sabato 8 agosto 2026

Chi vuol esser lieto sia (che vita)

Mia madre mi ha informata che in settembre dovrò tornare nell'isola natìa. Si tratta di un controllo dalla commissione per arrotondare lo stato di cosiddetta invalidità. Stanotte ho seguito un capitolo di informatica, facendo finta di non pensarci. Molte persone si fanno in quattro per strappare soldi allo Stato, anche "fingendosi" in difficoltà. Il mio amore mi ha detto a mo' di consolazione di ricordarmi dei falsi invalidi. Io non sto fingendo. Ho schiere infinite di cartelle cliniche a dimostrarlo. Io sono malata davvero. Ma io non voglio essere malata. Tantomeno etichettata come tale. Io voglio essere "normale".

Non so che pene d'inferno farò passare (più ancora che "passerò") prima che mi venga data la cifra tonda. Soffrirò come una belva spinta a forza al mattatoio. Come la Capinera di Verga rinchiusa fra mille strilla e mille pianti in convento.

Mi sovvengono alla mente tanti di quei incidenti anche pericolosi per la mia incolumità in mano a pazzi scatenati, e stupri, e tentativi di suicidio e di omicidio (ai miei danni), e insulti, insulti sin dalla più tenera età, insulti a non finire come tarli nel cervello, e solitudine, isolamento, non un fiato d'anima in giro che mi porgesse la mano.

Non sono una che apprezza chi si piange addosso, e ovviamente non amo piangermi addosso neanch'io. Ho fatto carte false per inserirmi nel mercato del lavoro. Non ci sono riuscita. Non che fosse l'età non più freschissima a remarmi contro. Probabilmente era il mio cervello a rovescio.

Sarebbe pio e buono che nessuno me ne facesse una colpa -- almeno -- ed è così che riprendo a lacrimare patetica e mesta.

Mi sono resa conto di poter fare una sola cosa alla volta, quando esco. Così una cena in un Ramen bar-ristorante è stato il massimo che ho potuto tollerare. C'era un bel film horror da guardare dopo, ma ero così stanca ed indebolita che ho preferito tornare a casa. Il mio caro è stato comprensivo. Mi ha voluto bene nonostante gli avessi fatto bucare il biglietto ridotto -- se domani lo riacquisto io, arriviamo al biglietto intero. Stare con me -- ovviamente non per ciò, per ben altro -- è una grande fregatura sempre. Non mia colpa e credo nemmeno mia responsabilità. Faccio quello che posso limitata come sono da quaranta croci cristiche impilate l'una all'altra sulla schiena.

Quaranta croci? Quaranta chili?

Memore di quella volta che da bambina (così chiamo ora le sedicenni) avevo adorato il katsu don al giapponese, ho voluto ritentare con un sorriso di plastica -- quante calorie della minchiazza avrà oddio -- e devo dire che faceva discretamente schifo, insipido come poche cose al mondo (un gradino più saporito del konjac), e quelle 700 calorie (nonostante assenza di salse o condimenti, e 'a frittata d'ovo al posto dell'ovo fritto) valevano perciò proprio la pena d'essere ingurgitate. Per non pensarci ho bevuto. Benzina sul fuoco, l'alcool. Non già solo per le calorie aggiuntive, ma per aver tradito la mia arrancata d'astinenza totale.

Io che bevo la mia birra come Jessica 
sbocconcella "strano" la sua banana "chic".

Bevendo pensavo che se fosse andato in fiamme tutto il negozio con me dentro, sai che perdita per la società. (Che si salvassero solo R., il bangladino cameriere e i cuochi giapponesi). 

In televisione ora (tarda nottata) sfavilla la sigla italiana di Lady Oscar. Oh Lady Lady Lady Oscar. Quella che fa così, non so se ve la ricordate. 

Aprendo un attimo un paragrafo su un argomento che non rientra nei miei interessi, il rifacimento degli anime giapponesi (compreso Versailles no Bara), in chiave reboot o Live Action (One Piece...), è forse un modo per peggiorare (ulteriormente) l'impatto emotivo ad opera di suddetti prodotti. (Lady Oscar è l'unico anime che mi piaccia ancora). Ieri sentivo un criminologo più o meno quarantenne con il baffetto e l'aria da nerd dotto con dottorando che discorreva piacevolmente e cordialmente della psicologia dell'anime di Naruto, o meglio, del personaggio di Naruto Uzumaki, l'ho trovato così interessante che ho avuto il guizzo di tornare ai miei quattordici anni quando facevo maratone interminabili di episodi del suddetto cartone e grazie a ciò avevo imparato anche qualche termine o frase in lingua nipponica (li guardavo con i sottotitoli, la versione italiana era zeppa di censure), (dopo 200 episodi a rotta di collo in un mese, ovviamente qualche termine lo avevo imparato).

Un metodo utile di apprendimento delle lingue sembra essere guardare trasmissioni o episodi in lingua originale, sia pure con i sottotitoli nella propria lingua madre. Il cervello è generalmente lesto a fare associazioni fra un certo suono e un certo significato. Wakaru deshou. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre (siciliano) è così che ha imparato l'italiano. Seguendo l'Antonellona nazionale sui canali di lingua italiana con i sottotitoli rumeni in Romania, lei e i suoi tristi e inutili programmi di cucina. Ce ne vogliono di palle. Io, tutto sommato, avevo quattordici anni e l'anime di Naruto mi appassionava. A lei cosa l'appassionasse (errore grammaticale voluto) di Antonella Clerici e dei suoi programmi per casalinghe ciabattate, per sapere? La ricetta del risotto alla milanese, del cotechino colle lenticchie di Capodanno, del polpettone provola e prosciutto cotto? Che tristezza. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre, intanto, zitta zitta, ha imparato l'italiano così. Lo parla bene. Complice forse il fatto che rumeno e italiano sono parte dello stesso ceppo linguistico. L'inglese lo ha studiato all'Università. Così come A., la cugina di R., ha vissuto in Inghilterra. E poi ha fatto il balzo scavezzacollo: si è trasferita a Singapore -- ciaooone, stronziiiiiiii. A. cugina di R. è oggi invece ubicata, credo, in Australia... (chi se ne frega di lei)

Chissà perché tendenzialmente più il tuo passato è una vergogna / orrore più desideri metterci in mezzo migliaia di km di distanza fisica. E' quello che vagamente sognavo di fare anch'io quando ho fatto richiesta per il passaporto, ottenendolo. Ma nonostante l'abbia ottenuto, ho l'impressione che non potrò andarmene da qui

venerdì 7 agosto 2026

Farewell di Guccini // Un Blasfemo di De André


E' un'emorragia, ma solo per un istante -- il tempo di versare due lacrime in croce. Poi la ferita impietosamente si richiude e chiude dentro di sé tutto il sangue coagulato che gonfia la pelle e la fa dolere come se fosse pressata da un ferro da stiro. 

C'è un vento freddo a spazzare la città. Una facciata sola illuminata da un sole dorato, addolorato. Il cielo pieno di nuvole grigie. La vita continua nella penombra.

giovedì 6 agosto 2026

La fine del Paese delle Meraviglie

Uno dei miei cartoni animati Disney preferiti da bambina (complici le mie origini da Sicilia Saudita) era Aladdin. C'è una scena nel cartone che inaugura la famosa "Il mondo è mio" nella quale Aladino chiede a Jasmine: "Ti fidi di me?". E' solo in quanto lei pronuncia "" che parte il "viaggio", che come scrivevo in un altro blog non è un viaggio "reale" in giro per il mondo, ma un ribaltamento della prospettiva sul mondo espresso in chiave metaforica come "Il tappeto volante ci accompagna a vedere la bellezza del mondo".

Stanotte ho sognato C.

Ieri sera lo vedevo fantasma, franando di disperazione, e stanotte il suo fantasma mi ha visitato il sonno.

"La mia vita è finita?" interrogavo un uomo seduto sotto la pioggia scrosciante della notte nel mio paese natìo. "Perché dici così?"

E compariva il suddetto che mi prendeva in braccio come una bambina, sollevandomi come se avessi ancora 50 kg di peso, e diceva: "Perché ti sei fidata di me".

Non smetterò di scrivere i miei pensierini nel blog-diario segreto-pubblico. Questo no. Lettura e scrittura mi tengono in vita. Sinché sarà necessario, li sfrutterò al massimo.

Tuttavia ho compreso che fra me e C. ci sarebbe qualcosa di più profondo d'un semplice amore non ricambiato. Lo dimostra che quell'amore mi abbia distrutta. E poi -- oggi -- ricostruita.

Poiché nella nostra esperienza da inseguitore-fuggitivo c'era un filo rosso: "Potrei ma non voglio fidarmi di te...". I giudizi universali bersaniani.

Adesso mi fido -- è il prezzo che scelgo di pagare pur di sentire di nuovo, mani al cuore, il mio amore che è duro e incontaminato come il titanio grezzo.

E questo non implica che sia destinata a lui -- tsk

Ma non cambia il risultato.

Sono una donna -- oggi sono umana
Accetto la sfida della vita con il dolore che comporta
E non ho più intenzione di nascondermi il cuore sotto chilometri di lenzuola, di vergogna


(Ma ora sono un grumo di vergogna e dolore
un animale morente)

mercoledì 5 agosto 2026

Le persone che non vivono a lungo ma vivono come vogliono

Un sorriso sul volto di una tizia di fronte all'ospedale. Un sorriso così serafico e sereno mentre accompagnava suo padre, un anziano, all'ingresso della struttura, sottobraccio. Era una donna di mezza età con i capelli di media lunghezza, biondi. A pochi metri uno sbruffone giovane con gli occhiali da sole riflettenti, a mascherina. Cammina spavaldo come se avesse i coglioni troppo grossi e pesanti per tenere un'andatura normale.
A questo mondo c'è ancora chi è sereno, chi (si vede) non soffre di depressione. Per una depressa, non c'è niente di più assurdo che considerare quante persone non-depresse ci siano al mondo. Tante. Tantissime. Persone che sembrano non-infelici. Ma forse è solo una facciata, una "maschera" sociale di convenienza.
Guardando lo sbruffone farsi avanti ho pensato ad Amy: "... le persone come me non vivono a lungo, ma vivono come vogliono!". E' quello che penso quando vedo gente fumare le sigarette e altro di affine. Dato che il tizio era visibilmente su di giri.

E' dai miei dieci anni che vivo sotto il cono d'ombra di una perenne attenzione meticolosa alle mie vere o presunte precarie condizioni di salute, che in realtà era ed è un modo per "tarparmi le ali", per impedirmi di volare. A furia di iperprotezione volta a soffocare la vita in me, sono diventata malata sul serio -- o se lo ero dapprincipio, mi sono aggravata, di sicuro.

Io devo vivere a lungo da ospedalizzata?
Preferirei tanto bruciare le tappe da essere libero... ma non sono un essere libero.

Immagino che
sotto una pioggia scrosciante
resterei sulla battigia
con i piedi a mollo
aspettando di morire
disidratata
fulminata

I segni che indicano la via / la via che non possiamo prendere / mi avete presa in un momento sbagliato / quindi perché non ve ne andate a farvi fottere (Joy Division)

sabato 1 agosto 2026

Orientarsi da soli, in principio di fine


"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).

Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso. 

Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico. 

Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.

"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora". 

Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.

Bevi. Che è meglio.

C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.

Sulla via del ritorno zoppico. 

Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.


Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.