sabato 11 aprile 2026

Lo sguardo della Guerra


Questo è il caporale ventisettenne Antonio Metruccio. Della 3ª Compagnia Aquile, 66º Reggimento Aeromobile “Trieste” dell’Italia, Antonio è stato fotografato pochi istanti dopo essere sopravvissuto a un brutale scontro a fuoco ininterrotto durato 72 ore a Bala Murghab, in Afghanistan.

Nessun sorriso. Nessuna posa. Solo la sua espressione cruda e senza filtri — lo Sguardo delle Mille Yard.

Quegli occhi azzurro ghiaccio non stanno solo guardando avanti… Stanno guardando indietro — in valli piene di fumo, terra intrisa di sangue, fratelli d’armi perduti e colpi di arma da fuoco che riecheggiano per tre giorni consecutivi.

Bala Murghab — un territorio pericoloso e senza legge vicino al confine con il Turkmenistan — è tristemente noto per le imboscate dei talebani, il traffico illegale e la guerriglia incessante. I soldati schierati qui spesso affrontano gli inferni più profondi della guerra moderna.

Lo “Sguardo delle Mille Yard” non è solo uno sguardo vuoto. È un urlo silenzioso dell’anima, un’onda d’urto dopo aver visto cose che la maggior parte delle persone non potrebbe nemmeno immaginare.

È lo sguardo di un uomo che ha guardato la morte negli occhi… ed è tornato vivo.

Non dimentichiamolo mai: Dietro ogni uniforme c’è un cuore che sanguina. Dietro ogni sguardo c’è una storia che lascia cicatrici. Dietro ogni soldato… c’è un essere umano.

La foto è ormai iconica — condivisa in tutto il mondo per mostrare cosa fa davvero la guerra a una persona.

martedì 7 aprile 2026

La coazione a ripetere


Una volta scarcerati, molti carcerati tornano a commettere crimini nella speranza di farsi rimettere in cella. Il “conosciuto”, per quanto turpe e negativo, è tendenzialmente più rassicurante e quindi preferibile al nuovo.

Noi esseri umani siamo portati, in determinati casi, a tornare nelle condizioni che in principio ci hanno causato “traumi” o hanno rotto l’equilibrio prestabilito. Ci si incastra in riproduzioni continue del trauma originario, nell’illusione di riuscire, tentando e ritentando, a venirne fuori da soli.

Il concetto di “coazione a ripetere”, introdotto ufficialmente da Freud in Al di là del principio del piacere (1920), riguarda la ripetizione coatta di comportamenti o azioni che riproducono un trauma specifico, nell’illusione che prima o poi, in un certo modo, si riuscirà ad operare un’opera di riscrittura del passato ottenendo nelle medesime circostanze (continuamente riprodotte) ciò che costituisce, nella mente del malato, una “risoluzione” del problema – o trauma, o frattura – con le sole proprie forze. Questa scoperta resta ancora oggi uno strumento utile per leggere alcuni comportamenti umani che, a prima vista, sembrano irrazionali o autodistruttivi.

Non tutte le persone che hanno vissuto un trauma tendono a riprodurlo. E, soprattutto, non esiste un unico modo “tipico” di reagire al dolore. L’idea, ad esempio, che una donna sopravvissuta a uno stupro diventi necessariamente promiscua è una generalizzazione - le risposte al trauma sono molteplici, complesse e individuali. Alcune persone possono evitare qualsiasi situazione che ricordi l’evento, altre possono sviluppare comportamenti di controllo, altre ancora possono effettivamente entrare in dinamiche ripetitive.

Ciò che la teoria della coazione a ripetere cerca di mettere in luce non è un destino inevitabile, ma una possibile dinamica psichica: il tentativo, spesso inconsapevole, di tornare su ciò che ha ferito nella speranza di modificarne l’esito. È come se la mente dicesse: “Questa volta andrà diversamente”. Ma senza strumenti adeguati, senza consapevolezza e senza supporto, il rischio è quello di rimanere intrappolati nello stesso schema.

Interrompere questo circolo non è semplice. Richiede tempo, spesso richiede aiuto, e quasi sempre implica l’attraversamento di territori sconosciuti e scomodi. Il “nuovo” fa paura proprio perché non offre le stesse coordinate del “noto”, anche quando quest’ultimo è doloroso. Eppure è proprio in quello spazio incerto che può nascere qualcosa di diverso: una possibilità di scelta, una distanza dal passato, una forma di libertà.

La guarigione, in questo senso, non è una cancellazione del trauma, ma una trasformazione del rapporto che abbiamo con esso. Non si tratta di “riscrivere” il passato, ma di smettere di esserne prigionieri. Più che di rompere semplicemente un circolo vizioso, si tratterebbe di costruire, passo dopo passo, un’alternativa possibile.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".