lunedì 4 maggio 2026

Tsunami


Sono entrata in uno stato di flow e dalle 15 alle 23 -- circa -- sono stata assente a me stessa, assente al mondo.

Non riesco a dormire e vengo nel mio spazietto virtuale a battere qualcosa sulla tastiera, sapendo che sarà un inutile tentativo di contattare un dolore che non sento più, non lo sento più perché se lo sentissi, come uno tsunami, mi sommergerebbe. Qualche volta ci entro in contatto, provo supremo disgusto e suprema amarezza, e subito scappo di nuovo nel mio Paese delle Meraviglie personale.

Tento di accomiatarmi dal mondo dacché ero molto giovane -- il mio subconscio non si lascia scappare un graffio -- sicché trovo utile parlare, in questo post, di ideazione al suicidio.

La parola "suicidio" è una sorta di tabù. Richiama alla mente scenari troppo cupi. Eppure, nella mia scarsa autoconsapevolezza, io non riesco a vederlo come qualcosa di così tragico -- ho tentato tanto. Con il tempo, soprattutto, ero diventata solo una sciocca che lesinava "attenzione", tutte le volte che ingerivo farmaci su farmaci -- a dozzine -- e poi, stupidamente, passata un'ora o due chiamavo un'ambulanza per farmi salvare la vita.

Quando una persona tenta di togliersi la vita non è -- mai -- semplicemente "una" cosa o l'altra; richiesta d'aiuto, d'attenzione, o volontà di andarsene davvero. In diversa percentuale, c'è tutto

E davvero, quando -- per disgrazia -- si riesce, in fondo, negli ultimi momenti, non si vuole. Così è il caso a decidere la morte, più dell'individuo che si taglia le vene o si impicca.

E non è che tu non voglia vivere. Vuoi solo porre fine al dolore.

"The falling man" -- L'uomo che cade, 11 settembre 2001, New York

E' come scegliere... come fece l'uomo che cade, se lasciarsi divorare dalle fiamme o schiantarsi al suolo. Non si vuol "terminare". Si vuol solo la soluzione più indolore.

"Meglio il riposo eterno a una vita priva di significato e piena di dolore".

Sarebbe così bello andare via... pensavo... gettar via la mia inutile vita, che non serve a nessuno, nemmeno a me stessa. Al tempo stesso non mi importava tanto che riuscisse o meno.

Il pattern era: "Cinquanta o sessanta pillole, giù, chi se ne importa. Magari ce la faccio, o magari sopravvivo; proviamo... Cosa importa, del risultato?". Poi paura, terrore. Infine sopravvivere. Sopravvivere sempre. Finché capisci che non riesci nemmeno a buttarti nell'umido (o nell'indifferenziata?) e smetti di provarci.

A un livello microscopico, ogni vita è essenziale, ma ad un livello macroscopico, cosa vuoi che importi? Con quanti milioni di vite spezzate, portate via come foglie secche dal vento, ogni giorno -- specie ora, in tempo di guerra...

Cosa importa di me?

Quando parlavo delle violenze, (fisiche, psicologiche, sessuali), in passato, ero più "accesa" che piena di dolore. La maschera della rabbia a difendere un'interiorità estremamente fragile, estremamente frangibile, e fatta d'una nervatura di sofferenza inespressa. Questo aiutava la gente a prendere le distanze. Minimizzavano il mio dolore, sminuivano il mio vissuto, pensavano che mentissi, oppure che fossi "troppo stupida" per capire l'importanza.

Pensano che sia "troppo matta" per capire l'importanza della vita.

A me non importa della vita -- sebbene ne capisca a livello generale l'"importanza" per la maggior parte delle persone, sane

Tempo fa l'unica cosa che rimpiangevo era che, se fossi morta, non avrei mai più rivisto il mio amico -- e il mio amico è l'unica cosa che anche al momento mi separa dalla morte... in effetti... -- ma di vivere, per me, non ne è mai valsa la pena e non ne varrà mai la pena

domenica 3 maggio 2026

Il cosiddetto "perdono"

Ego te absolvo in nomine Pater, filii et Spiritus Sancti

Ogni volta che sento qualcuno parlare di "perdono" con locuzioni quali "Io ti perdono", mi torna alla memoria l'immagine della Vergine Maria.

  • Nota 1: Verificare accuratamente che colui il quale "perdoni" voglia il tuo perdono. Perché spesso -- quasi sempre -- se ne sbatte. Quindi se il tuo perdono non lo fa facepalmare e ridere, al massimo gli procura disprezzo se non odio.
  • Nota 2: E così, dovrebbe servire a te, e a te soltanto, "per sentirti meglio"? Pensare di per-donare (donare) a chi ci scatarra sopra, al tuo per-dono? E' inutile. Non serve letteralmente a nulla. Anzi: ti fa solo stare peggio.
  • Nota 3: Tu perdoni CHI? Tu sei "l'assoluta parte lesa" e concedi "la tua grazia" al cosiddetto "assoluto peccatore"? E' come mettersi su un piedistallo di superiorità e far scendere la polverina dorata di Dio buono e misericordioso sull'Angelo Caduto. Ma chi ti credi di essere? Se pure fossi più parte lesa che in causa, ciascuno ha le sue ragioni per far quello che fa -- e non sta a te "perdonare"; al limite, per chi vuole crederci, sta a Dio. (Di cui tu non fai le veci. Nemmeno se sei il Papa -- soprattutto se sei il Papa.)
Sarebbe meglio ignorare. Né perdonii né misericordie né assoluzioni, e nemmeno rancori e vendette - mi fai del male? Stammi semplicemente alla larga! Una sola volta è sufficiente per squalificarti ai miei occhi per una vita intera.

sabato 2 maggio 2026

ἓν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα ("so di non sapere")


L'esperienza di "sentirsi sciocchi" è comune a molte persone -- non mi azzardo a dir "tutte" -- almeno saltuariamente.

Stanotte ho fatto un sogno di cui ricordo molto poco: mi trovavo ad uno sportello postale, con una donna bionda che gestiva, da impiegata, delle pratiche. Ci dibattevamo, io, lei e altri, sul significato del termine "stolto". Tutti, in Poste, sembravano convinti che volesse dire "intelligente". Intervenivo con costanza e determinazione a dire e ribadire il suo vero significato. L'impiegata bionda ci pensava un po', stentava, poi, vacuamente, acconsentiva.

Chiaramente non è un sogno che simboleggi le mie reali capacità o assenza di capacità, e il giudizio "di massa" su esse: semmai, credo fosse la messa in scena della mia più matura messa in discussione delle etichette che mi vengono attribuite.

Oggi penso che il giudizio di un altro abbia lo stesso peso del mio. Cioè, su una scala da 0 a 100, sia 100 che 0; per come io la penso, tutti e nessuno hanno la verità sugli altri. 

A livello soggettivo, forse, tutti -- va dato valore all'esperienza soggettiva di tutti (e in particolare di chi per noi è importante). Oggettivamente, ciascuno dovrebbe ammettere la propria ignoranza (data dai limiti, dai bias, dai pregiudizi, dalla "non (piena) conoscenza"...) nel valutare le persone

Mi preoccupo e mi tormento di meno su ciò che pensano gli altri (e forse non è così insolito, alla mia età).

Se in milioni pensassero ed esprimessero che io sia più o meno "scema", questa non sarebbe una prova di attendibilità. Il numero non definisce nulla - anzi: è spesso la leva di giudizi fuorvianti

Penso a me stessa (e di conseguenza anche agli altri) come ad una specie di semi-"flusso" che può avere performance buone o scadenti a seconda del momento e del contesto. Non gradisco le etichette e non le applico né a me né agli altri.

Tuttavia bisogna sempre agire con un certo criterio; se è giusto che si giudichi il comportamento e non la persona, questo non legittima il lasciarsi andare a performance scadenti.

La DBT (dialectical-behavioural therapy, terapia dialettico-comportamentale) di Marsha (Linehan) mi sta aiutando in tutto ciò che si evince da queste considerazioni -- una maggiore stabilità psicologica? -- e mi sta dando un filo di speranza.

Un po', mi sento cambiata.

Stamattina, come prima cosa, ho segnato le alternative piacevoli che mi sono venute in mente all'agito impulsivo -- che è tipico del mio problema psicologico (il disturbo borderline. Non abbiate paura: non mi definisce come "narcisistica" o "psicotica". Anzi... il più delle volte sono mite, mesta, e non mordo). E anche questa, in sé, è stata un'alternativa "piacevole" alla malinconia e al giudizio auto-svalutante che come un rumore di fondo mi tartassava prima, e che continua a ripresentarsi alla mia mente quando sono da sola...