi pessimamente gli stereotipi -- perché il giorno che parto dalla Lombardia il cielo si fa azzurro e la cappa di caldo afoso svanisce quasi del tutto, mentre quando deve accogliermi la Sicilia, la nebbia si taglia con il coltello tanto che non si vede nemmeno il mare.

Sono seppellita viva da problemi vari, non ultima la separazione dal mio fidanzato. E la vita sembra un po' così:


Ciononostante, sopravvivo.
Aspettando. Un'altra occasione.

Nei giorni scorsi ho pensato a quella tendenza narcisistica a radere al suolo tutto. Ci sono persone così: che hanno bisogno di radere al suolo ogni cosa pur di sentirsi nelle condizioni adeguate a ricostruire. 


All alone, or in twos
the ones who'll really love you
walk up and down outside the wall.

Sì, il muro della paura della vita. Il muro della paura del mondo che mi separa-dal-mondo e mi reclude entro quattro mura bianche di casa. Con un compagno che non è più molto di quello che era (e tutto a causa mia) a farmi una qualche, annoiata e depressa, compagnia.
Non vado bene per il mondo -- non sono "fatta per la vita". Una vecchia (con tutto il rispetto per le vecchie: ce ne sono di molto buone e gentili) mi starnazzò addosso, anni fa, che io "distruggevo tutto e tutti". Così, tanto per. Scoppiai in lacrime. E poi gliele cantai di santa ragione.
Oggi parlavo con mia madre di prendere i Voti.
Ma te lo immagini? Una come me? Otto ore di preghiera al giorno e per il resto sveglia alle cinque, a letto alle ventuno, e lavoro duro? Dipende, certo, dalla "specializzazione": le suore di clausura sono diverse dalle suore laiche o missionarie. Ma io non sono adatta a nessuno dei tre ruoli. Se non altro perché sono agnostica -- oltre che crudele. E le preghiere, tanto più, detto alla "genovese", mi rompono tanto il belino, sicché (detto alla toscana), preferisco fare la casalinga-non-casalinga.
Sto di nuovo decentrandomi sul perno? Non era di questo che volevo parlare.

Ho tanto da dire che non dico mai niente. "Ho tanto da fare che non faccio mai niente". Ho tanto da piangere che non piango mai. Piuttosto la mia mente è immersa nella nebbia della scemenza -- forse non tanto genetica quanto psicologica. Hai capito bene: scemenza psicologica. E' il muro a cui accennavo prima. Che se sfiori quelle ferite, quel cuore, hai un'emorragia a diga che si rompe.

Pochi soggetti riescono ancora a sfiorare il mio cuore quanto "il simbolo" incarnato dallo scarrafone -- basta che si insinui nei miei incubi o nei miei ricordi dolorosi e penosi e le lacrime sono assicurate.

"Il sonno della ragione genera mostri"