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lunedì 2 marzo 2026

The internet is for porn (?)

In quell'intreccio di carne e sudore, c'è qualcosa di satanico - parlo dei porno della rete. Come fai a non provare disagio, a non vedere ai tuoi occhi una specie di macelleria? E ti ecciti pure?

Come donna, per quanto mi consideri gender fluid, provo la naturale ritrosia associata al genere femmineo nel guardare quei video. L'eccitazione può essere un modo fra gli altri per superare la frustrazione, e persino la sofferenza e l'anedonia. In condizioni di depressione maggiore il desiderio in genere si spegne, salvo affacciarsi in momenti in cui ci si sente particolarmente stressati e sotto pressione. Sono il tipo di persona che preferisce i racconti alle immagini, semplicemente perché il filtro è raddoppiato dal doversi immaginare le scene piuttosto che vedersele brutalmente sbattute in faccia. E' una faccenda imbarazzante in ogni caso, ogni volta che sento quell'impulso, il che accade forse una volta ogni tot di mesi. E' comunque qualcosa di cui mi vergogno. 

A volte non so - sono convinta che una donna del 1800 in Svezia sarebbe meno emancipata di me. Non è nemmeno un problema relativo alla cultura, perché tante donne "normali" delle mie zone sono allo stesso livello di emancipazione delle donne medie europee. E' proprio una faccenda che pertiene la mia educazione specifica. Vengo da una famiglia vecchio stampo - con tutte le brutte cose che si porta dietro questo tipo di arretratezza ("boomer che scambiano traumi infantili per preziosi ricordi"), c'è sempre stata in essa una specie di orgoglio: "Non amiamo le cose esotiche", "Temiamo lo straniero", "Siamo rigorosamente tradizionalisti". 

E ovviamente fa un'enorme differenza nascere maschio oppure femmina. In termini di aspettative e ruoli. Nel mio substrato familiare la donna è ancora quella che pulisce e stira, così si diceva, e oggi sono venuta a sapere che finché si era insieme da fidanzati al tempo dei miei, nella famiglia e materna e paterna, il denaro veniva gestito dagli uomini. Mi ha perplessa. Ho domandato a mia madre: "Non capisco: se i soldi venivano guadagnati da te, con il tuo lavoro, perché dovevi sentirti in dovere di darli a tuo marito?". Silenzio imbarazzante. Avrebbe risposto "Perché è giusto così". 

Mi ricordo di un video sulla condizione femminile in Italia negli anni '70. Interviste di ragazze, studentesse, sul tema della divisione dei ruoli in casa. Centro-nord qualcuna esordiva con "Dovete lavare i piatti anche voi" (addirittura!), sud le vecchie (poiché venivano strategicamente intervistate solo quelle delle generazioni precedenti...) dicevano in sostanza "L'uomo lavora e la donna cucina", "Perché? Perché così è per natura!". 

A livello nazionale in termini generali siamo ancora fra le nazioni più arretrate d'Europa rispetto alla questione femminile. Meloni viene ancora aggredita e da uomini e da donne della Sinistra per il suo essere "cafona e sciatta", come se il punto fosse quello rispetto alla sua politica. "Da una donna ci si aspetterebbe più decoro", dice mia madre, classe 1956, e se provo a mettere in dubbio che sia poi così importante, lei ripete a pappagallo: "Eh, perché io sono contenta che una donna sia a capo dell'Italia finalmente, ma a vedere quanto è brutta, arrabbiata e cafona...". Vab-bé. Non sono solo i più vetusti a vederla in questo modo - giusto qualche timido parere femminile più moderno si fa strada nella calca: "Per me può avere il carattere che le pare, e vestire con gli abiti extralarge-pigiamoni che vuole, purché faccia buona politica (e non la sta facendo)". 

Bando alle ciance. (La pastafforno si scuoce.)
Provo avversione per gli uomini e profonda partecipazione per la questione femminile negli ultimi tempi, ma questo non mi limita nell'essere ciò che accidenti voglio essere come donna, e trovo che essere una casalinga disperata sia una scelta comoda e fruttuosa. Mi dà il tempo di dedicarmi agli hobby, il che è piacevole, anche se soffro del disagio del classismo che serpeggia strisciante in queste zone rispetto alla condizione di disoccupazione. Il che non mi rende felice di essere viva in questa società. La maggior parte delle volte un disoccupato non se la spassa, tutt'altro. "Ha un sacco di tempo, e niente da fare", certo, e vivere senza aver nulla da fare è di gran lunga più doloroso e logorante di vivere buttando sangue nel lavoro. 

Questo cercavo di far notare a mia madre (la quale è una stacanovista) stamattina, allorché tentava di buttare le solite provocazioni sulla condizione di disoccupazione dell'a-me-indigesto marito che si è scelta un tempo. "Non che voglia difenderlo, ma, non credo sia felice...", "Quello che ha da fare, se la spassa!", ripeteva lei con lo sguardo fisso all'orizzonte, come se non avessi parlato. Va bene. E' una pacchia esistere come pesi inutili in società.

2 commenti:

  1. ... il lavoro è un mezzo... non è uno scopo e non è uno status sociale. E' un mezzo non per "vivere", ma soprattutto per potersi svagare.

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    1. Se non hai un lavoro, la testa ti rumina sempre sugli stessi pensieri... e non hai la soddisfazione di dire "mi mantengo da me (non mi mantiene nessuno)". E' (anche) per questo che "nobilita l'uomo".

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