Ci sono occhi che hanno un potere calmante sulla psiche.
Gli occhi del mio fidanzato (occhi, più che di "cane", di "micio") sono di quel tipo.
Me ne sto a sbraitare al telefono dopo l'ultimo probabile rifiuto medico, (il SSN mi sta abbandonando, pessimo segno), quasi sull'orlo delle lacrime, quando torna a casa. Si sdraia accanto a me sul letto. Intreccia una mano nella mia e mi fissa con i suoi occhi di micio azzurri.
Tutto il dolore e la rabbia sembrano scivolare via in un istante.
E di nuovo, in breve, penso solo ad una cosa: dirgli le mie "cosine" dolci, tenere, che sono il frutto spontaneo del mio amore e un ulteriore motivo per calmarmi -- come una preghiera, come una filastrocca che scaccia il male.
Gli parlo anche mentre dorme. Sussurrando, gli dico le parole più dolci che possano farlo sentire amato in modo che penitrino nel suo inconscio e -- con o senza me -- non possa più dimenticarle, perché quell'amore non lo lasci mai.
Ieri pomeriggio mi è capitato di risentire quella canzone, che è come una goccia su un campanello a vento. Tuttavia, quando, ormai tredici anni fa, mi è stata dedicata, l'autore della dedica non sapeva neanche quello che faceva. O forse lo sapeva. Sapeva di mettermi in schiavitù d'amore con una dedica, per più di dieci anni. Ancora oggi i suoi occhi marroni li vedo pressoché in tutti i volti -- persino nei volti degli immigrati del Nord Africa. Ma gli occhi di cane azzurro, trasparenti come il vetro, quelli sì, sono solo miei. Preziosi più dei diamanti. Preziosi come le stelle.
Mi guardano, si abbassano, si alzano, tornano a brillare di ciano anche nella camera più oscura.

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