martedì 12 maggio 2026

L'amore di Dio salva il mondo


Mi sto consacrando alla religione -- immagino sia la scelta di tutti i solitari. Quando proprio il mio cuore piange sangue mi rivolgo al Cielo. Parlo con Dio non in forma di preghiera-mantra, ma come se fosse una presenza con cui avere contatto.

In passato era semplice. Sulla strada ho perso la fede -- adesso, pian piano, cerco di recuperarla. Ho un podcast di meditazione guidata sulla Gnosi (sulla quale vorrei saperne di più) a calmarmi i sensi, al momento. Ho avuto momenti in giornata in cui sono stata più nervosa -- e da ciascuna tempesta emotiva esco sempre a frammenti piccoli piccoli... Ma ci si riprende. La voce rassicurante del Maestro che parla con dolcezza con il tintinnio delle campanule in sottofondo mi distende i nervi e mi dà pace.

Volevo fare un ritiro spirituale Vipassana da 10 giorni. In esso non si può parlare. Non si può leggere né scrivere. Non si può mangiare dopo le 12. Non si può fumare né bere alcolici o introdurre qualunque sostanza nociva nell'organismo. I cellulari sono spenti. Sveglia alle 4. Luci spente alle 21,30. Dieci ore di meditazione al giorno. Per tutta la durata del soggiorno, le regole sono queste. Si può camminare. Si riflette. L'obiettivo è sentirsi davvero soli con se stessi e ritrovare il "centro" d'una visione più chiara della realtà. 

Mi sono informata e vorrei provare.
Vorrei anche accedere al tempio buddhista della città capoluogo. Tengono meditazioni settimanali e corsi esplicativi sul buddhismo. 

Non sono "buddhista" né "cristiana" (e tantomeno cattolica). Sono panteista, al limite. E cerco la mia pace mentale. La cerco come un assetato un po' d'acqua fresca. Un'acqua gelida, purificatrice, per l'anima.

Al limite, potrei fare anche qualche ritiro week-end con la meditazione dell'amore compassionevole "Metta". Che fra l'altro è più utile a chi, come me, soffre di stress post-traumatico.


domenica 10 maggio 2026

Una scrittrice che ricordo con affetto


Quando frequentavo le elementari avevo il mio libro di antologia -- chiamato, lo ricordo bene, "Rosso Fragola" -- e prima che iniziasse l'anno scolastico lo sfogliavo da cima a fondo, leggendo tutti i racconti che poi sarebbero stati oggetto di lettura in classe. (Nella lettura, così come nei temi, così come un-po'-in-tutte-le-materie alle elementari andavo molto meglio dei miei compagni di classe, e senza nessuno sforzo; le cose si complicarono alle superiori, quando non bastava l'intelligenza ma bisognava unire all'intelligenza l'impegno e la disciplina). Andavo a caccia di brani interessanti per leggerne i libri, ed uno di questi portava la firma di Banana Yoshimoto (in foto).

Un estratto da "Chie-chan e io" mi fece scivolare nel suo mondo. Assieme a quest'ultimo, lessi altri suoi libri, fra cui "Kitchen" e "L'abito di piume". Mi accompagnò dall'infanzia alla prima adolescenza (15-16 anni), e posso dire che grazie a lei vissi per la prima volta il sentimento inesplicabile dell'amore per la scrittura.

La Yoshimoto scrive in modo molto semplice, e narra delle piccole gioie della vita quotidiana (che potremmo assimilare al concetto di "ikigai", il quale non è soltanto "lo scopo di vita", ma più precisamente "il piacere delle piccole cose che danno senso alla vita") con una delicatezza e un'armonia perfetta, molto "giapponese" -- è così che chi non conosce l'anima spirituale del Giappone, se vuole farlo, dovrebbe, secondo me, dedicarsi alla lettura dei suoi libri. 

Penso che sia questo che cercano i lettori quando leggono un autore straniero -- entrare nell'"anima" di un'altra cultura. Banana "teletrasporta" il lettore nel lato più dolce e gentile della società e della vita giapponese.

E' una scrittrice che, a quanto leggo, in Giappone viene un po' screditata. Considerata alla stregua di un Fabio Volo in Italia, per intenderci. Non sono d'accordo per nulla. Per quanto mi riguarda è raro trovare qualcuno che con una tale limpidezza, come Banana, riesca a descrivere la "vita quotidiana" nella sua piccolezza, semplicità -- e preziosità.

venerdì 8 maggio 2026

Senza perdere la tenerezza


C'era una "matta" in una comunità dei matti in cui sono stata. Una in particolare. Guardava, annuiva e ripeteva in continuazione: "è grave".

E gli altri matti-meno-matti rispondevano "Sì, è grave". Senza capire un cacchio di cosa volesse dire lei. Me compresa.

Mi è tornata in mente la Giulia, dunque, e sulla scia di questo ricordo voglio discutere del concetto di "gravità" relativamente alle situazioni umane.

Non c'è nulla di davvero grave. Grave sarebbe la morte, e basta, ma la morte si verifica ogni santo giorno copiosamente e pacificamente.

Cosa c'è di peggio -- e al contempo, di meglio -- che chiudere gli occhi e sparire dal mondo?
E' la fine che faremo tutti. E' l'unica cosa a cui assolutamente non c'è rimedio.
Se siamo tutti destinati a una simile fine, nell'oblio del mondo, cosa ci porta a sopravvalutare la portata della drammaticità delle nostre situazioni umane?

Forse conoscerete l'"auto-compassione" di Carl Rogers: si basa sul fatto che dovremmo provare vicinanza per noi stessi -- che in fondo al nostro cuore c'è un bambino o una bambina piangente e spaventato o spaventata -- perché le nostre pene sono le pene del mondo intero -- nulla di eccezionale, è tutto schifosamente ordinario, letteralmente tutto il male del mondo è comune al mondo.

Non temo la morte.
Non temo la vita nel suo incontrovertibile squallore.
Non temo la condizione umana -- che è sempre animale. Non temo le pene dell'umano. Non temo le altre persone e così provo un senso di fiducia "non cieca" verso il loro cuore.

Che anche a dispetto di tutte le egoiche impalcature -- la loro anima è mia amica

Essere diffidenti riesce facile a tutti. Provar fiducia a pochi. E' proprio questo il nucleo dell'essere dei rivoluzionari. La rivoluzione parte "dal basso". Dalle cose più piccole. Per realizzare le più grandi e importanti

giovedì 7 maggio 2026

In un mondo di maschere


Ci aspettiamo sempre troppo dagli altri. Bisogna accettare la possibilità cioè la certezza che ciascuna persona non sia che una scialuppa, non un porto d'approdo. Così facciamola finita con questo discorso di affezionarci o "sperare che...". Io mi affeziono spesso -- troppo spesso -- e spesso nella voglia deliberata di non capire nulla dell'altro trascuro dettagli che potrebbero rendermi palese che l'altra persona in realtà mi trova un emetico naturale. E' così che va. La gran parte delle volte si è indigesti agli altri. Io, poi... Io ho nella mia splendida fedina sociale una serie di bruciature. Di sigaretta. 

Di mia sorella non riesco a capacitarmi che sia una fredda statua di ghiaccio, narcisistica, megalomane, violenta e in pieno odio per me. Preferisco vedere lei come una creatura fragile e incompresa. A una visione "spirituale", "profonda", forse segnata da una sensibilità troppo acuta. Non che da sempre fosse cattiva, è che s'è costruita una corazza tutt'intorno. E non è che il cielo sia azzurro, è solo non-verde. Le due cose possono tranquillamente coesistere. Cattiva e con la corazza. Mi verrebbe da dire che, credo, siano proprio le persone più buone in principio a snaturarsi e pervertirsi alla malvagità più selvaggiamente nel corso del tempo coniugato ai calci che gli riserva la vita.

O forse sono state ferite troppo precocemente, non lo so. 

In tutti i casi va fatto un calcolo costo/beneficio. Se vedere il lato illuminato della luna è un modo per essere sereni, se bendarsi gli occhi è un modo per vivere sereni, allora va', fiorellino, e spargi i tuoi petali d'amore per il mondo... Anche se poi dovessero pensare e ribadire che sei totalmente cretina. Tu lo sei: stupid is as stupid does. Qual è il problema?

L'alternativa alla cretinaggine qual è, per me? La clausura? L'isolamento? O qualcosa di peggio?

(Credo nella proprietà intrinsecamente trasformatrice della materia ergo del cervello umano. Proviamo a trattare gli altri non tanto come ci trattano, quanto come vorremmo ci trattassero)

mercoledì 6 maggio 2026

"Do or die"


Mi pare un quadro di Hopper (il mio pittore preferito). Così si dipana la vita di tutti i giorni. In un tenue grigio-azzurro, fra campi di grano e tetti spioventi color mattone.

Le conchiglie che ho distribuito sulla sabbia sono piccoli granelli di polvere nel mare. Le posiziono ciascuna a distanza dall'altra, in modo che non si concilino.

Chi lo sa quanto dolore non è possibile esprimere.

Devo smettere di fidarmi degli uomini -- se mi fido ancora, penso, mi uccideranno. La sola cosa che conta è quello che sento dentro. E dentro -- per il troppo vino -- non sento niente. Io sono una persona ch ha il cervello intasato di troppe cose che vuole fare, fisica, matematica, lingue, psicologia, disegno, dipinto, volontariato, e alla fine non ne fa nessuna perché è solo un inutile -- infine, solo -- un inutile involucro di carne e organi inconcludente

Inconcludente e infertile come un terreno bruciato dalle radiazioni nucleari

Non faccio alla Brondi "parole poetiche evocative", tipo "stratosfera", "campi di grano", "risvegli della vita", parlo di una persona che è stanca di odiarsi ed è stanca d'un mondo che, le pare, la trascina in una giostra folle di risa e stupidità e mediocrità e lei si addormenta, e poi si risveglia, e ride alle loro volgarità, e torna a dormire, e beve, e beve... e ride. E il tempo scorre. E diviene sempre più stolta. E quanto più stolta tanto più in pericolo. Perché lei li vede gli sguardi omicidi della gente, i loro denti digrignati. Che se potessero se la strapperebbero a morsi, cuore compreso, cuore soprattutto. 

E si lascia oscillare dalla superficie dell'acqua. E i denti digrignano e fanno uno stridio che assomiglia allo sfrecciare dei pneumatici sull'asfalto.

martedì 5 maggio 2026

Il mio nome sono io


Il mio nome è Valentina -- e con questo vi ho già detto tutto di me. Che Dio mi stramaledica.

Il significato etimologico di Valentina -- che deriva dal latino valens, valentis -- è "forte, vigorosa, sana".

In lingua italiana assomiglia al termine "valente". In lingua iberica "vale", che è l'abbreviativo più comune del nome, è un'esclamazione che significa "va bene". Il significato del mio nome indicherebbe il benessere e la salute.

Il secondo nome che mi è stato dato è Laura.

La seconda donna ad ottenere una laurea, e la prima in assoluto a conseguirla in medicina, si chiamava Laura (Maria Caterina Bassi), nel 1732 -- ed era italiana, così come la prima donna che ottenne una laurea al mondo, ma in campo letterario, che invece si chiamava Elena (Lucrezia Cornaro Piscopia), nel 1678 -- e il termine "laurea" è etimologicamente legato al concetto di "sapienza", "istruzione", "sapere". E' diventato il titolo accademico che si conferisce a chi si diploma all'Università (o all'estero, al College). Laura, come nome, deriva da lì.

A darmi il primo nome fu mio padre, il secondo piaceva così tanto a mia madre che mi venne imposto come secondo nome anche all'anagrafe, così io per lo Stato, ufficialmente, risulto non "Valentina" ma "Valentina Laura".

Se è vero in parte che nomen omen, non vale per me che non sono né "Valentina" né "Laura".

Ma possiamo guardare anche al significato "esoterico" dei due nomi. E lì forse mi avvicino di più

Valentina è direttamente connessa al concetto di amore (San Valentino... eccetera; oggi, fra parentesi, è una festa che sovente si passa al cimitero), è una donna che consacra se stessa all'amore e per la quale l'amore è un tema vitale.

Laura, nel suo significato simbolico, spirituale, evoca immagini di vittoria, saggezza e protezione divina.

Due bei nomi insomma... sia foneticamente che nel significato, da qualunque angolazione li si guardi.
Che chiunque mi conosca (me compresa) trova oggi ridicoli. (Li ho coperti io di fango)
Perché tendiamo ad attribuire al nome un significato direttamente connesso alla "persona" che lo detiene nella sua individualità.

Un tempo mi piacevano entrambi così tanto, ne andavo letteralmente fiera -- ora sono pieni di graffi! Ci vorrebbe un restauratore coi controcazzi di nomi, un riparatore di identità, quindi, perché io torni ad impossessarmi senza vergogna e senza timore del mio nome -- che ho perduto in un oceano di fango

lunedì 4 maggio 2026

Tsunami


Sono entrata in uno stato di flow e dalle 15 alle 23 -- circa -- sono stata assente a me stessa, assente al mondo.

Non riesco a dormire e vengo nel mio spazietto virtuale a battere qualcosa sulla tastiera, sapendo che sarà un inutile tentativo di contattare un dolore che non sento più, non lo sento più perché se lo sentissi, come uno tsunami, mi sommergerebbe. Qualche volta ci entro in contatto, provo supremo disgusto e suprema amarezza, e subito scappo di nuovo nel mio Paese delle Meraviglie personale.

Tento di accomiatarmi dal mondo dacché ero molto giovane -- il mio subconscio non si lascia scappare un graffio -- sicché trovo utile parlare, in questo post, di ideazione al suicidio.

La parola "suicidio" è una sorta di tabù. Richiama alla mente scenari troppo cupi. Eppure, nella mia scarsa autoconsapevolezza, io non riesco a vederlo come qualcosa di così tragico -- ho tentato tanto. Con il tempo, soprattutto, ero diventata solo una sciocca che lesinava "attenzione", tutte le volte che ingerivo farmaci su farmaci -- a dozzine -- e poi, stupidamente, passata un'ora o due chiamavo un'ambulanza per farmi salvare la vita.

Quando una persona tenta di togliersi la vita non è -- mai -- semplicemente "una" cosa o l'altra; richiesta d'aiuto, d'attenzione, o volontà di andarsene davvero. In diversa percentuale, c'è tutto

E davvero, quando -- per disgrazia -- si riesce, in fondo, negli ultimi momenti, non si vuole. Così è il caso a decidere la morte, più dell'individuo che si taglia le vene o si impicca.

E non è che tu non voglia vivere. Vuoi solo porre fine al dolore.

"The falling man" -- L'uomo che cade, 11 settembre 2001, New York

E' come scegliere... come fece l'uomo che cade, se lasciarsi divorare dalle fiamme o schiantarsi al suolo. Non si vuol "terminare". Si vuol solo la soluzione più indolore.

"Meglio il riposo eterno a una vita priva di significato e piena di dolore".

Sarebbe così bello andare via... pensavo... gettar via la mia inutile vita, che non serve a nessuno, nemmeno a me stessa. Al tempo stesso non mi importava tanto che riuscisse o meno.

Il pattern era: "Cinquanta o sessanta pillole, giù, chi se ne importa. Magari ce la faccio, o magari sopravvivo; proviamo... Cosa importa, del risultato?". Poi paura, terrore. Infine sopravvivere. Sopravvivere sempre. Finché capisci che non riesci nemmeno a buttarti nell'umido (o nell'indifferenziata?) e smetti di provarci.

A un livello microscopico, ogni vita è essenziale, ma ad un livello macroscopico, cosa vuoi che importi? Con quanti milioni di vite spezzate, portate via come foglie secche dal vento, ogni giorno -- specie ora, in tempo di guerra...

Cosa importa di me?

Quando parlavo delle violenze, (fisiche, psicologiche, sessuali), in passato, ero più "accesa" che piena di dolore. La maschera della rabbia a difendere un'interiorità estremamente fragile, estremamente frangibile, e fatta d'una nervatura di sofferenza inespressa. Questo aiutava la gente a prendere le distanze. Minimizzavano il mio dolore, sminuivano il mio vissuto, pensavano che mentissi, oppure che fossi "troppo stupida" per capire l'importanza.

Pensano che sia "troppo matta" per capire l'importanza della vita.

A me non importa della vita -- sebbene ne capisca a livello generale l'"importanza" per la maggior parte delle persone, sane

Tempo fa l'unica cosa che rimpiangevo era che, se fossi morta, non avrei mai più rivisto il mio amico -- e il mio amico è l'unica cosa che anche al momento mi separa dalla morte... in effetti... -- ma di vivere, per me, non ne è mai valsa la pena e non ne varrà mai la pena

domenica 3 maggio 2026

Il cosiddetto "perdono"

Ego te absolvo in nomine Pater, filii et Spiritus Sancti

Ogni volta che sento qualcuno parlare di "perdono" con locuzioni quali "Io ti perdono", mi torna alla memoria l'immagine della Vergine Maria.

  • Nota 1: Verificare accuratamente che colui il quale "perdoni" voglia il tuo perdono. Perché spesso -- quasi sempre -- se ne sbatte. Quindi se il tuo perdono non lo fa facepalmare e ridere, al massimo gli procura disprezzo se non odio.
  • Nota 2: E così, dovrebbe servire a te, e a te soltanto, "per sentirti meglio"? Pensare di per-donare (donare) a chi ci scatarra sopra, al tuo per-dono? E' inutile. Non serve letteralmente a nulla. Anzi: ti fa solo stare peggio.
  • Nota 3: Tu perdoni CHI? Tu sei "l'assoluta parte lesa" e concedi "la tua grazia" al cosiddetto "assoluto peccatore"? E' come mettersi su un piedistallo di superiorità e far scendere la polverina dorata di Dio buono e misericordioso sull'Angelo Caduto. Ma chi ti credi di essere? Se pure fossi più parte lesa che in causa, ciascuno ha le sue ragioni per far quello che fa -- e non sta a te "perdonare"; al limite, per chi vuole crederci, sta a Dio. (Di cui tu non fai le veci. Nemmeno se sei il Papa -- soprattutto se sei il Papa.)
Sarebbe meglio ignorare. Né perdonii né misericordie né assoluzioni, e nemmeno rancori e vendette - mi fai del male? Stammi semplicemente alla larga! Una sola volta è sufficiente per squalificarti ai miei occhi per una vita intera.

sabato 2 maggio 2026

ἓν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα ("so di non sapere")


L'esperienza di "sentirsi sciocchi" è comune a molte persone -- non mi azzardo a dir "tutte" -- almeno saltuariamente.

Stanotte ho fatto un sogno di cui ricordo molto poco: mi trovavo ad uno sportello postale, con una donna bionda che gestiva, da impiegata, delle pratiche. Ci dibattevamo, io, lei e altri, sul significato del termine "stolto". Tutti, in Poste, sembravano convinti che volesse dire "intelligente". Intervenivo con costanza e determinazione a dire e ribadire il suo vero significato. L'impiegata bionda ci pensava un po', stentava, poi, vacuamente, acconsentiva.

Chiaramente non è un sogno che simboleggi le mie reali capacità o assenza di capacità, e il giudizio "di massa" su esse: semmai, credo fosse la messa in scena della mia più matura messa in discussione delle etichette che mi vengono attribuite.

Oggi penso che il giudizio di un altro abbia lo stesso peso del mio. Cioè, su una scala da 0 a 100, sia 100 che 0; per come io la penso, tutti e nessuno hanno la verità sugli altri. 

A livello soggettivo, forse, tutti -- va dato valore all'esperienza soggettiva di tutti (e in particolare di chi per noi è importante). Oggettivamente, ciascuno dovrebbe ammettere la propria ignoranza (data dai limiti, dai bias, dai pregiudizi, dalla "non (piena) conoscenza"...) nel valutare le persone

Mi preoccupo e mi tormento di meno su ciò che pensano gli altri (e forse non è così insolito, alla mia età).

Se in milioni pensassero ed esprimessero che io sia più o meno "scema", questa non sarebbe una prova di attendibilità. Il numero non definisce nulla - anzi: è spesso la leva di giudizi fuorvianti

Penso a me stessa (e di conseguenza anche agli altri) come ad una specie di semi-"flusso" che può avere performance buone o scadenti a seconda del momento e del contesto. Non gradisco le etichette e non le applico né a me né agli altri.

Tuttavia bisogna sempre agire con un certo criterio; se è giusto che si giudichi il comportamento e non la persona, questo non legittima il lasciarsi andare a performance scadenti.

La DBT (dialectical-behavioural therapy, terapia dialettico-comportamentale) di Marsha (Linehan) mi sta aiutando in tutto ciò che si evince da queste considerazioni -- una maggiore stabilità psicologica? -- e mi sta dando un filo di speranza.

Un po', mi sento cambiata.

Stamattina, come prima cosa, ho segnato le alternative piacevoli che mi sono venute in mente all'agito impulsivo -- che è tipico del mio problema psicologico (il disturbo borderline. Non abbiate paura: non mi definisce come "narcisistica" o "psicotica". Anzi... il più delle volte sono mite, mesta, e non mordo). E anche questa, in sé, è stata un'alternativa "piacevole" alla malinconia e al giudizio auto-svalutante che come un rumore di fondo mi tartassava prima, e che continua a ripresentarsi alla mia mente quando sono da sola...

giovedì 30 aprile 2026

Strappo // Amare "condizionatamente"


Fra un dilemma e l'altro, un senso di colpa e l'altro, una ripicca e l'altra, la battaglia fra noi viene mandata avanti da lui solo -- ma io ne comprendo le ragioni. E mi stuzzica il pensiero che sia in fondo (ma anche in superficie) colpa mia.

M'ero illusa d'un amore incondizionato.
Ma è davvero "vero amore" l'incondizionato?
Ciò che chiamiamo amore è davvero tale se dipende da condizioni? Se esiste solo "a patto che"? Se cambia, si ritira o si raffredda quando l’altro non risponde più alle nostre aspettative?

Poniamo le nostre condizioni: 
Ti amo se mi rispetti”, “Ti amo se mi fai sentire importante”, “Ti amo se non mi deludi”.

Molti dei nostri "paletti" non nascono dall'egoismo, ma da necessità legittime. Alcuni non sono altro che confini sani: elementi fondamentali per una relazione equilibrata.

Parlare di amore completamente incondizionato nelle relazioni adulte non ha senso. Non siamo genitori di un bebè, non siamo chiamati ad accettare tutto senza limiti. L’amore maturo include anche la capacità di dire “no”, di allontanarsi da ciò che ferisce, di riconoscere quando una relazione non è più sana.

In fondo, però, è anche vero che amare davvero qualcuno significa anche concedergli lo spazio di essere imperfetto.
Lo spazio per l'imperfezione, in una data (e grande) misura, lui me lo ha anche concesso.
Negli ultimi tempi sta crollando tutto... e forse sono io che mi sono illusa di poter trovare un amore così, "incondizionato", in una persona che da me voleva ovviamente altro.

Abbiamo giocato al papà e alla bambina -- perché quello che cercavo in lui era un padre... per farne "il mio uomo" avrei dovuto prima maturare abbastanza da essere una donna.
Lui non è più disposto a giocare.
Ed ha iniziato ad odiare.

Ringrazio sempre la mia scarsa consapevolezza, (leggi: ottundimento emotivo) che mi consente di non considerare con dolore e apprensione il pericolo di perdere lui.

Il dolore verrà al momento dello strappo...

martedì 28 aprile 2026

La stupidità umana secondo Carlo Maria Cipolla

Carlo Maria Cipolla

Stamattina ho dato una rinfrescata mnemonica a Le leggi fondamentali della stupidità umana di C. M. Cipolla -- un "must have" in libreria -- rileggendolo. Perché si consuma in un quarto d'ora o meno. 

Mi è venuta voglia di parlarne.

Nel saggio, le leggi di Cipolla sulla stupidità umana (quattro) spiegano una teoria originale sulla stupidità come condizione esistenziale, più che neurologica o genetica.

Riassumendo, Cipolla identifica quattro tipi di "personalità" ovvero di (circa) "stati mentali", che espone in un grafico.
Questi sono:
  • Lo stupido. Lo stupido reca svantaggio a sé ed anche al prossimo.
  • Il criminale/bandito. Il criminale o bandito arreca vantaggio a e svantaggio al prossimo.
  • Lo sprovveduto. Lo sprovveduto avvantaggia il prossimo e reca danno a se stesso.
  • L'Intelligente. Procura vantaggio a sé ed anche al prossimo.

Ogni essere umano può comportarsi in date circostanze come ciascuna delle personalità in oggetto. Non si tratta di categorie fisse, ma di stati psicologici / comportamentali.

Prosegue Cipolla: in ogni singolo gruppo umano possiamo trovare la medesima, identica percentuale X di stupidi. Dai contadini agli ingegneri aerospaziali. C'è sempre la stessa, medesima probabilità di avere a che fare con uno stupido -- ovvero con una persona che agisce stupidamente.

Tutti, a volte, siamo tentati o portati ad agire stupidamente.

La differenza fra uno "stupido" ed un "non stupido" è più legata al quantitativo di mosse stupide (= che recano svantaggio a sé e al contempo anche ad altri) che compie, piuttosto che a una sentenza perentoria su di lui.

Uno stupido (o uno che, in un dato momento, si comporta da tale) agisce deliberatamente ma non sensatamente. Stupidamente, senza ragione, egli manda a monte i nostri piani, ci rovina la giornata (al meglio), l'umore, ci colpisce e ferisce, ci espone alla sensazione di essere inadeguati. Al contempo ponendo se stesso in una brutta posizione (la cosiddetta arma a doppio taglio).

(Diverso è il bandito, che dal compiere il "male" ne trae un qualche vantaggio personale).

Siamo tutti saltuariamente stupidi -- e la capacità di switchare fra essere stupidi e non esserlo, è proprio ciò che conta.

Se non fossimo in grado di agire stupidamente, probabilmente non potremmo mai essere definibili "intelligenti" -- perché il discrimine fra intelligenza e stupidità è visibile proprio dall'alternanza contrastante dei due stati mentali. Questa la conclusione del piccolo saggio di Cipolla -- una piccola, ma geniale teoria divenuta virale sul web già da un po' di anni.

lunedì 27 aprile 2026

"Ossessionata dall'aspetto esteriore? Che rivoluzione..."


La pubblicità della Dyson ("per la tua bellezza interiore", sarcasticamente -- no, in effetti: a chi importa della bellezza interiore?) mi riporta al desiderio di sacrificare l'aspetto più profondo per uno più funzionale.

In altre parole essere belli è la cosa che principalmente conta per me. Al momento mi sono allineata a questo stato d'animo. Il fiume va in quella direzione e io vado col fiume. Non sto facendo un discorso da aut-aut. Si può essere belli e buoni (καλὸς καὶ ἀγαθός), ma prima belli. Prima.

Questo mi conduce in linea diretta a una doccia a giorni alterni, l'ossessione per i profumi e le essenze, la paura di uscire di casa se non sono perfettamente in ordine e perfettamente truccata -- uso due specchi da armadio sovrapposti per studiarmi da tutte le angolature -- e persino -- eresia -- il preferire dei squallidi involtini primavera surgelati semi-arrostiti con un filo d'olio in padella a un piatto di carbonara.

Che parliamo di cibo: ti dà gioia 10 secondi, il tempo di far reagire le tue papille gustative. Poi finisce. Per modo di dire perché ti va sui fianchi e sul sedere.

Preferisco di gran lunga l'alcool, se devo "sgarare". Quello almeno un po' dura.

Basta così.

mercoledì 22 aprile 2026

Se avessi... se fossi... // La statua di sale // La persona peggiore del mondo

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre, le nostre profondità sono sempre silenti.
Kahlil Gibran


Alcune giornate passano nel sonno. Succede spesso - anche se la notte ho dormito normalmente, al mattino torno a letto. Mi sveglio che è pomeriggio inoltrato.

Il nostro tempo, qui, è un po' schizofrenico - mattina sole, pomeriggio tempesta furiosa, tardo pomeriggio di nuovo sole, sera di nuovo pioggia battente. Eh sì, è proprio il caso di dirlo - non ci sono più le mezze stagioni.
Se hai fortuna riesci a prendere fra la punta dei polpastrelli un filo di raggio di sole al crepuscolo.
Se hai abbastanza voglia di uscire in balcone, almeno.

Sono convinta che superata una "certa età", (forse è la crisi dei 30 anni che me lo fa dire, ma...), nulla sembri più minimamente degno di considerazione e comprensione, - tu ristagni come un corpo silente sulla superficie di uno stagno sporco.

Ecco una buona metafora.

Se a diciotto anni avessi posato le bambole, e mi fossi pensata in linea con le responsabilità della prima età adulta, avrei - forse - combinato qualcosa.
Se prima dei trent'anni avessi saputo fare qualcosa, e fossi stata più matura di un'adolescente con qualche anno in più sulla carta, mi sarei dedicata al lavoro.

Il senso è "troppo tardi".
Tardi è tardi, non è così?

Se solo non avessi buttato tutti gli anni che ho buttato a grattarmi la testa senza capirci nulla del mondo che mi circondava. 
Sono già una sfigata che non ha costruito nulla né raggiunto nulla né capito nulla della vita.

Non sono ancora matura abbastanza da avere un bagaglio d'esperienze e di considerazioni e di conoscenze sul mondo - e di comportamenti "da adulta". Ma che cribbio significa "essere adulti"? Perché mi rimproverano d'essere "una donna (ormai)" con molta frequenza. Esploriamo il concetto di adultità.

da "Call me by your name"

Cosa vorrà mai significare, "essere adulti"?
Essere responsabili?
Essere disciplinati?
Essere ragionevoli?
Essere assertivi e quieti?
Ognuno ha una sua definizione del concetto e quindi qual è la verità? Che ciascuna risposta va bene. Ergo non ne va bene nessuna. Una cosa così non esiste.

Mai nella mia vita mi sono sentita adulta - e mai nemmeno bambina quando era il momento e giovane quando era il momento.

(Una statua di sale. Di sale. Non di marmo. Facilmente frangibile. Facilmente sgretolabile. Mi sgretolo sotto i graffi del tempo.)

Mi sono sempre sentita io, la stessa a dieci come a trentadue anni. 
La stessa persona che alcuni momenti, baldanzosamente, mi sembra geniale, e altri la peggiore del mondo. 

domenica 19 aprile 2026

Sisifo felice


Del resto, scrisse Camus, tutte le vite si equivalgono.

Tornata dal giro notturno ho ripensato alla serata appena passata (sabato sera), nell'inconsapevolezza di un bicchiere di vino dopo l'altro. Tanti sorrisi. Tanta stupidità. Un'ineffabile, inafferrabile tristezza.

Non so se sono convinta di continuare a far ciò che i nostri tre comici d'Italia chiamavano "girare come la merda nei tubi", ciò che si definisce "vita" in qualche modo, perché che sia una vita felice o penosamente mediocre, in fondo - cosa cambia? Vale la pena?

Ebbene, immaginiamo Sisifo felice che contro l'Assurdo della vita oppone un infrangibile sorriso.
Spingi il masso, Sisifo. Per me sei un totale idiota, (lo siamo tutti, che condividiamo con te lo stesso dolore e la stessa insensatezza esistenziale), ma tu non ci badare, spingi. Spingi. Fino alla fine. 

Spingi (vivi) finché lo vorrà Dio, o la necessità, o il caso. E non porti domande. Non guardarti indietro. Non piangerti addosso. Non fare un lamento.

Si potrebbe pensare che questa realtà sia "diabolica". Terribile. E che l'unico modo per tollerarla sia essere già matti - l'Elogio alla follia di Erasmo. La vita ci ha insegnato ad essere inconsapevoli per tutelare la nostra sopravvivenza. La vita ha messo in noi un pizzico di follia per aiutarci a tollerare il peso del non-senso.

Ma se fossimo completamente lucidi, che faremmo?
Cieli grigi infrangibili. 
E un salto nel vuoto.

giovedì 16 aprile 2026

Il senso della vita


Due giorni fa ho guardato un video di JustMick nel quale, fra le altre cose, si parlava del fatto che se l'asteroide che ha fatto estinguere i dinosauri fosse caduto in qualunque altro punto del pianeta, i dinosauri - che fino a quel momento erano in ottima salute, avendo governato il pianeta per 160 milioni di anni - non si sarebbero estinti

Questo è uno degli assunti base di cui si serviva lo Youtuber (uno dei migliori che abbiamo in Italia per quanto mi riguarda) per sovvertire concettualmente la legge di causa-effetto a cui i bias del nostro cervello sono abituati. 

Proseguendo nel video si veniva a concludere per mezzo di varie solide argomentazioni che le coincidenze non esistono - tutto è necessario, cioè non potrebbe mai andare diversamente da come va

L'assenza del libero arbitrio è una situazione - per quanto dolorosa per noi, che abbiamo bisogno di credere che ci sia un perché a tutto ed un controllo su tutto - che ci porta ad una conclusione bella e terribile insieme: l'universo è una formula matematica perfetta ed eterna, immutabile e necessaria

Se non abbiamo alcun controllo sulla nostra vita, potremmo paragonarci a palle di metallo che scivolano in tubi dalle direzioni prestabilite (da Dio? Dal cosmo così com'è?) - quello che noi chiamiamo "destino". Che sia possibile operare una modifica ai Grandi, Imperscutabili Piani, è un'illusione disperata a cui ci consacriamo per non impazzire. La fine che faremo, ed ogni singolo passo o scelta che compiamo in ogni singolo istante, sono "arbitrariamente" già decisi.

L'universo, del resto, è un'immagine "fissa": il tempo (e lo spazio-tempo) non esistono realmente.

Avanzo un'ipotesi "esoterica" forse un po' coraggiosa: sappiamo già tutto sul nostro percorso di vita prima di nascere.

Me lo fa dire che alcune intuizioni - nonché "visioni" - che ho avuto della mia vita si sono poi effettivamente realizzate. Abbiamo una mente più complessa di quel che crediamo, e le cosiddette facoltà paranormali, in forma totalizzante o anche solo accennata, possono verificarsi in coincidenza di particolari stati psicologici. 

Io ho avuto alcuni episodi di pre-veggenza in cui ho "visto" con l'occhio della mente il mio attuale compagno, tre anni prima di conoscerlo (doveva essere lui, perché in suddetta "visione" il bambino e poi l'uomo che vidi era biondo, come lui) (no, non avevo fumato o assunto nulla), e alla fine dentro di me c'era una certezza più solida del titanio: "Un giorno io ti troverò", diceva la mia mente, senza nessuna ragione plausibile. Ne ero semplicemente certa, senza motivo.

Credo fermamente nella reincarnazione e seguendo il tracciato dell'esperienza mi sono formata una serie di altre idee-ipotesi sulla natura della vita. Ma una cosa è certa, se vogliamo trovare un senso ad essa, non possiamo perché (almeno dalla nostra microscopica prospettiva umana) non c'è. E' quello di godersela - al massimo.

Un viaggio misterioso, che termina nel buio... lo vivremo come in aereo, rigidi su una sedia con la cintura stretta, o come in crociera, svagandoci e guardando il cielo dal pontile? Su un piano "oggettivo" non ha nessuna importanza, quale delle due. Eppure, su uno personale, è di vitale importanza.

Lascio il link del video di JustMick che ha fatto da spunto a questo post:
https://youtu.be/LDpQ2QjarXQ?si=wAEShkNYD6Z4jxNr

martedì 14 aprile 2026

Rabbia e dolore


La rabbia è un rifugio - dietro la rabbia c'è dolore, in genere, così come dietro la malattia (di qualsiasi tipo) c'è la ferita dell'assenza d'amore. Se - scrisse Galimberti - potessimo fare un referto medico, sulle patologie psicologiche o somatiche di chiunque, un referto medico che veramente esprimesse i sentimenti del malato e il motivo reale per cui si è ammalato, ci sarebbe scritto in sostanza: "Fategli capire che deve amarmi, che deve preoccuparsi per me, che deve prestarmi la stessa cura e lo stesso rispetto che io gli impresto". Quale che sia la malattia - dai disturbi alimentari al cancro maligno.
Dunque malattia come richiesta implicita di amore, rabbia come espressione "deviata" di sofferenza. Ricordiamocelo quando giudichiamo con biasimo una persona che in profondità non è tanto malata o cattiva, quanto semplicemente sofferente.

La natura dell'odio


Contrariamente a quanto ci insegnano, l'odio non è un sentimento "umano" necessariamente; non affonda le radici nella natura umana, geneticamente, sebbene sia più antico dell'amore. Non è necessario né inevitabile odiare: l'odio è un sentimento che deriva da una struttura caratteriale narcisistica e ha come sua base l'invidia - così come l'ignoranza fa da pietra d'angolo alla paura e conseguentemente alla violenza.

Vero è che, se tu mi odii, sebbene io non ti odii di conseguenza (poiché non ne sento la necessità), non ti amerò di certo. Gesù, Giuseppe e Maria possono attaccarsi. Di fronte all'odio è civile, rispettoso di sé, sintomo di amor proprio, di sanità mentale prendere le distanze.

Una mente che sia limitata è più predisposta all'odio di una equilibrata e intelligente.

Una persona davvero intelligente non può essere cattiva, e cioè covare odio, perché l'odio è il presupposto di una mente povera di materia grigia.

Le passioni "sataniche", istillate dall'ego e contrapposte all'amore, sono circa queste qui: 
  • Odio. Come già detto, è invidia di base, e dirò di più - odio e invidia sono praticamente la stessa cosa. In filosofia si parla di "invidia esistenziale" quando essa non si rifà ai possedimenti dell'altro o alle sue qualità, ma alla sua mera esistenza. (E' il caso dei fratelli maggiori che odiano i minori, narcisisticamente, perché li hanno privati del posto privilegiato di "figli unici" davanti ai genitori).
  • Rancore. Il rancore è prova di una mente retoricamente "ottusa" in quanto incapace di concepire altri punti di vista e altri vissuti dal proprio. Si cova rancore perché ci si sente "assolutamente vittime"; sentirsi "assolutamente vittime" significa non capire la propria parte di colpa che esiste in tutte - ma proprio tutte - le dinamiche conflittuali umane.
  • Dinamiche di potere come la svalutazione. Quando ci si sente insicuri, e quando si percepisce la vita come una lotta costante, in altre parole - quando si è competitivi, è un continuo "mors tua, vita mea". Le persone più deboli hanno bisogno di affondare il prossimo per sentirsi meno insicure e difettose.
  • Sadismo. Questo è proprio dei caratteri antisociali. Il sadismo subentra in una mentalità quando chi ne soffre è stato a propria volta trattato in modo sadico da bambino. Il "modello sadico" viene interiorizzato e riprodotto sugli altri percepiti come "più deboli" sotto forma di tortura o maltrattamenti di diverso tipo. Qui si tenta di risolvere il conflitto traumatico irrisolto del essersi sentiti impotenti di fronte al sadismo dei genitori riproducendolo come in un "gioco di ruolo" in cui si è, questa volta, oppressori e non oppressi.
Amore e speranza tentano di porre un argine a tutti questi mali, ma per il principio dell'entropia valuto più verosimile che la Specie, di autofagia in autofagia, giungerà all'estinzione per mezzo di essi. 

Omnia vincit amor? 

Il potere dell'amore non vince sul potere dell'odio dato dall'ego (con tutta la sua carrellata di derivati che ho appena elencato), perché questo è più forte, più pervasivo, più "semplice" (il cervello umano semplifica, non si complica la vita in riflessioni e comprensioni che porrebbero potenzialmente un freno alla violenza), e di conseguenza più affine alla natura dell'uomo. O di molti uomini, per lo meno.

lunedì 13 aprile 2026

La speranza e il mito di Pandora


La verità che l'ultimo, fatale filo che ci tiene in vita sia la speranza, deriva dal mito di Pandora: 
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Zeus decise di vendicarsi. Ordinò a Efesto di plasmare dal fango la prima donna mortale: Pandora. Gli altri dei la adornarono con doni irresistibili (bellezza, grazia, astuzia), ma Zeus le consegnò un oggetto fatidico: un vaso (spesso tradotto erroneamente come scrigno) che le fu ordinato di non aprire mai.
Pandora fu inviata sulla Terra come sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante Prometeo avesse avvertito il fratello di non accettare doni dagli dei, Epimeteo, affascinato dalla bellezza di Pandora, la accolse con sé. Tuttavia, la curiosità instillata in lei dagli dei divenne col tempo insopportabile.
Vinta dal desiderio di scoprirne il contenuto, Pandora sollevò il coperchio. In quel momento, tutti i mali del mondo - malattie, vecchiaia, fatica, pazzia e dolore - uscirono fuori, diffondendosi rapidamente tra l'umanità che fino ad allora era vissuta in una sorta di età dell'oro.
Spaventata, Pandora richiuse il vaso il più velocemente possibile, ma era troppo tardi: quasi tutto era fuggito. Sul fondo del contenitore rimase solo un'ultima cosa: Elpis (la Speranza).

(Gemini) 

Di fronte alle situazioni più complesse e variegate, ove lo sconforto sembra essere predominante, l'ultimo legame, il legame vitale della speranza, ci mantiene in animo di continuare a vivere nel mondo.
E' significativo, però - secondo me -, che la Speranza, nel mito, si annoveri fra i mali dell'umanità, di pari passo con la malattia e con il dolore.

Fu Oscar Wilde ad identificarne il potere salvifico e, proprio perché salvifico, tossico: il poeta irlandese scrisse che "la speranza è un veleno" perché prolunga con l'inganno l'agonia della vita, la quale non deve essere inquadrata da una morale cattolica come necessariamente preferibile alla morte.

La morte, dopotutto, è il traguardo ultimo a cui tutti siamo destinati: che affrettare i tempi sia un male, è un insegnamento cristiano-cattolico che ammanta la cultura Occidentale, e come tutti i diktat fermi non è presumibilmente ragionevole.

L'eutanasia in questo senso sarebbe davvero una scelta politica che costituirebbe il "salto di qualità" da un mondo ammantato dalla morale cattolica - quello del passato - e il mondo nuovo ove vige la sensatezza - sebbene non sempre, anzi, probabilmente di rado, la felicità.

Prima del Nichilismo la fede in Dio era utile a dare un "perché" alla vita del singolo. Ma in assenza della fede in Dio, l'uomo si trova di fronte al bivio fondamentale (a lungo andare): una vita che è prevalentemente sofferenza e fastidio (mi rifaccio a Benatar, "Meglio non essere mai nati"), o una morte che è un eterno, serafico commiato da tutte le pene che derivano dalla carne.

In realtà la speranza, così come l'amore, citando Schopenhauer, sono inganni della Specie, che per prolungare se stessa (istinto di conservazione della Specie) ci propone un'illusione "salvifica" che prolunga la nostra sopravvivenza biologica sul pianeta - nonostante siamo comunque destinati a morire; e quando lo decide la Specie - cioè in vecchiaia, quando non siamo più in grado di riprodurci e quindi di esserle utili. (Salvo, certo, intromissioni date da malattie o incidenti, che affrettano i tempi).

Sono certa che sia davvero difficile immaginarsi un Sisifo felice - come in Camus; che il "suicidio razionale (o logico)" sia la scelta più dignitosa, oltre che intelligente (perché meno autolesiva), in molti casi. 

La politica in Occidente dovrebbe emanciparsi, perciò, dalla morale cristiana e consentire indiscriminatamente a chi soffre di patologie fisiche, ma anche mentali, considerate croniche o inguaribili, di liberarsi della vita e di farlo senza dolore e senza incorrere nello stigma dell'infrazione della cosiddetta morale comune.

domenica 12 aprile 2026

Cuore o cervello?


C'è un proverbio che recita: "il cuore ha sempre ragione"; eppure se vivessimo in balìa dei nostri sentimenti saremmo né più né meno che individui classificabili come "stupidi". Perciò si rettifica che, seguendo il proprio cuore, è necessario portare con sé anche il proprio cervello. La verità non risiede in una visione univoca - sentimento o razionalità - ma come sempre nel mezzo, in una sintesi appropriata dei due punti di vista.

Se affrontassi la vita senza sentire nessuna emozione, possibilmente taglierei tutti i traguardi (senza alcun ostacolo dato da rimorso o paura) - ma verrei classificato da un medico, da uno psichiatra, come affetto da un disturbo di personalità. 

Non si tratta, in termini prettamente scientifici, di "cuore o mente", ovviamente. Quello che noi chiamiamo per convenzione "cuore" è in realtà legato a diverse zone del cervello, fra cui l'amigdala, una struttura coinvolta nell'elaborazione delle emozioni, e la corteccia prefrontale, legata alla loro regolazione e al loro controllo. Le persone con tratti antisociali possono presentare un'amigdala e una corteccia prefrontale dal funzionamento anomalo - il che le rende "psicotiche", soggette ad attacchi d'ira a volte devastanti, con assenza di rimorso, vergogna e capacità di interpretare le emozioni altrui. Sono spesso sadiche poiché, nel tentativo di "sentire" quel che non possono sentire (emozioni, entusiasmo, sentimenti), sono costrette, e spesso scelgono di, ricavare un surrogato di tutto ciò, in forma di "eccitazione fallica/sessuale", nella distruzione e nella violenza. (E' il caso dei Narcisisti patologici o maligni.)

Generalizzando, l'amigdala adibita alle emozioni risulta tendenzialmente più attivata nelle persone di sesso femminile. Tendenzialmente le donne sono più emotive, più ansiose, perché, sempre parlando in termini generali, soffrono di un sovraccarico di stimoli a carico dell'amigdala. 

Non è una divisione netta fra generi. Si parla di "femmineo" interiore anche per gli uomini. Ciascun uomo e ciascuna donna è una polarità di "mascolino" e "femmineo", il primo traducibile in un utilizzo mirato dell'emisfero sinistro del cervello, deputato alla logica, alla razionalità, al cinismo, all'indagine scientifica; il secondo nell'utilizzo dell'emisfero destro, correlato alla creatività, all'emotività, all'empatia e alla sensibilità. Come questi due modi di interagire con il mondo si combinino, in quale percentuale, nel carattere di una persona è dato dalla genetica e dalle esperienze di vita.

Non c'è, ripeto, una divisione netta e assoluta; abbiamo donne estremamente pragmatiche e ciniche e uomini sentimentali (faccio l'esempio dei poeti uomini).

Soprattutto, l'avere un carattere "prevalentemente" femmineo non definisce un uomo come "non pienamente" uomo, e l'avere un carattere "prevalentemente" mascolino non fa di una donna una "non-donna". L'unica cosa che ci distingue come generi, in realtà, sono gli organi genitali - secondo me. Nulla che abbia a che fare con il carattere o la mentalità può fare di un uomo un uomo e di una donna una donna.

Siamo, però, soggetti alla matassa di insegnamenti e dottrine culturali che ci hanno inculcato sin da bambini:
"Un vero uomo non deve chiedere mai"
"Un vero uomo non deve piangere mai"
"Una vera donna è elegante e sorridente"
"La femminilità è grazia".

Tutti questi dogmi, interiorizzati come massime da "imperativo categorico" nella nostra cultura, penetrano, in qualche modo, nel nostro tessuto genetico e ci plasmano con certe convinzioni - assurdamente - persino prima che veniamo al mondo; per esempio, il feto risente dei pensieri della madre, e i pensieri della madre si formano a partire dalle sue proprie convinzioni e dagli insegnamenti o diktat che ha ricevuto dai genitori, i quali fanno parte del contesto più amplio della cultura nella quale lei e i suoi genitori vivono.

"Parità di genere" non vuol dire solo "pari diritti" ma anche "egual trattamento", "mistura di differenze", e il femminismo che promuove il dogma in questione non è "per le donne", ma "per tutti".

Non è facile credere che un uomo possa essere contento del suo stato sociale d'uomo; il web, infatti, è zeppo di uomini che se ne lamentano; di dover mantenere economicamente la propria partner od ex-partner; di dover corrispondere a certi standard di prestanza fisica e caratteriale; di dover soddisfare certi requisiti materiali per dare sacrosanto sfogo al loro bisogno di fare dell'attività sessuale, di essere amati o di avere una partner fissa.
Le donne, dal canto loro, se non corrispondono ai loro, di standard, (di bellezza, di grazia, di charme, ecc.), si trovano sempre in una condizione di grave svantaggio e stigma.
In questo caso si parla del "potere della bellezza". Che se viene meno, per una donna, è peggio di qualsiasi menomazione - a livello di come si viene socialmente considerate, in particolar modo dagli uomini.

Forse, anziché continuare a subire questi dislivelli da vertigine, dovremmo imporci come obiettivo una società davvero giusta, inclusiva, ove non esistano diktat per gli uomini né per le donne, ma solo un'accoglienza e un'integrazione spassionata delle diverse sfumature che connotano ciascun essere umano - uomo o donna che sia.

sabato 11 aprile 2026

Lo sguardo della Guerra


Questo è il caporale ventisettenne Antonio Metruccio. Della 3ª Compagnia Aquile, 66º Reggimento Aeromobile “Trieste” dell’Italia, Antonio è stato fotografato pochi istanti dopo essere sopravvissuto a un brutale scontro a fuoco ininterrotto durato 72 ore a Bala Murghab, in Afghanistan.

Nessun sorriso. Nessuna posa. Solo la sua espressione cruda e senza filtri — lo Sguardo delle Mille Yard.

Quegli occhi azzurro ghiaccio non stanno solo guardando avanti… Stanno guardando indietro — in valli piene di fumo, terra intrisa di sangue, fratelli d’armi perduti e colpi di arma da fuoco che riecheggiano per tre giorni consecutivi.

Bala Murghab — un territorio pericoloso e senza legge vicino al confine con il Turkmenistan — è tristemente noto per le imboscate dei talebani, il traffico illegale e la guerriglia incessante. I soldati schierati qui spesso affrontano gli inferni più profondi della guerra moderna.

Lo “Sguardo delle Mille Yard” non è solo uno sguardo vuoto. È un urlo silenzioso dell’anima, un’onda d’urto dopo aver visto cose che la maggior parte delle persone non potrebbe nemmeno immaginare.

È lo sguardo di un uomo che ha guardato la morte negli occhi… ed è tornato vivo.

Non dimentichiamolo mai: Dietro ogni uniforme c’è un cuore che sanguina. Dietro ogni sguardo c’è una storia che lascia cicatrici. Dietro ogni soldato… c’è un essere umano.

La foto è ormai iconica — condivisa in tutto il mondo per mostrare cosa fa davvero la guerra a una persona.