sabato 17 gennaio 2026

Bandura e la normalizzazione del male

“In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.” 
Hermann Hesse.

Secondo Albert Bandura, psicologo canadese, prefigurarsi il male non significa pensare a persone disturbate, preda di impulsi incontrollabili, "pazze" o disadattate.
Bandura definiva una serie di meccanismi che i "normali" mettono in atto per compiere il male più distruttivo continuando a sentirsi al contempo "brave persone". Definì questo pensiero "teoria del disimpegno morale".

Il disimpegno morale è composto da una serie di auto-assoluzioni che permettono di mantenere intatta l'immagine idilliaca del sé come "non malvagio", comunque commettendo atti malvagi
  1. Giustificazione morale. "Lo faccio per un bene più grande". La violenza diventa necessaria (si ricordi Orwell: "La guerra è pace".)
  2. Eufemismo linguistico. "Ma stavo solo scherzando!". Camuffare la violenza da "scherzo" consente alla persona molesta di molestare indisturbata da ogni responsabilità sul suo comportamento.
  3. Confronto vantaggioso. "C'è chi fa di peggio". Dato che esiste, potenzialmente, un male più grande, il male che il molestatore compie è "assolto". Non so se avete mai sentito parlare di quei che "Non ho mai ucciso nessuno!". Suppongo di sì
  4. Diffusione di responsabilità. "Lo fanno tutti": unirsi al coro di molestie "diluisce" la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva, proprio perché così diluita, meno imputabile. Un esempio affine, che rientra nella categoria: Eichmann, come spiega la Arendt in "La banalità del male", si difese fino all'ultimo al tribunale di Norimberga dicendo che "non aveva fatto nulla di sbagliato" e che erano "ordini dall'alto (che non poteva non eseguire)". In questo contesto se la decisione di nuocere è una "delega", condivisa, chi perpetra il male si sente automaticamente auto-assolto.
  5. Negare o minimizzare le conseguenze. "Non le ho fatto nulla di grave", "quanti drammi fa questa drama-queen, per così poco!".
  6. Disumanizzazione della vittima. A mio avviso il disimpegno morale più frequente. "E' un cane", "è un animale", è (comunque sia) "disumana". Non è in grado di soffrire pertanto come un essere umano; sto colpendo una "cosa", non un essere capace di star male assorbendo la violenza che gli uso.
  7. Attribuzione di colpa (alla vittima). "Tu poi, proprio te le cerchi...". Autoassoluzione molto potente. Si giustifica il male sulla base di una provocazione, vera o più spesso presunta, data dalla vittima.
Il male non nasce soltanto da "persone malvage", ma da auto-giustificazioni condivise.

La "normalizzazione del male" avviene quando il male non è solo intenzione singola, ma ambiente. In alcuni ambienti il male può prosperare attraverso un vicendevole rinforzo reciproco a proseguire nella condotta molesta. Se un gruppo, un'istituzione o una società:
  • ridicolizza le vittime
  • minimizza l'abuso
  • glorifica la forza e il dominio
  • punisce chi denuncia
  • giustifica la prevaricazione
... il male finisce di essere un'eccezione "deviata" e diventa normalità e prassi condivisa. In questa situazione non c'è un argine ad esso che serva a qualcosa, se non, probabilmente, la fuga. L'abusante è anni luce dal trovare remore al suo comportamento deviato, anzi: è una cosa ai suoi occhi "naturale" verso quello specifico bersaglio. Non c'è nessun margine di senso di colpa e quindi di ravvedimento.

Il male più pericoloso non è quello spettacolare o patologico. E' quello praticato da persone normali che credono di avere buone ragioni.



giovedì 1 gennaio 2026

L'insulto definisce chi lo usa



Un gioco di specchi. Sapresti sopravvivere incontrando il tuo doppio?

Il tuo doppio è in ogni persona che incontri. L'universo di fuori è di dentro. Ciò che troviamo insopportabile nell'altro è ciò che ci rappresenta. L'insulto definisce più chi lo adopera che chi lo riceve. 

Quando colpiamo l'altro con certe parole, sono le stesse che useremmo nei momenti di sconforto per definire noi stessi. Non è mai capitato che nel bel mezzo di una furiosa escalation di violenza, di violenza verbale, una vocina suggerisse: "questo sei tu", "non lui"? Il cardine del senso di colpa successivo è proprio riconoscere in sé il male che si proietta sull'altro.

Non incontriamo altro che parti noi in ciascuna persona. Tanto più se ci provocano delle reazioni: odio, disprezzo, rifiuto. Vediamo le parti di noi che sono inaccettabili nell'altro e per distruggerle le tartassiamo di fuori.

Il processo di individuazione riguarda il guardare in faccia il male interno a ciascuno di noi e smettere di proiettarlo di fuori per ucciderlo - piuttosto "accoglierlo", perché ha bisogno di essere compreso ed ascoltato.

Stigma: note sull'identità degradata (E. Goffman)

“Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.”
E. Goffman, Stigma

Come definire la normalità? è qualcosa che esiste come un contrasto, un non-colore come il bianco o il nero. è solo a partire dal confronto con ciò che "non è normale" che abbiamo una definizione di "normalità". e cioè:

ciò che non si discosta negativamente dalle nostre aspettative (specie in modo reiterato nel tempo).

Se - scrive Goffman in soldoni - si verificano in forma continua violazioni del "codice di normalità" si crea una frattura fra "l'identità sociale virtuale" (attribuita al non-normale) e "l'identità sociale attuale" (la "vera identità" dello stigmatizzato), in modo cristallizzato e stabile nel tempo.
Non si tratta solo di giudizi ma di pregiudizi in quanto potenzialmente qualunque cosa che uno stigmatizzato potrebbe compiere di - pure - normale viene letto attraverso i filtri della sua indiscutibile "non-normalità", che è a tutti gli effetti un'identità negata o degradata attraverso lo stigma che lo disumanizza. (Come sopra: crediamo che una persona con uno stigma non sia "proprio umana").

Finché esisteranno criteri per stabilire cosa è "normale" e cosa "no", all'ingiustizia sociale non ci sarà mai fine. Alla sofferenza dei diversi e dei deboli, mai una fine. 

E' per questo che le lotte cosiddette "woke" sono più importanti di quanto sembrino. Chi vi si oppone semplicemente non accetta di perdere il proprio privilegio trovandosi sullo stesso piano di colui che definisce "non-normale" e che potrebbe essere visto come un essere umano qualsiasi da un normale che sia (come definisce Goffman) "saggio" (non solo da uno stigmatizzato di pari tipo).