martedì 7 aprile 2026

La coazione a ripetere


Una volta scarcerati, molti carcerati tornano a commettere crimini nella speranza di farsi rimettere in cella. Il “conosciuto”, per quanto turpe e negativo, è tendenzialmente più rassicurante e quindi preferibile al nuovo.

Noi esseri umani siamo portati, in determinati casi, a tornare nelle condizioni che in principio ci hanno causato “traumi” o hanno rotto l’equilibrio prestabilito. Ci si incastra in riproduzioni continue del trauma originario, nell’illusione di riuscire, tentando e ritentando, a venirne fuori da soli.

Il concetto di “coazione a ripetere”, introdotto ufficialmente da Freud in Al di là del principio del piacere (1920), riguarda la ripetizione coatta di comportamenti o azioni che riproducono un trauma specifico, nell’illusione che prima o poi, in un certo modo, si riuscirà ad operare un’opera di riscrittura del passato ottenendo nelle medesime circostanze (continuamente riprodotte) ciò che costituisce, nella mente del malato, una “risoluzione” del problema – o trauma, o frattura – con le sole proprie forze. Questa scoperta resta ancora oggi uno strumento utile per leggere alcuni comportamenti umani che, a prima vista, sembrano irrazionali o autodistruttivi.

Non tutte le persone che hanno vissuto un trauma tendono a riprodurlo. E, soprattutto, non esiste un unico modo “tipico” di reagire al dolore. L’idea, ad esempio, che una donna sopravvissuta a uno stupro diventi necessariamente promiscua è una generalizzazione - le risposte al trauma sono molteplici, complesse e individuali. Alcune persone possono evitare qualsiasi situazione che ricordi l’evento, altre possono sviluppare comportamenti di controllo, altre ancora possono effettivamente entrare in dinamiche ripetitive.

Ciò che la teoria della coazione a ripetere cerca di mettere in luce non è un destino inevitabile, ma una possibile dinamica psichica: il tentativo, spesso inconsapevole, di tornare su ciò che ha ferito nella speranza di modificarne l’esito. È come se la mente dicesse: “Questa volta andrà diversamente”. Ma senza strumenti adeguati, senza consapevolezza e senza supporto, il rischio è quello di rimanere intrappolati nello stesso schema.

Interrompere questo circolo non è semplice. Richiede tempo, spesso richiede aiuto, e quasi sempre implica l’attraversamento di territori sconosciuti e scomodi. Il “nuovo” fa paura proprio perché non offre le stesse coordinate del “noto”, anche quando quest’ultimo è doloroso. Eppure è proprio in quello spazio incerto che può nascere qualcosa di diverso: una possibilità di scelta, una distanza dal passato, una forma di libertà.

La guarigione, in questo senso, non è una cancellazione del trauma, ma una trasformazione del rapporto che abbiamo con esso. Non si tratta di “riscrivere” il passato, ma di smettere di esserne prigionieri. Più che di rompere semplicemente un circolo vizioso, si tratterebbe di costruire, passo dopo passo, un’alternativa possibile.

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

mercoledì 25 marzo 2026

Perché i riti funebri sono una cosa raccapricciante

2026. Anche nel mio paese di campagna provinciale viene istituita la "Casa del commiato", come già si fa da tempo in molte altre zone del Paese (e fuori). Sono finiti i tempi della fiumana di processioni alla casa del defunto per portare lacrime e condoglianze per la veglia. Anche nella più rustica Sicilia, interviene il "progresso". Che questo faccia storcere il naso alle generazioni precedenti, non è di grande sorpresa. Siamo in territorio grandemente avverso alle novità e ai cambiamenti, pieno di gente così rigorosamente tradizionalista...
Ma non è di questo nuovo business che ha attecchito anche lì che vorrei parlare. L'argomento della morte mi segue da tanto tempo; di conseguenza ho avuto così tanto tempo per pensarci che sono giunta ad una conclusione: nessuna casa del commiato. 
Nessuna bara per me. 
Mi farò cremare.

Che pessimo gusto, il cattolicesimo, con il suo necrofilo culto dei morti da omaggiare con fiori profumati che adornano le tombe anche dopo decenni e in qualche raro caso lustri di distanza dal dramma. Porta i fiori ai defunti. E' un modo per mantenerli vivi nella propria memoria, dicono. La parata del cordoglio utile all'ego che in realtà silenziosamente si distacca: tu sei lì, io sono qui, ti ricordo ma devo ricordarmi di essere ancora vivo per scordarmi che farò la tua stessa fine.
Il macabro rito del corpo che chiusa la bara sparisce per tutta l'eternità alla vista. Non ho mai partecipato ai funerali dei miei parenti, per il semplice motivo che è una ricorrenza inutile, inquietante, quasi horror per quanto mi riguarda.
Ricordo eppure perfettamente quando fecero sparire la cassa da morto di mia nonna nel suo eterno sepolcro. Avevo tredici anni e fu l'ultimo funerale a cui assistetti. Loro la spinsero all'interno della buca, così, come se fosse materiale organico da nascondere alla vista per sempre. E così infatti era. La mia mente lo capiva perfettamente. Inutile piangere su qualcosa per cui si coprono gli occhi a non vederla. Seppellito il morto, finito il problema. Scomparso dalla vista. Arrivederci e grazie.
Eppure era una persona, una volta. Com'è possibile che non esista più in nessun angolo di mondo, che il suo destino sia inevitabilmente liquefarsi all'interno di una fossa sul muro (o sotto terra)? Come una cosa tanto orribile può essere integrata in una religione che predica una creazione "amorevole"? Come possiamo sentirci uniti sotto un abbraccio d'amore generativo - la proprietà intrinseca generatrice ma anche, d'altro canto, soppressiva della materia - se un giorno sfumeremo più leggeri dei petali di un soffione trasportati dal vento, polvere nell'aria o meno ancora?

Se non potessi essere cremata, allora vorrei essere gettata in una fossa comune, dove nessuno possa vedermi. Spesso paragonavo il mio continuo tentativo di "partire" all'allontanarsi dei mici fra le frasche... ecco, quando i gatti o i cani sanno che stanno per morire, spariscono alla vista. E così spero di avere il modo di fare io - spegnere il telefono, staccare il citofono, morire in solitudine. E' il modo meno doloroso di andarsene per chi resta - perché ovviamente il dramma è sempre e solo per chi resta. 
(Al limite.)