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Sono entrata in uno stato di flow e dalle 15 alle 23 -- circa -- sono stata assente a me stessa, assente al mondo.
Non riesco a dormire e vengo nel mio spazietto virtuale a battere qualcosa sulla tastiera, sapendo che sarà un inutile tentativo di contattare un dolore che non sento più, non lo sento più perché se lo sentissi, come uno tsunami, mi sommergerebbe. Qualche volta ci entro in contatto, provo supremo disgusto e suprema amarezza, e subito scappo di nuovo nel mio Paese delle Meraviglie personale.
Tento di accomiatarmi dal mondo dacché ero molto giovane -- il mio subconscio non si lascia scappare un graffio -- sicché trovo utile parlare, in questo post, di ideazione al suicidio.
La parola "suicidio" è una sorta di tabù. Richiama alla mente scenari troppo cupi. Eppure, nella mia scarsa autoconsapevolezza, io non riesco a vederlo come qualcosa di così tragico -- ho tentato tanto. Con il tempo, soprattutto, ero diventata solo una sciocca che lesinava "attenzione", tutte le volte che ingerivo farmaci su farmaci -- a dozzine -- e poi, stupidamente, passata un'ora o due chiamavo un'ambulanza per farmi salvare la vita.
Quando una persona tenta di togliersi la vita non è -- mai -- semplicemente "una" cosa o l'altra; richiesta d'aiuto, d'attenzione, o volontà di andarsene davvero. In diversa percentuale, c'è tutto.
E davvero, quando -- per disgrazia -- si riesce, in fondo, negli ultimi momenti, non si vuole. Così è il caso a decidere la morte, più dell'individuo che si taglia le vene o si impicca.
E non è che tu non voglia vivere. Vuoi solo porre fine al dolore.
| "The falling man" -- L'uomo che cade, 11 settembre 2001, New York |
E' come scegliere... come fece l'uomo che cade, se lasciarsi divorare dalle fiamme o schiantarsi al suolo. Non si vuol "terminare". Si vuol solo la soluzione più indolore.
"Meglio il riposo eterno a una vita priva di significato e piena di dolore".
Sarebbe così bello andare via... pensavo... gettar via la mia inutile vita, che non serve a nessuno, nemmeno a me stessa. Al tempo stesso non mi importava tanto che riuscisse o meno.
Il pattern era: "Cinquanta o sessanta pillole, giù, chi se ne importa. Magari ce la faccio, o magari sopravvivo; proviamo... Cosa importa, del risultato?". Poi paura, terrore. Infine sopravvivere. Sopravvivere sempre. Finché capisci che non riesci nemmeno a buttarti nell'umido (o nell'indifferenziata?) e smetti di provarci.
A un livello microscopico, ogni vita è essenziale, ma ad un livello macroscopico, cosa vuoi che importi? Con quanti milioni di vite spezzate, portate via come foglie secche dal vento, ogni giorno -- specie ora, in tempo di guerra...
Cosa importa di me?
Quando parlavo delle violenze, (fisiche, psicologiche, sessuali), in passato, ero più "accesa" che piena di dolore. La maschera della rabbia a difendere un'interiorità estremamente fragile, estremamente frangibile, e fatta d'una nervatura di sofferenza inespressa. Questo aiutava la gente a prendere le distanze. Minimizzavano il mio dolore, sminuivano il mio vissuto, pensavano che mentissi, oppure che fossi "troppo stupida" per capire l'importanza.
Pensano che sia "troppo matta" per capire l'importanza della vita.
A me non importa della vita -- sebbene ne capisca a livello generale l'"importanza" per la maggior parte delle persone, sane.
Tempo fa l'unica cosa che rimpiangevo era che, se fossi morta, non avrei mai più rivisto il mio amico -- e il mio amico è l'unica cosa che anche al momento mi separa dalla morte... in effetti... -- ma di vivere, per me, non ne è mai valsa la pena e non ne varrà mai la pena

E' il dolore che ti chiama, credo.
RispondiEliminaNessuno che si senta bene penserebbe di morire.
Ma da fuori capirlo è impossibile. Lo capisce solo chi è nel buco nero.
E' un tratto psicologico (psicopatologico) come un altro. Ma sono sicura che sia più comune di quanto si pensi.
EliminaTi mando un abbraccio