giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

mercoledì 25 marzo 2026

Perché i riti funebri sono una cosa raccapricciante

2026. Anche nel mio paese di campagna provinciale viene istituita la "Casa del commiato", come già si fa da tempo in molte altre zone del Paese (e fuori). Sono finiti i tempi della fiumana di processioni alla casa del defunto per portare lacrime e condoglianze per la veglia. Anche nella più rustica Sicilia, interviene il "progresso". Che questo faccia storcere il naso alle generazioni precedenti, non è di grande sorpresa. Siamo in territorio grandemente avverso alle novità e ai cambiamenti, pieno di gente così rigorosamente tradizionalista...
Ma non è di questo nuovo business che ha attecchito anche lì che vorrei parlare. L'argomento della morte mi segue da tanto tempo; di conseguenza ho avuto così tanto tempo per pensarci che sono giunta ad una conclusione: nessuna casa del commiato. 
Nessuna bara per me. 
Mi farò cremare.

Che pessimo gusto, il cattolicesimo, con il suo necrofilo culto dei morti da omaggiare con fiori profumati che adornano le tombe anche dopo decenni e in qualche raro caso lustri di distanza dal dramma. Porta i fiori ai defunti. E' un modo per mantenerli vivi nella propria memoria, dicono. La parata del cordoglio utile all'ego che in realtà silenziosamente si distacca: tu sei lì, io sono qui, ti ricordo ma devo ricordarmi di essere ancora vivo per scordarmi che farò la tua stessa fine.
Il macabro rito del corpo che chiusa la bara sparisce per tutta l'eternità alla vista. Non ho mai partecipato ai funerali dei miei parenti, per il semplice motivo che è una ricorrenza inutile, inquietante, quasi horror per quanto mi riguarda.
Ricordo eppure perfettamente quando fecero sparire la cassa da morto di mia nonna nel suo eterno sepolcro. Avevo tredici anni e fu l'ultimo funerale a cui assistetti. Loro la spinsero all'interno della buca, così, come se fosse materiale organico da nascondere alla vista per sempre. E così infatti era. La mia mente lo capiva perfettamente. Inutile piangere su qualcosa per cui si coprono gli occhi a non vederla. Seppellito il morto, finito il problema. Scomparso dalla vista. Arrivederci e grazie.
Eppure era una persona, una volta. Com'è possibile che non esista più in nessun angolo di mondo, che il suo destino sia inevitabilmente liquefarsi all'interno di una fossa sul muro (o sotto terra)? Come una cosa tanto orribile può essere integrata in una religione che predica una creazione "amorevole"? Come possiamo sentirci uniti sotto un abbraccio d'amore generativo - la proprietà intrinseca generatrice ma anche, d'altro canto, soppressiva della materia - se un giorno sfumeremo più leggeri dei petali di un soffione trasportati dal vento, polvere nell'aria o meno ancora?

Se non potessi essere cremata, allora vorrei essere gettata in una fossa comune, dove nessuno possa vedermi. Spesso paragonavo il mio continuo tentativo di "partire" all'allontanarsi dei mici fra le frasche... ecco, quando i gatti o i cani sanno che stanno per morire, spariscono alla vista. E così spero di avere il modo di fare io - spegnere il telefono, staccare il citofono, morire in solitudine. E' il modo meno doloroso di andarsene per chi resta - perché ovviamente il dramma è sempre e solo per chi resta. 
(Al limite.)

lunedì 2 marzo 2026

Viviamo una sola volta (ed è già qualcosa)

Altaleno tra il pensiero - ricordo del necessario e il necessario dimenticato, in fondo la vita non è nient'altro che questo, andare avanti e indietro fra il ricordo e l'oblio, fra l'impegno del passato e il disimpegno del futuro. Per una mente sana entrambe le prospettive - passato e futuro - dovrebbero incrociarsi e trovare un felice connubio in una considerazione equilibrata delle circostanze presenti e delle conseguenze e prospettive future. In linea di principio senza tante seghe mentali bisognerebbe essere produttivi. Non bruciare un attimo di vita. I sogni della notte scorsa avevano la disperazione della vita non vissuta - i miei personaggi onirici mi ricordavano che sarei morta in questo modo. La disperazione impellente di correre, che non c'è un momento da perdere, che c'è una sola vita, questa che viviamo. Soppressa dalla nebbia del giorno che scende a pioggia sui più spericolati sogni. Non credo che vivere di sogni sia peggio che vivere di solide realtà, alla fine, forse, in fondo... Non credo che ci possano essere vite fallite, fallite secondo quali criteri?, io credo che una vita sia riuscita nella misura di quanto è stata felice, comunque sia stata attraversata, se tagliando traguardi su traguardi o prendendo per strade convenzionalmente inutili, e la mia vita non è comunque sia stata felice, così è davvero fallita - sinora, sinora non mi sono ancora capacitata di come tutto quello che ho vissuto sia stato così sofferto anche quando per auto-difesa non sentito, e di come tutto il mondo, quello di cui dovevo far parte anche io, mi abbia sempre rigettata in tutto e per tutto - dalla culla alla tomba, un nauseabondo sentimento di non doverci essere, d'essere un "più", che non è la terra su cui vivo il mio posto - che il mio posto non c'è, se c'è è in un tempo precedente al concepimento. Non sono così arrogante da pensare che non sia condiviso da altri, sebbene siano pochi a sentirlo con la stessa intensità io credo