Sviscerando

Avevo quattro anni e mezzo.
No, bisogna tornare ancora indietro. Non ero ancora nata. La prima volta che sono stata uccisa avevo un'età in negativo. Mi sembra di aver capito che il donatore di sperma che faccio fatica a chiamare in altro modo abbia tentato di farlo con un calcio, non so con sicurezza se è vero o non lo è. Sarebbe meglio pensare che non lo fosse, ma la mia vita "svolge la trama" di quando sarebbe facile che sia effettivamente successo. Anche mia madre, poi, essendo depressa, non era piena di gioia al pensiero che esistessi.
Mi sono impegnata a fondo per non essere parte della vita perciò. Mi ero già fatta i miei pronostici, i miei programmi. Usando i social e Internet come mezzo per rovinarmi consapevolmente -- per mezzo dei social e di Internet hanno saputo tutti. Lo hai sentito che è una schifosa? E' così che pensavo di finire la mia vita ed è così che girando e trottando la finirò. So-la. Con una specie di respiratore artificiale che è la connessione wi-fi. Stac-ce, uomo della luna. 
L'uomo della luna si presentò poco dopo che avessi compiuto ventisette anni. E rovinò il rovinabile nel modo più letale. L'uomo della luna -- primo nella storia -- mi volle del bene. Così mi mise davanti alla distanza fra me e quella che avrei dovuto e forse voluto essere... ecco, alla fine l'amore ha perso e l'odio -- e la morte, e la malattia -- ha vinto.
Avevo le mie giornate tranquille fra libri, lacrime e tentativi più o meno rischiosi e riusciti di fare le valige e andarmene. Fra violenze e insulti. Quella che condivide con me le figure parentali che tornava a casa e con una fura d'odio da bestia mi rivolgeva le parole più crudeli che naturalmente affioravano al suo cervello malato. L'odio, fino a volermi uccidere. E a tentarci concretamente -- con una busta di decalcificante, con istigazioni al suicidio e con dei calci. Con i suoi tacchetti. Alla testa.
Una bestia.
Non posso perdonarla, non la perdonerò mai.
E come potrà mai inserirsi un uomo della luna in tutto questo? "Lei mi può capire" forse pensava. Peccato che lui fosse quello che non capiva nulla. Ha mandato a monte la mia vita organizzata. Non riuscirà mai a tirarmi fuori dal pozzo. Ci morirò dentro.
La speranza accende un fiammifero nella mia testa -- forse devo dare alla vita una chance. Ma è di poco fa l'ultimo tentativo, sereno e serafico, di sbarazzarmi di lui. Con i nervi a fior di pelle. La testa che duole dopo tre ore di sonno e basta. E' meglio per tutti e due se ci separiamo. E non so se questa in sé non sia una contraddizione alla vita.
Mi riesce difficile pensare alle conseguenze, ora. Penso che non possa venirne altro che bene -- solo bene.
Immagino di dovermi sentire un mostro.
Nossignori.
Io so cosa vuol dire la parola "mostro". I mostri sono sempre stati attorno, e non dentro, di me. Io non sono colpevole di quello che loro mi hanno fatto e del modo che ho avuto di espiarlo. Non sono colpevole del mio dolore. Della mia solitudine -- rinnovata appena ora. Non sono colpevole della scelta che ho fatto. Ho sempre cercato di espiare tutte le mie colpe -- esistere in sé -- in ogni attimo della mia vita. Alla morte avrò pagato il mio debito. Continuo a pagare, come da sempre, a pagare in eccesso, in credito d'una vita intera. Non ho più nulla da rimproverarmi. 

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