At the end of the race, we'll all become stories.
Negli ultimi giorni, che sia crisi dei trent'anni o la depressione clinica o un certo oscuro presagio, mi domando sul "dopo" -- mi intristisce per non dir di peggio l'assenza di memorie buone che lascerei nella mente di chi mi ha conosciuta. Sarà che ieri ho rischiato di nuovo di andarmene, non di mia scelta. E' quando non è una tua scelta che ti fermi e provi paura. Perché in genere è così che si finisce. Allora, avvicinandomi all'idea reale della morte, ho pensato a quanto inutile sia stata la mia cosiddetta vita. E contrariamente al solito, che la cosa mi sembrava tremendamente insignificante, che venissi o meno ricordata male o bene -- "chiudendo gli occhi non si vede nulla" -- adesso con dolore rimpiango una vita decente, rimpiango quanto di buono non ho saputo fare, quanto di brutto ho regalato gli altri. Ho sentito tutto il peso dell'odio, dell'indifferenza, del disprezzo che mi circonda ogni giorno. Finalmente li ho considerati un fatto reale, serio. Che razza di vita è quella di chi ride in faccia alla morte stessa? Una vita inutile vissuta "tanto per viverla", senza nessun impegno. Nel mio necrofilo ponderare più il soma che l'anima ho negato la sacralità della vita. Il paradiso non mi farà entrare. Lo dico con cinico realismo.

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