Il matrimonio è una formalità o qualcosa che viene imposto come "socialmente preferibile" al nubilato. Al di là del fatto che una donna (o un uomo) non ne ha bisogno per realizzare se stessa/o, è anche un buon misuratore dello stato d'affettività della coppia.
Stamattina mi sveglio alle 3 e mezza, alle 5 e mezza infilo le converse e vado a camminare. Percorro il "tragitto breve" lungo il viale alberato e poi fino al parco, dove mi riposo per assistere al sorgere del sole. Riprendo la marcia dieci minuti dopo e completo il giro di 4 km.
Non riesco a sentire/pensare a niente, ma ho forza nelle gambe e nel cuore. Sarà che mi hanno ricalibrato gli antidepressivi.
Lavo i piatti di ieri sera, scendo a comprare un cornetto al forno, preparo a lui la colazione. (Il cappuccino è cremoso grazie al montalatte Kasanova che mi ha regalato mia cugina a Natale)
Metto in padella striscioline di peperoni oblunghi (una varietà tipicamente siciliana), preparando in anticipo il mio pranzo.
Lui nel frattempo si alza, fa colazione con il cornetto che gli ho comprato.
La butto lì. "Sto migliorando, non so se hai notato. [...] Riuscendo a stabilizzarmi, pensi che un giorno potresti sposarmi?"
Guarda altrove. Tergiversa. "Dipende...". (Jarabe de Palo.)
"Dipende", dipende da che?, da quanto mi ama in effetti.
Lui sembra più sul "non ti sposerò mai". Non ne so tutte le ragioni. Ma una, la più importante, suppongo sia che non mi considera la donna della sua vita.
La buona notizia è che vado avanti lo stesso.
Faccio le mie cosette a casa che mi impegnano tanto, coccolo i conigli, leggo, studio per l'università nonostante ciò -- non ho bisogno di ricattarlo facendo la vittima melodrammatica del "non amore".
L'altro giorno avemmo codesta telefonata
Io: "Da quando sto con te ho capito in via definitiva che non posso essere amata"
Lui: "Renditi amabile, allora"
Io: "Mi sa che è me come persona che non ami..."
Lui: "Ci provo".
Ci provo.
Più sul tardi gli ho chiesto cosa intendesse: cosa avrei dovuto, in concreto, cambiare per essere amata da lui.
Lui: "Ehm... non accusare... non litigare con nessuno..."
E' quello che mi ha detto anche G. in Sicilia. "Non devi litigare con nessuno!", perché ero una furia. G. è forse l'unico uomo che mi abbia amata per com'ero. Prima di lasciar perdere.
Forse, pensandoci meglio, la gente non è semplicemente stronza, ma ti sta dando, anche con le offese, un feedback.
Non è che ci tenga al tuo bene, ci tiene a correggere l'anomalia perché le risulta insopportabile. E' per questo che non c'è tanto da litigare, quanto da ascoltare. Perché essere ascoltati è praticamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
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