domenica 10 maggio 2026

Una scrittrice che ricordo con affetto


Quando frequentavo le elementari avevo il mio libro di antologia -- chiamato, lo ricordo bene, "Rosso Fragola" -- e prima che iniziasse l'anno scolastico lo sfogliavo da cima a fondo, leggendo tutti i racconti che poi sarebbero stati oggetto di lettura in classe. (Nella lettura, così come nei temi, così come un-po'-in-tutte-le-materie alle elementari andavo molto meglio dei miei compagni di classe, e senza nessuno sforzo; le cose si complicarono alle superiori, quando non bastava l'intelligenza ma bisognava unire all'intelligenza l'impegno e la disciplina). Andavo a caccia di brani interessanti per leggerne i libri, ed uno di questi portava la firma di Banana Yoshimoto (in foto).

Un estratto da "Chie-chan e io" mi fece scivolare nel suo mondo. Assieme a quest'ultimo, lessi altri suoi libri, fra cui "Kitchen" e "L'abito di piume". Mi accompagnò dall'infanzia alla prima adolescenza (15-16 anni), e posso dire che grazie a lei vissi per la prima volta il sentimento inesplicabile dell'amore per la scrittura.

La Yoshimoto scrive in modo molto semplice, e narra delle piccole gioie della vita quotidiana (che potremmo assimilare al concetto di "ikigai", il quale non è soltanto "lo scopo di vita", ma più precisamente "il piacere delle piccole cose che danno senso alla vita") con una delicatezza e un'armonia perfetta, molto "giapponese" -- è così che chi non conosce l'anima spirituale del Giappone, se vuole farlo, dovrebbe, secondo me, dedicarsi alla lettura dei suoi libri. 

Penso che sia questo che cercano i lettori quando leggono un autore straniero -- entrare nell'"anima" di un'altra cultura. Banana "teletrasporta" il lettore nel lato più dolce e gentile della società e della vita giapponese.

E' una scrittrice che, a quanto leggo, in Giappone viene un po' screditata. Considerata alla stregua di un Fabio Volo in Italia, per intenderci. Non sono d'accordo per nulla. Per quanto mi riguarda è raro trovare qualcuno che con una tale limpidezza, come Banana, riesca a descrivere la "vita quotidiana" nella sua piccolezza, semplicità -- e preziosità.

venerdì 8 maggio 2026

Senza perdere la tenerezza


C'era una "matta" in una comunità dei matti in cui sono stata. Una in particolare. Guardava, annuiva e ripeteva in continuazione: "è grave".

E gli altri matti-meno-matti rispondevano "Sì, è grave". Senza capire un cacchio di cosa volesse dire lei. Me compresa.

Mi è tornata in mente la Giulia, dunque, e sulla scia di questo ricordo voglio discutere del concetto di "gravità" relativamente alle situazioni umane.

Non c'è nulla di davvero grave. Grave sarebbe la morte, e basta, ma la morte si verifica ogni santo giorno copiosamente e pacificamente.

Cosa c'è di peggio -- e al contempo, di meglio -- che chiudere gli occhi e sparire dal mondo?
E' la fine che faremo tutti. E' l'unica cosa a cui assolutamente non c'è rimedio.
Se siamo tutti destinati a una simile fine, nell'oblio del mondo, cosa ci porta a sopravvalutare la portata della drammaticità delle nostre situazioni umane?

Forse conoscerete l'"auto-compassione" di Carl Rogers: si basa sul fatto che dovremmo provare vicinanza per noi stessi -- che in fondo al nostro cuore c'è un bambino o una bambina piangente e spaventato o spaventata -- perché le nostre pene sono le pene del mondo intero -- nulla di eccezionale, è tutto schifosamente ordinario, letteralmente tutto il male del mondo è comune al mondo.

Non temo la morte.
Non temo la vita nel suo incontrovertibile squallore.
Non temo la condizione umana -- che è sempre animale. Non temo le pene dell'umano. Non temo le altre persone e così provo un senso di fiducia "non cieca" verso il loro cuore.

Che anche a dispetto di tutte le egoiche impalcature -- la loro anima è mia amica

Essere diffidenti riesce facile a tutti. Provar fiducia a pochi. E' proprio questo il nucleo dell'essere dei rivoluzionari. La rivoluzione parte "dal basso". Dalle cose più piccole. Per realizzare le più grandi e importanti

giovedì 7 maggio 2026

In un mondo di maschere


Ci aspettiamo sempre troppo dagli altri. Bisogna accettare la possibilità cioè la certezza che ciascuna persona non sia che una scialuppa, non un porto d'approdo. Così facciamola finita con questo discorso di affezionarci o "sperare che...". Io mi affeziono spesso -- troppo spesso -- e spesso nella voglia deliberata di non capire nulla dell'altro trascuro dettagli che potrebbero rendermi palese che l'altra persona in realtà mi trova un emetico naturale. E' così che va. La gran parte delle volte si è indigesti agli altri. Io, poi... Io ho nella mia splendida fedina sociale una serie di bruciature. Di sigaretta. 

Di mia sorella non riesco a capacitarmi che sia una fredda statua di ghiaccio, narcisistica, megalomane, violenta e in pieno odio per me. Preferisco vedere lei come una creatura fragile e incompresa. A una visione "spirituale", "profonda", forse segnata da una sensibilità troppo acuta. Non che da sempre fosse cattiva, è che s'è costruita una corazza tutt'intorno. E non è che il cielo sia azzurro, è solo non-verde. Le due cose possono tranquillamente coesistere. Cattiva e con la corazza. Mi verrebbe da dire che, credo, siano proprio le persone più buone in principio a snaturarsi e pervertirsi alla malvagità più selvaggiamente nel corso del tempo coniugato ai calci che gli riserva la vita.

O forse sono state ferite troppo precocemente, non lo so. 

In tutti i casi va fatto un calcolo costo/beneficio. Se vedere il lato illuminato della luna è un modo per essere sereni, se bendarsi gli occhi è un modo per vivere sereni, allora va', fiorellino, e spargi i tuoi petali d'amore per il mondo... Anche se poi dovessero pensare e ribadire che sei totalmente cretina. Tu lo sei: stupid is as stupid does. Qual è il problema?

L'alternativa alla cretinaggine qual è, per me? La clausura? L'isolamento? O qualcosa di peggio?

(Credo nella proprietà intrinsecamente trasformatrice della materia ergo del cervello umano. Proviamo a trattare gli altri non tanto come ci trattano, quanto come vorremmo ci trattassero)